carta st[r]amp[al]ata n.12

di Fabrizio Tonello

E’ commovente la sollecitudine mostrata dai giornali di regime nei confronti dei tre connazionali arrestati a Kabul e, fortunatamente, liberati domenica. Per esempio, Andrea Morigi scriveva su Libero del 15 aprile (p. 17) che “non c’è nessun altro, tranne il presidente del Consiglio, in grado di negoziare con successo la liberazione”dei tre operatori di Emergency, magari “dando garanzie che il carcere lo sconteranno in Italia, se saranno riconosciuti colpevoli di qualche reato”. Ecco, visto che il governo afgano li accusava soltanto di essere complici nell’uccisione dell’interprete del giornalista Daniele Mastrogiacomo, di appoggiare i talebani, di aver trasformato l’ospedale in una base di terroristi permettendo il deposito di armi da guerra e di complottare per assassinare il governatore della provincia Gulab Mangal, un bell’ergastolo (anzi, due o tre) non glielo avrebbe levato nessuno.

Lo stesso giorno, con un titolo a tutta pagina, Mario Dergani scriveva : «Mastrogiacomo venduto dal dottor Emergency», cioè il chirurgo Marco Garatti. L’autore dell’articolo riferisce che “secondo i servizi segreti afghani, infatti, il medico italiano fu anche complice nell’assassinio dell’interprete dell’inviato di Repubblica. A dichiararlo all’agenzia di stampa Pajhwok è «un’autorevole fonte governativa afgana», che aggiunge che il medico avrebbe anche intascato 500mila dollari, cioè la metà del riscatto pagato dal governo italiano”.

Notate l’aplomb anglosassone con cui il quotidiano tratta le notizie: cita la fonte, l’agenzia governativa afghana, come se si trattasse della BBC e specifica che la fonte della fonte è «un’autorevole fonte governativa afgana» che ha richiesto l’anonimato: un clone di Henry Kissinger, probabilmente. La Pajhwok, questa Reuter de noantri, continua il suo implacabile atto d’accusa affermando che i talebani uccisero l’interprete Naqshbandi “su istigazione del dottor Grappin”.

GRAP-PIN.

I beg your pardon, did you say «Grappin» like the grappin sul Ponte di Bassano? Si, grappin come quello che usano a Treviso per correggere il caffè; grappin come quelli che si bevono nelle osterie di Montebelluna, grappin come quelli distillati in casa dai contadini veneti che votano Lega, altro che quegli snob di Emergency, che nei salotti milanesi bevono sambuca e rosolio.

Grap-pin come la grappa friulana Nonino, quella che distribuisce ogni anno vari premi: Dergani evidentemente concorreva nella categoria “giornalismo di precisione”. Preoccupato che qualche malevolo sostenitore radical-chic di Emergency nella giuria del premio potesse instillare (pardon: distillare) dei dubbi sulla credibilità dell’articolo, il nostro autore si affretta a precisare “cioè Garatti, come precisato più tardi”. Ah, allora. Dev’essere stata colpa delle interferenze nel satellitare: per fortuna che poi qualcuno ha telefonato a Kabul per controllare, facendo lo spelling: “No Grappin, Yes, GA-RAT-TI! G like Gasparri, A like Alfano, R like (La) Russa, A like Alfano, T like Tremonti, T like Tajani, I like Italia!”.

Risolta la questione del nome, resta il problemino del sequestro e dei 500.000 dollari: quale è stato il ruolo di Garatti nella faccenda? “Secondo la fonte Marco Garatti invitò il giornalista di Repubblica Daniele Mastrogiacomo a Lashkar-Gah, dopo essersi accordato con il suo sequestro con i talebani” scrive Libero, sempre citando Pajhwok, questa Associated Press di Torpignattara.

Il sequestro avvenne nel marzo 2007. Problema: Garatti in quel momento stava in Sierra Leone, in un altro ospedale di Emergency, come scrive lo stesso Mario Dergani citando una dichiarazione di Cecilia Strada. E allora, il titolo «Mastrogiacomo venduto dal dottor Emergency» come si giustifica? Beh, nell’epoca dei telefoni satellitari e dei GPS forse Garatti ha chiamato il mullah Omar, che stava da qualche parte in Afghanistan sulla sua motocicletta, e gli ha detto: “Yes, Mastrogiacomo, we can make a lot of money! No, Ma-stro-gia-co-mo, M like Moratti, A like Alemanno…”

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