“La colla e il miele”. Appunti sulla critica militante

di Luca Lenzini

Invitato da “Nazione indiana” a intervenire sul tema della critica letteraria, riprendo alcuni spunti dal numero che «L’ospite ingrato» dedicò nel 2004 al tema della Responsabilità della critica[1]. Cercammo allora, con la rivista, di fare il punto su quella che a noi della redazione pareva una situazione di stallo, tanto povera di proposte teoriche quanto appiattita sull’esistente, ad un tempo consapevole e soddisfatta dei propri limiti; naturalmente, non è scontato supporre che poco o niente, da allora, sia mutato nello scenario che, dopo diversi anni, abbiamo dinanzi; tuttavia proverò a portare qualche argomento a favore di questa tesi, ed anzi ne aggiungerò, a mo’ di provocazione, per “rincarare la dose”. Per riassumere, gli spunti si potrebbero rubricare sotto queste tre titolazioni: Sul rimbambimento della critica; Vecchi e giovani;  Le polemiche fallaci. Mi rendo conto che un discorso come quello che sto per fare si presta all’accusa di “fare di ogni erba un fascio”; ma spero si guardi ad esso con l’indulgenza che spetta a chi mira al “bersaglio grosso” e dunque non va tanto per il sottile.

[1]  “Il rimbambimento della critica”. La parola rimbambimento non è scelta a caso: rinvia ad una annotazione di Pier Vincenzo Mengaldo sui critici cinematografici, i quali sono per lui «spesso dei simpatici bambini che s’incantano di fronte a tutto ciò che scorre sullo schermo[2]». Poco prima Mengaldo aveva osservato – ed è importante, nella mia prospettiva – che la critica militante in Italia «milita poco, cioè troppo spesso non vuole o non può dire tutti i no che occorrerebbero (dire di sì costa poco)» (ibid.). Chiaro che i fenomeni, quello dell’assenso e dell’incantamento (e, quindi, del rimbambimento), sono strettamente correlati; chiaro, anche, che tutto questo ha a che fare con la sfera del consumo, quale si manifesta nell’ambito specifico dell’industria culturale (di cui il cinema è solo il caso più esposto): nell’atteggiamento del critico incantato e incapace di (o renitente a) dire di no (se non ogni tanto, giusto a riprova di un’autorevolezza smentita dal resto dei suoi pezzi) è riprodotta una postura che fa da modello al lettore-fruitore, il quale a sua volta dev’essere predisposto all’incantamento; ed è appunto in quel modello che affiorano dei tratti regressivi. In primo luogo, tra questi, è la pulsione feticistica a possedere: «imperdibile!» è il réfrain, esplicito o sottaciuto, di quasi tutte le recensioni (un tempo per questo genere di fenomeni si usava il termine “reificazione”, che oggi basta a identificare chi lo usa con un complice dei talebani).

Niente di nuovo: che la critica si riduca a livello di spot, non è un fenomeno recente; e quanto al feticismo, non esiste certo dal nuovo Millennio. In realtà però dir questo non è sufficiente, se non si dice, insieme, che in quanto il suo oggetto non è un oggetto qualsiasi, bensì un prodotto culturale – qui è il punto – la regressione che ha luogo nell’incantamento (e nell’estasi del possesso indotto) non è senza un momento riflesso, mediato, come di chi per compiere un basso servizio lo compia sì, ma sorridendo di sé stesso che lo sta compiendo, e producendo una serie di ammiccamenti (allusioni, citazioni al già noto, effetti-sorpresa, ecc.) che mirano alla cooptazione del lettore nel cerchio magico della cultura reificata. Tanto più, si direbbe, il modello è “infantilistico”, tanto più è necessario che l’aroma culturale sia pervasivo e riconoscibile, e dunque non sia estraneo all’opera del disincanto: di qui l’inconfondibile mistura di saggismo e consumismo che oggi caratterizza buona parte della critica, almeno quella che è dato leggere nei supplementi culturali (direi anzi soprattutto nei migliori), e che fa da pendant all’altrettanto diffuso micro-specialismo di stampo universitario (versante su cui non m’importa qui soffermarmi). Tra Incantamento e Disincanto, il dato di fondo riguarda la sopravvalutazione a priori, per così dire, del fatto culturale in sé; ed è da tale situazione che deriva il fenomeno più generale, ed a mio avviso più grave, ovvero la perdita – cito dalla voce Critica di Fortini (1968[3]) – del «senso delle proporzioni e della prospettiva», perdita che investe massicciamente il pubblico dei lettori e costituisce ormai il tratto più evidente, nell’insieme, del contesto attuale.

A questo livello resta in fondo valido, con le dovute varianti, quel che osservava Adorno a proposito della “musica popolare”, cioè che per «chi si trova accerchiato da merci [musicali] standardizzate, valutare è diventato una finzione; egli non può sottrarsi alla loro strapotenza[4]». Sostituirei, nel nostro caso, il concetto di “somiglianza” con quello di “omogeneità”, dove il tratto comune è nella condivisa funzione d’intrattenimento (di “distrazione”) del prodotto: sul versante della critica, l’atto di «valutazione» diviene appunto fittizio, in quanto può aver luogo in qualsiasi occasione ed a proposito di qualsiasi oggetto, essendo solo un atto interno alla filiera produttiva e non più una interpretazione, e perciò intercambiabile. In tale contesto anche dire di no, si potrebbe concludere, è un fatto criticamente irrilevante, nullo: gratuito e necessario al tempo stesso, ma senza peso specifico, essendo un gesto che non incide sull’assenza di prospettiva e di proporzioni, e in quanto tale anch’esso soggetto alla “strapotenza delle merci”. Avviene così un singolare  paradosso: la critica può promuovere tutto, e tutto cucinare secondo le ricette più varie, “originali” ed eclettiche, solo che una volta lette le recensioni, tanto è omogeneo e fungibile il rapporto tra critico e criticato, non c’è più neanche bisogno di leggere l’opera che ne è oggetto; proprio come, per tornare al cinema evocato all’inizio, quando si siano visti i trailer di certi film, si può benissimo fare a meno, quei film, di vederli.

[2] Per indicare la mutata funzione del critico in tale contesto, ho parlato del “critico come dee-jay”, sottintendendo che in questa figura si condensa il modo in cui la cultura si è adeguata al just-in-time postmoderno (per cui il bravo critico è quello che va “a tempo”, ovvero asseconda i ritmi dell’industria culturale).  Ma la perdita di cui parlava quasi mezzo secolo fa Fortini ha i suoi effetti a più livelli. Uno che merita attenzione è legato alla vicenda delle generazioni che, di volta in volta, si affacciano sulla scena culturale: fino ad un certo punto, infatti, le generazioni hanno offerto un ancoraggio alla definizione del “nuovo”, giustificando apparentamenti e genealogie; ma quando il timing imposto dall’industria culturale ha progressivamente abbreviato i cicli, fino ad annullarli, si è aperto un vuoto che solo il succedersi delle mode, per essenza tanto effimero quanto incessante, è in grado di colmare. In quel vuoto si dà il secondo fenomeno che vorrei evidenziare: qui si apre, cioè, il dominio miserevole ed arrogante della tautologia, per cui è nuovo – e perciò originale (e in quanto tale imperdibile) – ciò che si definisce tale. Del fenomeno si possono citare innumerevoli esempi, ma vale la pena soffermarsi su un momento particolare, in cui l’impotenza della critica e la potenza della tautologia (in ipotesi, tenderei a riportare entrambe sotto l’insegna della “strapotenza delle merci”) si sono manifestate in modo esemplare.

In un articolo sull’«Unità», pubblicato proprio mentre in Iraq (febbraio 2004[5]) si compivano stragi e infuriava la battaglia tra “insorgenti” e truppe d’occupazione, Romano Luperini ebbe l’ardire – il cattivo gusto, diranno alcuni – di mettere a confronto le opere uscite in quell’anno con quelle di trent’anni prima; i nomi erano per gli anni ’70 quelli di Sciascia, Calvino, Morante, Fellini, Zanzotto, Caproni, Volponi. Non solo: Luperini si spinse ad affermare – si noti bene – che attraverso il confronto si poteva rilevare «un declino della civiltà italiana, o comunque di una sua parte consistente, avviatosi già a partire dagli anni Ottanta e accentuatosi poi con il passare degli anni sino a toccare in questo inizio di millennio un suo punto estremo» (ibid.).

La diagnosi era, insomma, apocalittica, ed esplicitava brutalmente quel che, nelle università, erano (e sono) in molti a pensare, e che talora dicono dopo le lezioni, magari nell’ora di ricevimento, ma non per scritto e tanto meno in sede così pubblica come quella di un quotidiano[6]. Poco garbato, ingeneroso e insomma unfair, Luperini intendeva tuttavia provocare una discussione, costringere i Giovani Turchi, non pochi dei quali coccolati dalle case editrici e dai media, a uscire allo scoperto; ma proprio questa idea risultò del tutto “fuori tempo”, e infatti vero dibattito non ci fu, appena una sua parodia; né si dettero interventi o spunti di qualche spessore. Tutto sommato, la risposta più memorabile fu quella di Carla Benedetti, che sempre sul quotidiano fondato da Gramsci intimò al collega Luperini, senza tante perifrasi, di vergognarsi. La risentita intonazione morale caratteristica della querelle lasciava intuire, da parte delle nuove leve, che l’atto perpetrato dal critico era una sorta di cinico infanticidio: le generazioni appena venute alla ribalta – provo a dedurre, tendenziosamente, dall’andamento della polemica – erano del tutto sprovviste del bagaglio ermeneutico, storico e retorico che nei maestri del Moderno si accompagnava al loro tetro imprinting ideologico, e che avrebbe consentito una risposta all’altezza; ma per l’appunto questa loro leggerezza o incoscienza era un merito e non una colpa, e bisognava perciò lasciarli crescere in pace, gli emergenti; che fosse loro dato tempo di armarsi e, intanto, si godessero i propri successi e, perché no, si spalleggiassero l’un l’altro con categorie solidali e generiche, soprattutto senza evocare antenati così opprimenti e ingombranti, né canoni per loro natura in via d’obsolescenza come quelli messi in mezzo da Luperini, adottati sì nei manuali e nei corsi universitari ma destinati presto a svanire come i vampiri alle prime luci del giorno. Bella forza, poi, mettersi al riparo di autori con gigantesche bibliografie sulle spalle, riviste dedicate, atti di convegni, meridiani, pleiadi e compagnia bella…

Non è però questo il punto: lo squilibrio generazionale e il gap bibliografico si potevano anche dare per scontati; più interessante è che le argomentazioni dei Giovani consistessero, il più delle volte, in mere esclamazioni o nell’elencare i nomi di autori la cui sola esistenza avrebbe dovuto fornire la prova del madornale errore critico di Luperini, la cui vera natura di aristocratico e passatista veniva così alla luce, esemplarmente, dopo anni di militanza agguerrita a sinistra. Non è vero – in sostanza la replica dei Giovani – perché chi così pensa non è capace di vedere il Nuovo: e il Nuovo sono io. E poi, non impera forse il relativismo? Dunque ognuno può ben dire la sua, ma per favore niente paragoni incongrui … Ma al di là di queste ovvie e disarmanti difese, ancora più notevole è il fatto che l’atteggiamento di fondo, ovvero il Metodo Tautologico, abbia trovato una convalida e si potrebbe dire una legittimazione e contrario: c’è stato infatti chi, rovesciando specularmente le osservazioni di Luperini, ha provveduto a confermarle, ma attribuendo un segno positivo al discorso, assunto sul versante dei Giovani. Penso ad un pamphlet intitolato I barbari, opera di Alessandro Baricco (Feltrinelli, 2008) con sottotitolo Saggio sulla mutazione, che nonostante la postura teatral-profetica, a mio gusto irritante, non è privo di spunti di lettura del presente, quale si offre al lettore medio contemporaneo, lettore di «Repubblica», «L’espresso» o altro foglio di ambito gradevolmente progressista. Cito un passaggio cruciale: «È spesso stupido dare una data precisa alle rivoluzioni, ma se penso al piccolo orticello della letteratura italiana, allora penso che il primo libro di qualità a intuire questa svolta, e a cavalcarla, sia stato Il nome della rosa di Umberto Eco (1980, bestseller planetario). Probabilmente lì, la letteratura italiana, nel suo antico senso di civiltà della parola scritta e dell’espressione, è finita. E qualcosa d’altro, di barbarico, è nato».

Baricco accetta frontalmente la sfida apocalittica[7], ed evoca scenari di rinnovamento solo in parte cogniti ma destinati a disvelarsi sotto l’onda d’urto dei media, di internet, dei nuovi linguaggi. Sul punto della “mutazione”, come la chiama Baricco, in fondo anche Luperini sarebbe d’accordo: solo che, come dicevo, quel che per lui era un fenomeno negativo, a Baricco pare un nuovo inizio, l’irrompere di qualcosa d’altro, irriducibile alle categorie ed ai criteri del passato, e in quanto tale ancora da interpretare. Il Nuovo Barbarico, per Baricco, è di coloro che vengono dopo la «civiltà della parola scritta e dell’espressione», e la «svolta» che si lascia dietro un tale arnese è quella di chi scrive nella «lingua dell’impero», che si forma «in televisione, al cinema, nella pubblicità, nella musica leggera, forse nel giornalismo» (ibid.). Personalmente, non mi sento di escludere che possa aver ragione Baricco; la mia domanda però è questa: come si può uscire da questo sfrontato impero della Tautologia, da questa imbarazzante simmetria pre-critica i cui termini sono gli stessi nella tesi e nell’antitesi? Non è, forse, augurabile sfuggire all’empasse delle contrapposizioni tanto frontali quanto bloccate?

Non ho, al riguardo, ricette, né profezie da recapitare. Mi contenterei se nei più giovani aumentasse il grado di consapevolezza e di capacità critica nei confronti dei meccanismi dell’industria culturale e del braccio armato dei Media; e vi fosse minore rassegnazione. Se dovessi indicare, poi, qualcosa in grado di aiutarci a uscire dallo stallo, citerei un principio che il critico già evocato, Franco Fortini, soleva ripetere agli studenti dei suoi corsi: l’interpretazione del mondo precede l’interpretazione del testo. Ogni parola di questa frase va assunta in senso pregnante: attenzione, quindi, a non iscriverla con troppa sicumera tra i reperti di un paleo-marxismo sotterrato dai tempi. Consiglio piuttosto di rileggere la voce “Letteratura” dell’Enciclopedia Einaudi (vol. III, 1978), in particolare il terzo paragrafo, che prende spunto dall’Estetica di Hegel (poi alla p. 282 di F.Fortini, Nuovi saggi italiani, Garzanti, 1987); ma per farla breve e concludere su questo argomento, credo proprio che ricominciare dall’interpretazione del presente sia la cosa più urgente e necessaria in un contesto che sa definirsi solo con categorie postume (post-fordismo, post-moderno, post-comunismo, ecc.). Sospetto infatti che questa – come chiamarla? – postumanza sia un fenomeno strettamente legato all’assenza di prospettiva appena denunciata; e vorrei anche insinuare che tale condizione ha dei riverberi sul piano della critica più avvertita, e parlo ora di quella della poesia e non dei soli romanzi o film: non per caso due dei migliori libri degli ultimi anni che si occupano di poeti contemporanei hanno titoli somiglianti, che recitano: Dopo la lirica (antologia a cura di E.Testa, Einaudi, 2005) e Dopo la poesia (R.Galaverni, Fazi, 2002); ma il discorso, in proposito, andrà ripreso e articolato con più agio.

[3] Ho fatto prima il caso di una polemica improduttiva, che di per sé denuncia uno stato d’impotenza, o forse meglio di subalternità agli standard della cultura corrente. Un caso analogo, a mio avviso, è quello che di recente si è sviluppato intorno alla collaborazione di Paolo Nori (scrittore considerato di sinistra) ad un giornale di destra. La polemica ha visto coinvolti critici che stimo, alcuni dei quali hanno messo in campo argomentazioni largamente condivisibili, che non starò a ripetere. Il punto però è un altro: la polemica, contrapponendo Destra e Sinistra sulla base degli schieramenti offerti dai Media, ha finito per oscurare quel che è più caratteristico della situazione attuale, di cui all’inizio ho cercato di dare qualche esempio riferito alla critica. Ovvero, la sostanziale omogeneità e condivisione dell’ordine del discorso da parte dei due campi avversi, la loro attiva compartecipazione ai meccanismi con cui il Sempre-Uguale, sotto le vesti sgargianti del Nuovo, si perpetua: insomma non basta, anche se è necessario, denunciare il carattere falso, arrogante, becero, piduista, reazionario dei giornali della destra italiana – per non parlare del ruolo da puri sicari a cui sono ormai ridotti i giornalisti. I punti in comune tra «Repubblica» ed «Il giornale», tra «Espresso» e «Panorama», Mediaset e RaiTre sono molti di più e più importanti delle visibili differenze; e lo stesso vale per Feltrinelli e Mondadori, “Blob” e “Striscia la notizia”, Fazio e Fede, e via di seguito. Non sto dicendo, con facile esercizio di qualunquismo, che queste testate, editori, programmi sono tutti uguali; sappiamo bene che talora perfino su «Repubblica» si possono leggere articoli importanti per capire cosa sta succedendo (basti citare quelli di Luciano Gallino). Ma è bene essere chiari, ed è perciò opportuno precisare un altro punto: ormai l’antiberlusconismo, al quale tutti siamo iscritti, è il migliore alibi – con la sua mistificante delimitazione dei campi avversi – per nascondere l’assenza di un discorso critico capace di far breccia in quella realtà politica che non è rappresentata né in Parlamento né nei Media, ma riguarda la vita di ognuno – ognuno, più precisamente, di quelli che non hanno nulla da perdere, perché sono ogni giorno sconfitti.

A quest’ultima precisazione un po’ ci tengo, e mi prendo il peso di quel tanto di arcaico che comporta. Infatti, se non ci si schiera e non si definiscono senza sconti interlocutori e avversari, anche tutto il discorso sulla critica resta generico e dunque sterile, almeno per chi non si accontenti di partecipare al gioco dominante. Si ricominci, invece, a rivedere proprio il concetto di “cultura”, rinunciando a comode (ed equivoche) intese e compromessi che assicurano qualche temporanea consolazione. Non mancano, a veder bene, né gli strumenti per ridare alla critica la sua vera natura, né le voci che possono farci riflettere. Qualche tempo fa Goffredo Fofi ha scritto un articolo sull’«Unità» intitolato Combattere la cultura colla e miele[8]: citerò, in conclusione, le parole di Fofi, perché mi sembra vadano nel senso da me, e non solo da me, auspicato. Scrive Fofi all’inizio: «La cultura con cui dobbiamo quotidianamente confrontarci è una specie di tranquillante o di sonnifero, che ci distrae e ci aiuta a non pensare invece che a pensare, a dimenticarci invece che a trovarci, è un consumo indifferenziato che nei propositi di chi lo propone e amministra deve servire e a renderci inattivi invece che attivi. Le istituzioni della cultura e i suoi gestori si preoccupano del successo e del consenso, della superficie e dell’attualità invece che del radicamento, della lunga durata, della qualità e della possibilità di incidere in profondità nell’humus di una popolazione e di un’epoca.» E poi, ancora: «Se dunque la produzione di consenso avviene in buona parte attraverso il campo vasto e indeterminato della cultura, che si fa mescola tutta o quasi tutta allo spettacolo, e se, cosa non secondaria, una nuova economia tiene lontani i giovani dalla produzione spingendoli in massa – con l’alibi della creatività e le menzogne del facile successo – verso pratiche superficialmente culturali e artistiche, allora la cultura è davvero una pedina centrale, centralissima che i politici possono giocare, è una base consistente per la loro gestione del potere. E già così è, a destra e a manca e da decenni, dentro un sistema mediatico tutto proteso alla distrazione, al rumore di fondo e all’effimero, dominato dalle mille forme della pubblicità e dalle grandi agenzie finanziarie; e con più abilità intervengono nella “cultura” quei poteri che più possiedono e che più controllano.»

Fofi tocca qui un punto a mio avviso cruciale: la cultura – «a destra e a manca» – è ridotta a intrattenimento, ma al tempo stesso la sua gestione ha un ruolo primario nell’economia della società attuale. Chi “sta in alto” ha capito molto bene il meccanismo, e sa che per mantenere l’ordine dell’ingiustizia (sempre più abissale e sfacciata), l’economia della distrazione è essenziale, e dev’essere diffusa capillarmente, specialmente tra i giovani (si è ormai affermata, per esempio, tutta una “Economia dell’Evento” che appunto corrisponde a questa funzione). Mi pare perciò da condividere anche la fine del ragionamento di Fofi, dove il discorso si pone in prospettiva futura, e ci indica in positivo qualche traccia: «Si tratta, in definitiva, di saper vedere, come diceva Italo Calvino, nell’inferno presente ciò che inferno non è, e farsene coinvolgere, e assisterlo, e proteggerlo, e aiutarlo a crescere, a espandersi.» Allora, secondo l’impostazione di Fofi, non tanto di “militanti” nel senso tradizionale c’è bisogno, quanto di «sollecitatori», ed in questo senso «alla crisi della politica (e della democrazia)» va risposto «con la rivalutazione del ruolo centrale dell’educazione»: «Educazione e cultura dovrebbero diventar sinonimi, e la cultura tornare a farsi pensiero e non distrazione, arte e non comunicazione.»

È qualcosa di simile ad un programma, tanto lontano dai palinsesti attuali quanto indispensabile «in un tempo in cui i modelli della sinistra somigliano da matti (sì, proprio “da matti”) a quelli della destra, li hanno sposati e ci si confondono». Riaffermare «un’idea e una pratica della cultura come ricerca, esperimento, inquietudine, domanda. Come conflitto»; poiché infine «c’è la cultura dei potenti (e quella che i potenti vogliono sia consumata e introiettata dalle masse) che oggi si presenta sotto vesti ecumeniche, generali, come un valore assoluto al di sopra delle parti – la cultura del miele e della colla. E c’è la cultura degli impotenti – una volta si sarebbe detto degli oppressi, delle classi subalterne eccetera, ma oggi, qui, gli oppressi siamo quasi tutti, che niente o quasi niente contiamo agli occhi degli oppressori e dei loro servi e mediatori.»


[1] http://www.ospiteingrato.org/Arretrati/arretrati_04_01.html

[2] P.V.Mengaldo, La critica militante in Italia, oggi, in «L’ospite ingrato», VII, 2004, 1, p.33.

[3] F.Fortini, Ventiquattro voci per un dizionario di lettere. Breve guida ad un buon uso dell’alfabeto, Milano, Il saggiatore,  1968, p.182.

[4] T.W. Adorno, Il carattere di feticcio in musica e il regresso dell’ascolto, in Dissonanze, a cura di G.Manzoni, Milano, Feltrinelli, 1974, p.33.

[5] R.Luperini, Intellettuali, non una voce, «L’unità», 18 febbraio 2004.

[6] Tra le eccezioni recenti va rammentato G.Ferroni, Scritture a perdere, Laterza, 2010.

[7] Sul tema rinvio al mio L’appuntamento (che qui riprendo) in«La libellula. Rivista di italianistica», 2009, 1: http://www.lalibellulaitalianistica.it/blog/

[8] G.Fofi, Combattere la cultura colla e miele, «L’unità», 18 aprile 2010. In linea: http://www.unita.it/news/97592/combattere_la_cultura_colla_e_miele

9 COMMENTS

  1. Ci voleva Lenzini per rimettere i puntini su molte i, e fare un po’ di chiarezza. Il punto 3 lo condivido fin nelle virgole. E da meditare il riferimento al relativismo, quello inutile (perché non porta ad alcuna ricerca di verità) de: “il mio giudizio vale quanto il tuo”, “de gustibus”, ecc. ecc., e nichilista. Però non mi pare che i discorsi di Luperini e Baricco siano da mettere sullo stesso piano, in quanto coincidentia oppositorum. Dire che il paragone fra scrittori degli anni ’70 e quelli degli anni 2000 è scorretto è troppo facile. Semmai oggi manca il contesto forte politico-culturale, ergo letterario, di quegli anni. In cui valeva (e a mio avviso vale ancor oggi) l’importante osservazione fortiniana: l’interpretazione del mondo precede l’interpretazione del testo. Se è scorretto quel paragone, se ne può fare sempre un altro: mettere a confronto le opere prime degli scrittori anni 60 o ’70 con quelle degli scrittori di oggi. Non sarebbe un confronto “democratico” ed equo? Ritenere che il Nuovo sia per definizione sempre migliore del Vecchio, significa allora anche credere, in letteratura e altrove, alle categorie lineari di sviluppo, di progresso, ecc. Più che di linearità, nella storia si dovrebbe parlare di movimento e corso a spirale, quindi è anche possibile ammettere che gli scrittori attuali, in genere, siano meno bravi, come scrittori e non già come agenti di se stessi, di quelli di ieri. Un’altra cosa che il Lenzini non mette a mio avviso bene in evidenza è il tradizionale asservimento del ceto dei letterati e degli intellettuali, nel suo complesso, al potere. Non è questione di oggi, tant’è che uno dei primi saggi usciti in libro di Luperini trattava per l’appunto di questo argomento.

  2. evidentemente va chiarito cosa è la critica.
    per quanto riguarda il giudizio di valore la critica deve tener conto non solo delle caratteristiche dell’oggetto da capire, ma, almeno in uguale misura, degli interessi degli interpreti e quindi dei loro gusti. Tali gusti sono propriamente estetici, ma implicano quelli etici e politici, e sempre all’interno di specifici contesti antropologici. ma questo è stato già detto, ed anche bene.

    la critica, perciò, si pone su molti confini, in rapporto a una molteplicità di relazioni. in ultima analisi media una conoscenza, valutandola.
    l’ autonomia della critica è pari all’autonomia dell’arte. a differenza di questa però, se ha una dimensione morale, l’ha con l’opera e con il lettore, non propriamente con l’uomo. ossia deve offrire all’uomo non in quanto uomo, ma in quanto lettore, strumenti per un’ulteriore valutazione dell’opera posta alla sua attenzione. certamente poi il lettore è anche uomo e quindi produttore intellettuale e agente della sua vita di relazione.

  3. Di questo articolo mi hanno colpita due punti:
    “Mi contenterei se nei più giovani aumentasse il grado di consapevolezza e di capacità critica nei confronti dei meccanismi dell’industria culturale e del braccio armato dei Media; e vi fosse minore rassegnazione.”
    Non è facile. È più che probabile che Lenzini sia consapevole del fatto che i giovani critici sono attualmente impegnati in un esodo di massa, principalmente verso gli Stati Uniti – essendo il Regno Unito oramai saturo di italianisti. Né i media né le università italiane offrono alcuna alternativa a questo esodo. Chi rimane si ritrova a fronteggiare una situazione in cui operare una critica nei confronti dei meccanismi dell’industria culturale equivale sostanzialmente a suicidarsi. Non è quindi questione di rassegnazione, ma di vittoria di un modello culturale che è divenuto molto difficile se non impossibile scardinare dall’interno (e anche dall’esterno). Per attuare il tipo di critica a cui fa riferimento Lenzini, cioè una critica non rassegnata contro i meccanismi della spettacolarizzazione della cultura, mancano i supporti. Come sottolineava di recente qualcuno, ‘nell’era di Facebook e dei talk show in cui vince chi “urla” di più anche i critici letterari per non scomparire devono “strillare” ‘ (A. Prudenzano su Affaritaliani.it). Chi è quindi deputato all’esercizio della critica letteraria in un momento in cui l’industria culturale non valuta le competenze bensì l’accanimento nell’esporsi con tesi urlate? Di recente, il metodo rivelatosi più proficuo per affermarsi come “giovane critico non rassegnato” è scrivere articoli, possibilmente in Rete, sul caso Saviano (nota bene: non sull’opera letteraria di Roberto Saviano scrittore, ma sul personaggio Saviano, a cui di recente è divenuto di moda riferirsi come all’icona-Saviano; un po’ come in filologia dantesca si parla di Dante-personaggio).
    Il secondo punto che mi ha colpita è quello dove Lenzini afferma che “ormai l’antiberlusconismo, al quale tutti siamo iscritti, è il migliore alibi – con la sua mistificante delimitazione dei campi avversi – per nascondere l’assenza di un discorso critico capace di far breccia in quella realtà politica che non è rappresentata né in Parlamento né nei Media, ma riguarda la vita di ognuno – ognuno, più precisamente, di quelli che non hanno nulla da perdere, perché sono ogni giorno sconfitti.” A dire il vero, il discorso critico privo di antiberlusconismo che può fare breccia nell’esercito dei non rappresentati e degli sconfitti esisterebbe in potenza, per esempio, fra i giovani italianisti transfughi all’estero. Il problema riguarda piuttosto ciò che dicevo prima, e cioè che chi dirige o gestisce i supporti sia mediatici che accademici su cui diffondere una critica militante non rassegnata non sembrano interessati a discorsi che non siano intrisi di antiberlusconismo, mentre dall’altra parte l’industria culturale alternativa (il cui compito è dare spazio a discorsi alternativi, cioè non rassegnati) sembra apprezzare molto gli urlatori esasperati piuttosto che l’esercizio costante di una critica costruttiva, perché più noioso, meno attraente, poco roboante e soprattutto poco disposto alla promozione acritica in base all’amicizia personale o a un generico senso di appartenenza.

  4. a rubugliani,
    che coglie uno dei punti salienti del pezzo di Lenzini:
    “l’importante osservazione fortiniana: l’interpretazione del mondo precede l’interpretazione del testo.”
    Su queste frasi davvero possiamo misurare un minimo vocabolario condiviso della critica. Condiviso ma non per forza unanime. Rispetto a questo punto, bisognerebbe almeno dire: quali sono alcune coordinate sicure di interpretazione del mondo? Non dico che non ci siano, e che sia impossibile formarsene, ma sempre di meno esse presentano la perentorietà che avevano negli anni Settanta, dove sembrava ancora che la storia si svolgesse al ritmo delle rivendicazioni sociali e politiche dei ceti popolari e del ceti intellettuali.

    Condivido pienamente l’analisi di Claudia B sul “critico urlante”. Io lo riconduco al modello “Sgarbi”. Esso costituisce un modello vincente per carrierine facili, anche per persone dalle idee abbastanza stantie e confuse.
    Aggiungo una cosa, sui rapporti tra critica e università, Giancarlo Alfano, sempre in occasione dell’incontro con Lenzini e Cepollaro alla festa indiana ha detto cose lucide e importanti. Spero che ci tornerà su nuovamente anche attraverso un intervento scritto.

  5. @ andrea inglese,
    per sommi capi (altrimenti ci si perde, eppoi non ho risposte all’altezza, solo vaghe idee), direi che il riferimento agli anni ’70 (per l’interpretazione del mondo, non del testo) può essere di stimolo teorico ma impossibile storicamente. Allora c’era un’interpretazione forte, c’era un mondo bipolare di cui si sapevano (con verità ed errori) le coordinate, c’era una fiducia condivisa e culturalmente dominante (nella sovrastruttura, per dir così) nelle “sorti progressive” (se non proprio magnifiche, visti i risultati fallimentari del “socialismo reale”) del marxismo – mi riferisco a quello critico, non istituzionale (i nomi non mancano: da Vittorini a Fortini, da Leonetti a Luperini a Rossi-Landi e mille altri) – c’era ancora un progetto politico. Dopo il ’92 il mondo è divenuto monopolare, la superpotenza dominante ha creduto di aver vinto la partita, ha allargato la sua sfera d’azione, la sua “governance”
    anche sugli ex partiti di sinistra che hanno dato il meglio di sé con privatizzazioni selvagge del patrimonio industriale statale e il climax si è avuto con la guerra umanitaria (oggi, per fare un esempio in Kosovo al governo c’è la mafia del narcotraffico, direttamente non in direttamente come in tantissimi altri paesi, dall’Afghanistan alla Colombia). Insomma, per avere il predominio sulle nuove vie della seta (gasdotti e oleodotti) si sono trinciati stati come polli, altri ne sono sorti sulle rovine dei paesi dell’est come stati fantocci o cuscinetti, ecc. Ma la novità di fase consiste a mio avviso oggi nella crescente multipolarità con perdita secca di potere e di governance da parte della potenza monopolare. Certo, il cambiamento non avverrà in modo indolore (purtroppo) oltre che con quotidiani giochi delle parti per affermarsi. E in quest’ottica, ecco perché – per tornare all’Italia – l’antiberlusconismo viscerale non è la migliore soluzione, ma anzi può far danni, perché limita la visione all’albero, e non la allarga alla foresta. E la foresta è l’accettazione politica trasversale del modello dominante, a livello economico, produttivo, finanziario, e della superpotenza dominante. La politica è diventata ragioneria dell’esistente, si barcamena nello status quo. Per cui ci vuole una rifondazione dell’analisi, dell’interpretazione del mondo. A questo proposito, ritengo che categorie come “destra” e “sinistra” non possano più interpretare alcunché. Gli errori politici della c.d. sinistra radicale mi paiono evidenti, sono parte integrante del “gioco” che ha portato alla sconfitta. Mentre fin dall’evoluzione del nome l'”altra” sinistra ha già messo le carte in tavola: Pds, Ds, Pd (e punto). A quale progetto politico ci si può richiamare oggi?

  6. Caro Luca (Lenzini),
    passavo da queste parti del Web, ho visto il tuo nome, l’argomento e ho letto. Eccoti veloci e pungenti alcune osservazioni-obiezioni:
     1)     Scrivi: «se non ci si schiera e non si definiscono senza sconti interlocutori e avversari, anche tutto il discorso sulla critica resta generico e dunque sterile, almeno per chi non si accontenti di partecipare al gioco dominante». E allora perché non fare i nomi dei “rimbambiti della critica»? Perché dare per scontato che tutti (quelli di Nazione indiana?) li sappiano? Perché mantenere il discorso inter nos ( meglio: inter vos)?
    2)     Vedo che leggi «L’Unità». E Luperini ci scrive pure. Come mai? Ha ancora a che fare forse con «il quotidiano fondato da Gramsci»? I “rimbambiti della critica” (letteraria) e della politica non vi sono forse abbondantemente accolti come in «Repubblica»? Quelli de «L’Unità» (o della  pagina “culturale” del giornale) sono «interlocutori» o «avversari»?
    3)     Condivido buona parte delle tue considerazioni sulla critica e il rapporto vecchi/giovani, ma mi accorgo che, quando si tratta di passare dalla diagnosi alla prognosi, ti fermi. Citi Maestro Fortini e ti limiti ad augurare un più alto «grado di consapevolezza e di capacità critica nei confronti dei meccanismi dell’industria culturale e del braccio armato dei Media». Campa cavallo! Me li indichi tu i giovani (anche con cultura universitaria) capaci di rileggere (e capire) « la voce “Letteratura” dell’Enciclopedia Einaudi (vol. III, 1978), in particolare il terzo paragrafo, che prende spunto dall’Estetica di Hegel (poi alla p. 282 di F.Fortini, Nuovi saggi italiani, Garzanti, 1987)»? Chi gliela spiegherà più tra poco questa voce ai “ggiovani”? Non vedi (anche qui dai commenti al tuo pezzo) come nicchiano e si comportano come il giovane ricco del Vangelo (senza esserlo ricchi, credo) e si tirano indietro sussurrando – più saggi dei padri – che «il riferimento agli anni ‘70 (per l’interpretazione del mondo, non del testo) può essere di stimolo teorico ma impossibile storicamente»? Non t’accorgi che ti dicono a chiare lettere che preferiscono l’«esodo» (ahimé, non verso una Nuova Gerusalemme, ma verso gli USA!)? E anche quando pensano ad un’alternativa  all’ industria culturale d’intrattenimento la vogliono (regalatagli da chi?) sempre «industria culturale» (in sostanza con le stesse regole gerarchiche e capitalistiche di sempre)?  
    4)     Insomma non si scappa: il tuo e il loro discorso rimane adorniano ma universitario o parauniversitario.  E’ dal Convegno di Pontignano del marzo 2001 (Genealogie della poesia nel secondo Novecento) che vi vedo ancorati a discutere con i «lettori medi» e a cincischiare con polemiche simili a quelle che qui riporti (Carla Benedetti contro Luperini; Baricco contro gli accademici).  Quand’è che vi deciderete a guardare  al di fuori della barcaccia universitaria e magari verso le periferie? O volete lasciare in mano a Baricco la teorizzazione e la gestione dei “nuovi barbari” o del «Nuovo Barbarico»?
    5)     E li lascerete senz’altro a lui (o abbandonati a se stessi), se continuerete a far riferimento  al logorroico Goffredo Fofi (ahimè ancora, dopo la citazione di Fortini!). Come non vedere che egli nel mentre invita ad opporsi all’industria culturale dell’«intrattenimento», in effetti partecipa coi suoi sermoni “intelligenti” all’industria dell’intrattenimento rivolta alla quota dei consumatori della cultura“di sinistra” (snob o apocalittica o bersaniana o ex-rifondarola)? E non si capisce  perché acconsentire alla sua deplorazione della«militanza» e al suo elogio dei «sollecitatori». «Educazione e cultura dovrebbero diventar sinonimi, e la cultura tornare a farsi pensiero e non distrazione, arte e non comunicazione», dice il Nostro. Davvero? E chi saranno gli artefici di tale impresa? Se non si costruiranno altri luoghi (conventi, catacombe) diversi dai seminari universitari o dalle “comunità” ruotianti attorno alle pagine de «L’Unità» (o dello stesso «manifesto»), dove i «nuovi barbari» potranno almeno entrare in contatto con alcuni «militanti» di una volta o farsi per conto loro «militanti», evitando di ridursi a «sollecitatori» generici, continueranno a imperversare soltanto i critici dee-jay” o urlanti, l’«antiberlusconismo  viscerale» sarà l’unico surrogato politico di questa Italia americanizzata e “destra” e “sinistra” continueranno nel gioco delle parti (falso governo e falsa opposizione).  
    6)     Ti chiedi:«Si può uscire da questo sfrontato impero della Tautologia, da questa imbarazzante simmetria pre-critica i cui termini sono gli stessi nella tesi e nell’antitesi?». Sì, se l’«esodo» dalla falsa  sinistra verrà praticato (da vecchi e giovani). Sì, se i giovanotti che  cercano «alcune coordinate sicure di interpretazione del mondo» le andranno a cercare tra certi intellettuali fastidiosi, eretici e silenziati dalla Sinistra. Di mosche bianche, che  non hanno abbandonato la «civiltà della parola scritta e dell’espressione» e non scrivono nella «lingua dell’impero» ce ne sono. Faccio due nomi – discutibilissimi quanto si vuole – che quelli di Nazione Indiana forse ignorano: Preve e La Grassa. Di quest’ultimo nel prossimo numero 7 di «Poliscritture» troverai un saggio su pubblico/privato che farà venire la pelle d’oca a tutti gli ex, che – permettimi di dirtelo fraternamente – tu/voi vi ostinate ad avere come interlocutori e non avversari.
    Un caro saluto
     Ennio Abate
     

  7. @ ennio abate – scusandomi di non essere lenzini, ma si parva licet… e per precisare:
    la frase «il riferimento agli anni ‘70 (per l’interpretazione del mondo, non del testo) può essere di stimolo teorico ma impossibile storicamente» l’ho scritta appunto pensando anche – per quanto ci ho capito – ai “discorsi” di la grassa e preve (che, per precisare agli indiani, non è un binomio ma sono due distinte persone talvolta in contrasto teorico forte tra loro), e, per dirla in soldoni, mi pare che all'”esodo” verso i lidi d’oltreoceano a stelle e strisce vada piuttosto chi si ostina a basarsi su categorie come “destra” e “sinistra” come se fossimo negli anni ’70, per l’appunto. Difatti, se prendiamo ad esempio l'”accordo” fiat di pomigliano e lo rapportiamo ai settanta, si può vedere come il mondo (politico) oggi sia ulteriormente rovesciato (dopo il rovesciamento originario individuato dal moro), e il raffronto impossibile. Oggi la posizione della fiom viene considerata irreponsabile da tutte le forze politiche e i relativi corifei e sicari dell’informazione, che fanno apparire gli operai fiom, che parlano non di referendum ma di ricatto fiat e di abolizione delle libertà costituzionali insite nell'”accordo”, come dei dinosauri. Negli anni 70 era impensabile tutto ciò, allora almeno berlinguer (che ha avuto beninteso le sue responsabilità politiche per come sono poi andate le cose fino ad oggi) si degnava di recarsi ai cancelli fiat per parlare agli operai in sciopero (o portare la linea del partito), oggi invece abbiamo i dirigenti della sinistra scomparsa e del sindacato scomparso che dai tiggì o da qualche tavolino di bar affermano che quello fiat non è un ricatto (veltroni) e che i lavoratori fanno bene a votare sì al referendum. Quanto (ancora) a la grassa (più che a preve), la sua analisi mi pare troppo appiattita sul multipolarismo prossimo venturo (quantunque più che una tendenza sia una realtà oggettiva con cui fare i conti) e, come succede con ogni riflessione che individui la “causa prima”, lascia in secondo piano, come aleatorietà, le “possibilità” rivoluzionarie e conseguentemente non presta sufficiente (a mio avviso) attenzione alla realtà e capacità di incidenza (regionale, ben inteso) dei movimenti rivoluzionari (ce ne sono ancora) a livello mondiale.

  8. sarà tautologico ma mi viene in mente una riflessione di Bellocchio (bah oui) sulle qulità della critica o delle critiche sempre impossibili da disgiungere da un alta produzione letteraria.
    saluti rispettosi a tutti

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.