Nuove antologie, vecchi criteri

[Con questo articolo, apparso sul numero 11 (luglio 2011) di “alfabeta2”, s’inaugura sul sito omonimo la rubrica “Confluenze” (diversi interventi su o a partire da un medesimo libro). Tema: la poesia francese contemporanea, ma non solo. Per iniziare, una sitografia ampia, che possa mettere in contatto il lettore con un campione notevole di testi già tradotti dal francese in italiano e disponibili sul web, e un intervento di Gherardo Bortolotti sui rapporti tra la pratica di GAMMM, blog letterario di ricerca, e il concetto di Weltlireratur.]

di Andrea Inglese e Andrea Raos

[Su Nuovi poeti francesi, a cura di Fabio Scotto, traduzioni di Fabio Scotto e Fabio Pusterla, Torino, Einaudi, 2011, pp. 311, 16 euro.]

Un’antologia di poesia francese contemporanea era molto attesa in Italia, per diversi motivi. Innanzitutto, una scarsa conoscenza da parte anche del pubblico specializzato della poesia francese contemporanea al di là dei pochi nomi che in Italia, per motivi non sempre facilmente comprensibili, hanno riscosso una perdurante popolarità critica ed editoriale. (Tra il 2004 e il 2005, la rivista Po&sie fece uscire due numeri dedicati alla poesia italiana. Uno di essi includeva un questionario sulla poesia francese proposto a un certo numero di poeti italiani. I nomi che ritornavano più spesso erano Char, Michaux, Ponge, Bonnefoy, Jaccottet. Ciò indicava una ricezione della poesia francese perlomeno fossilizzata.) La grande visibilità offerta da un editore a diffusione nazionale a territori letterari sostanzialmente sconosciuti, la conseguente speranza che taluni temi e autori ricevessero finalmente la meritata attenzione, che tanto o poco si spostassero i fuochi del discorso, non facevano altro che accrescere le aspettative.

Un secondo motivo è di carattere critico-teorico: era urgente parlare della poesia francese degli ultimi trent’anni, in quanto tra gli anni Ottanta e oggi è andato prendendo corpo in Francia un paesaggio poetico che ha senza dubbio le caratteristiche della novità. Una costellazione vivace di riviste ha valorizzato poi, oltre alla pratica poetica, una produzione teorica notevole, capace di riflettere criticamente sull’eredità delle avanguardie, sui rapporti con le altre arti, su certe esperienze della poesia statunitense, per giungere a ridefinire i confini stessi del genere “poesia”. In ciò, alcuni autori francesi costituiscono un’autentica sfida per l’universo poetico italiano, ma più in generale un’occasione di ripensamento delle stesse categorie critiche che determinano la cartografia di tale universo. Insomma, un tale movimento poetico, articolato e certo non riconducibile a una semplice tendenza o poetica, esigeva di per sé un lavoro antologico capace di abbracciare l’intero spettro delle questioni teoriche, delle scelte poetiche, delle pratiche culturali e politiche che accompagna tale paesaggio, dando spazio anche a un lavoro genealogico, per poter rendere espliciti al lettore italiano i fattori di continuità, oltre a quelli di rottura..

A questo proposito, si osserva che il lavoro di ricostruzione compiuto da Scotto nella sua Introduzione, sostanzialmente corretto, omette di citare almeno il lavoro antologico compiuto dal poeta Jean-Michel Espitallier (Pièces détachées. Une anthologie de la poésie française aujourd’hui, 2000) e l’altrettanto interessante corollario teorico alla stessa antologia (Caisse à outils. Un panorama de la poésie française aujourd’hui, 2006). Va sottolineato che, al di là delle scelte specifiche, il grande merito dell’antologia di Espitallier è quello di esplorare a tutto campo i vari filoni – e sono davvero molti – della poesia che in Italia si definirebbe, con un certo schematismo, sperimentale. Più che di tassonomie stilistiche, Espitallier s’interessa di procedimenti, indagandone le ragioni estetiche, ma soprattutto conoscitive.

Alcuni dei poeti antologizzati da Espitallier, Scotto non ha potuto non includerli nella sua antologia, per l’importanza riconosciuta che il loro lavoro ha acquisito in Francia. Ma quando deve presentare autori come Hocquard, Gleize, Quintane o Cadiot, il suo discorso critico diventa stucchevole, manualistico, privo di forza esegetica. Tra questi autori, Scotto si muove su un terreno che gli è estraneo, che fatica a comprendere, per scarsità di strumenti teorici, familiarità con i testi e anche spontanea partecipazione. Un vero peccato, considerando che un fitto dialogo esiste già da anni tra questo versante della poesia contemporanea francese e una parte della nostra poesia italiana attuale. Di questo scambio, noi firmatari dell’articolo siamo parte in causa. Ma non siamo ovviamente gli unici. Chi più ha lavorato, traducendo testi e brani teorici, sugli autori della “costellazione Espitallier”, è stato probabilmente Michele Zaffarano, anch’egli poeta, e attivo attraverso il blog GAMMM, le edizioni Arcipelago di Milano e La Camera Verde di Roma. L’elenco dovrebbe poi includere tutti i redattori di GAMMM (http://gammm.org) che di questi autori francesi hanno approfondito le ragioni teoriche. E proseguire con critici e scrittori come Alessandro De Francesco. Il nostro intento non è però quello di fornire qui un panorama esaustivo di tutti coloro che, in Italia, hanno esplorato questo versante della poesia francese. Il nome di GAMMM deve fungere soprattutto da sineddoche di una critica militante estremamente attiva in rete e nelle piccole case editrici, anche se misconosciuta dal mondo accademico. D’altra parte tale mondo, come dimostra il caso di Scotto, sconta non pochi ritardi.

La scelta di Scotto è stata quella di una ricognizione unanime, non tacciabile di essere partigiana dal punto di vista delle poetiche o delle tendenze, come se tale neutralità possa costituire un titolo di merito. Noi riteniamo invece che sia proprio questa pretesa neutralità a costituire il limite più grave dell’operazione; avremmo preferito piuttosto che Scotto assumesse fino in fondo le sue preferenze, i suoi partiti presi poetici, con quel di inevitabilmente dogmatico ciò comporta. Avrebbe così potuto rendere maggiore giustizia, ad esempio, al panorama dei poeti più lirici, sviluppando un discorso sistematico sulla tradizione lirica francese, la sua specificità rispetto a quella italiana, e i suoi innovatori. Purtroppo, però, l’idea di assumere un’attitudine comparatista, e conscia eventualmente dei propri presupposti militanti e di poetica, pare non avere legittimità in Italia in operazioni antologiche come questa. Sono davvero tempi lontani quelli in cui, per la stessa collana Einaudi, Alfredo Giuliani e Jacqueline Risset coniugavano i loro talenti alfine di presentare al pubblico italiano un’antologia di alcuni dei poeti legati alla rivista “Tel Quel” (Poeti di Tel Quel, Einaudi, 1970). In loro, prevaleva l’idea dell’intervento militante, ma anche l’ottica comparatista, in grado di mettere in parallelo le esperienze della neoavanguardia italiana con quelle coeve della nuova avanguardia francese.

21 COMMENTS

  1. Ringrazio Andrea Raos e Andrea Inglese per la qualità della riflessione verso la poesia francese. Una curiosità magnifica. Hanno delineato una terra dove il dialogo tra poeti italiani e francesi è sempre vitale. La critica non deve essere solo il ricordo dei grandi poeti, affiorando solo una parte della poesia, ma da una finestra, anche lontana, circondata da oceani o da mari, vedere l’orizzonte, anche camminare sul terreno come l’hanno fatto Andrea Inglese e Andrea Raos a Parigi, incontrando poeti francesi, lavorando con talento per tradurre la poesia francese odierna.
    Mi è accaduto di leggere le due versanti del testo in francese e in italiano, trovando esperienza bellissima.

  2. Il modo migliore per contrastare le scelte della grande editoria, e le opzioni critiche del paludato e fossilizzato mondo accademico, è quello di rispondere con i “fatti” – in specie, con la produione di nuove opere di “segno”, intenzioni e destinazione opposti. Nel merito: una contro-antologia ragionata della poesia francese “altra” dell’ultimo trentennio, che metta in campo quegli strumenti teorici che la critica ufficiale sistematicamente elude – anche perché l’invenzione, e l’utilizzo sul campo, di nuovi apparati analitici e di nuovi paradigmi ermeneutici le sono sostanzialmente estranei. Si contano sulle dita di una mano coloro che si inoltrano in territori “sconosciuti”, sapendo che tanto la mappa posseduta quanto le coordinate che contiene possono risultare praticamente inutilizzabili, non appena varcata la soglia del già-detto e già-ripetuto.

    Se “gammm”, per consuetudine di studi, frequentazione e familiarità con l’oggetto, traduzioni e lavori già esperiti da parte dei suoi componenti, ritiene di aver reperito “quanto” serve per definire i confini di un “paesaggio” letterario (e non solo) che resterebbe altrimenti inaccessibile, non gli resta che realizarla un’opera del genere – un’opera che, comunque, costituirebbe un precedente e costringerebbe al confronto dei percorsi, e dei relativi presupposti teorici, con esperienze di segno più “accomodante” e “tradizionale” (cfr. l’antologia di Scotto & Co.).

    Ciò potrebbe costituire, di riflesso, anche uno stimolo per indagare realtà “altre” del panorama italiano, sistematicamente ignorate da tutti gli studiosi che si muovono nel solco di una gratificante (per loro) laudatio dello status quo.

    Se “Arcipelago” e “La Camera Verde” sono sensibili, e l’hanno dimostrato nei fatti, a queste scritture “fuori quadro”, possono anche accollarsi l’onere della pubblicazione di un lavoro del genere. Mi si dirà che queste piccole editrici hanno scarsa visibilità fuori dalla cerchia di un certo (ristretto) numero di lettori “particolari” – ed è così. Ma ciò dipende, secondo me, anche da un inadeguato e talvolta distorto uso della rete, dalla politica cocciutamente auto-refenziale della maggioranza dei lit-blog, che non sanno assolutamente valorizzare quelle produzioni “autoctone” che potrebbero, col tempo, rappresentare un contraltare concreto e verificabile alle logiche dominanti.

    E poi, quante copie (reali) credete che venda un’antologia come quella “einaudi-ta”, col suo assemblaggio di materiali già ampiamente consegnati alla memoria degli studiosi e dei lettori?

    fm

  3. ciao francesco,
    in effetti di questa antologia che tu ipotizzi ne abbiamo parlato più e più volte in ambito gammmo ma ogni volta abbiamo dovuto rimandare, per cento motivi, primo fra tutti l’impossibilità corrente di dedicarsi ad un impegno del genere. d’altra parte, e questo è un pensiero mio, già gammm dovrebbe valere come antologia. sicuramente non una contro-antologia (essendo stata avviata ben prima del lavoro di scotto) ma piuttosto un’in-fieri-antologia (passami l’orrendo neologismo ;-).

  4. Si fm, hai perfettamente ragione. E posso pure dirti che un’antologia della poesia francese contemporanea fatta in un’ottica militante è stata persino sul punto di nascere. Ma oltre alla disponibilità delle case editrici come Arcipelago o la Camera Verde, un lavoro tale necessita di un minimo di sponsor. E qui la faccenda si fa subito difficile. Ragion per cui il progetto di cui sopra non è mai andato a termine. Ma questo non è un lamento. Proprio perché un’antologia con tutti i sacri crismi era al di fuori della nostra portata, in GAMMM come in Nazioneindiana, o attraverso dei volumetti di singoli autori, o degli ebook, si è comunque portato avanti tutto un lavoro di traduzione. Lo si è anche accompagnato da riflessioni più teoriche.

    Purtroppo l’antologia di Scotto ha mostrato come esista ancora un’opposizione forte tra mondo accademico e grande editoria, da un lato, e mondo dei poeti-critici-traduttori in rete e nella piccola editoria, dall’altro.

    Se di antologie del genere ce ne fossero diverse, nessuno farebbe le pulci più di tanto al lavoro di Scotto. Purtroppo così non è. E allora è più forte l’impressione di un’occasione almeno in parte mancata. Il pregio di Scotto è che è un francesista che almeno s’interessa alla poesia francese contemporanea. Il suo limite è che lo fa secondo un’ottica angusta, in cui giocano certi pregiudizi e certe cautele. Ma come tu dici: il tema tocca comunque un pubblico ristretto. Valeva la pena di essere più audaci.

  5. Grazie delle risposte.

    A me, comunque, rimane un dubbio…

    Mi chiedo: se Maometto (la critica accademica e di apparato, la grande editoria che la sponsorizza) non va alla montagna (la critica militante in rete, con le sue produzioni teoriche e creative, e la piccola editoria che cerca di supportarla), perché mai la montagna (…) dovrebbe andare da Maometto (…)?

    In altri termini: perché mai dovrei mettermi a recensire opere del genere, sapendo che i miei rilievi non troveranno mai ascolto dall’altra parte, tanto meno saranno oggetto di un qualsivoglia confronto?

    fm

    Il dubbio più atroce, comunque, riguarda l’identità: chi è “flic” e chi è “floc” :)

  6. “In altri termini: perché mai dovrei mettermi a recensire opere del genere, sapendo che i miei rilievi non troveranno mai ascolto dall’altra parte, tanto meno saranno oggetto di un qualsivoglia confronto?”

    Buona domanda. L’unica risposta che ti posso dare è: perché si spera sempre che non sia cosi. Che i compartimenti non siano cosi stagni. Perché non credo neppure che la critica accademica sia una categoria dello spirito, intemporale. Perché qualcuno possa magari, non dico entrare nel confronto, ma almeno porsi il problema. Perché nessuna legge dice che la grande editoria debba essere impermeabile al buon lavoro, teorico e di traduzione, che si faccia in rete o su carta.

  7. Buona risposta. E ti auguro di vedere concretizzata la tua “speranza”.

    Ma: questa “speranza realizzata” (ad es.: un’opera “gammm-iana” nella “bianca” o nello “specchio”) muterebbe la “sostanza delle cose”? Cambierebbe i “termini della questione”?

    Secondo me (che pure sono “blochiano” di formazione), assolutamente no. Qualora avvenisse, servirebbe solo ad accreditare di uno “spirito aperturista” quei ricettacoli del nulla-in-versi.

    La questione, come sempre, è *politica* – prima che culturale. Bisognerebbe trovare le forze, e la volontà, di creare qualcosa di totalmente *alternativo* dal “basso” (dalla rete)… Ma, sic stantibus rebus (leggi: l’estrema autoreferenzialità dei maggiori lit-blog), la vedo nera.

    In altri termini: vincono “loro”, anche quando non hanno un cazzo da presentare che non sia la rifrittura della stessa aria e il candeggio con annesso risciacquo (magari usando nuovi detersivi) degli stessi panni. Del resto, basta dare un’occhiata alle classifiche di *qualità*…

    fm

  8. Quella di Fabio Scotto è un’antologia che ha tutti i limiti di un lavoro antologico che vuole racchiudere poeti diversissimi tra loro. Ma non si può neanche invitarlo, come viene fatto in fondo a quest’articolo, ad occuparsi soltanto di tradizione lirica. Si possono salvare due o tre poeti in quell’antologia, e comprarla solo per quelli.
    Come ho rilevato altrove, i limiti del lavoro (per altro prezioso e anni-luce in anticipo sull’editoria) in rete consistono da una parte nell’oscurare in molti casi l’originale francese; dall’altra nel fare poesia per un gruppo ristretto. Che si opti per una traduzione senza testo a fronte, o che si scelga di pubblicare esclusivamente l’originale in lingua (vedi GAMMM) si ricade nello stesso errore.
    Piuttosto rileverei che un criterio di scelta nell’antologia Einaudi è imbarazzante per chi legge. Esempio: non è più contemporaneo un poeta “prematuramente deceduto” come Tarkos. Vada per gli altri criteri: cronologico, inedito, letterario. Ma non è che con la morte dell’autore scompare l’opera.
    Qui si propongono contro-antologie più o meno ragionate in un’ottica libera da logiche editoriali, ma si usano sempre i soliti riferimenti e si cade nella solita dicotomia: studiosi – lettori.
    Forse il lavoro antologico andrebbe fatto sul singolo autore (Gleize – Tarkos), il che è preferibile al proporre piccoli libri (estratti di un’opera) che non danno ragione di un lavoro.
    Oppure cominciare davvero a tradurre per intero i libri dei poeti in cui si crede e pubblicarli. Tanto si tratterà sempre di poche copie. Se qualcuno ci riesce con Arno Schmidt.

    a.

  9. a alfredo,

    sulla mancanza del testo originale in molte delle proposte di traduzione in rete hai ragione; la proposta ideale è il testo a fronte; ma esistono anche tradizioni diverse, come quella francese, che tende a sopprimere anche nelle pubblicazioni cartacee l’originale; il problema nel web, io credo, sia in definitiva di economia di energie: si tratta di lavoro editoriale realizzato sul tempo libero di ognuno; ricopiare il testo originale a volte implica, banalmente, uno investimento di tempo ulteriore;

    non sono d’accordo con te invece sul “male” dei testi in originale; dei siti come GAMMM hanno anche funzione di laboratori a diverse entrate; non ci trovo nulla di male che alcune entrate sia selettive, perché presentano dei testi orginali; la padronanza dell’inglese o del frances non è poi associata allo statuto di autore o di lettore; vi sono poeti che non leggono il francese così come vi sono lettori che lo leggono;

    infine: parlando di antologie di poeti che davvero si amano, citando Arno Schmidt, parli di corda in casa dell’impiccato.
    Io mi sono preso la briga, grazie all’invito di Massimo Rizzante (direttore di collana) e della casa editrice Metauro, di curare e tradurre la prima antologia italiana di Jean-Jacques Viton, uno dei massimi poeti francesi viventi, praticamente sconosciuto in Italia. Ho potuto fare questo lavoro durato mesi semplicemente perché mi è stato remunerato. Ne è venuto fuori un libro di 270 pagine, con un’introduzione di venti pagine, bibliografia completa, e degli estratti tradotti da 12 libri pubblicati tra il 1984 e il 2008. Il tutto con testo a fronte. Abbiamo fatto presentazioni persino a Milano e a pordenonelegge. Siamo finiti terzi in classifica al dedalus delle traduzioni. E’ uscita una recensione su Semicerchio, che diceva che il lavoro era ben fatto, ma il poeta un po’ scarsino, un minimalista (???). E poi nient’altro. Pochissime copie vendute. Quante volte uno può imbarcarsi in questo tipo di impresa, e per questi risultati? Per fortuna c’è il web.

    (a proposito, qui la versione solo italiana: http://http://www.nazioneindiana.com/2009/12/03/il-commento-definitivo-di-jean-jacques-viton/)

  10. Andrea, io posso capire la tua argomentazione. Ma, nell’epoca degli scanner, credo che il discorso sul testo a fronte sia diverso. Chi non lo mette non si espone alla critica (vedi, invece, quel che accade su Imperfetta Ellisse). Non si può discutere sulla traduzione; si può supporre che sia buona, anzi si prende per buona. Tu obietterai che lo stesso discorso vale per la prosa, ti rimetti al traduttore, alla sua bravura. Però, se vuoi pubblicare su carta, ci saranno lettori all’interno della casa editrice che conoscono il testo originale, la lingua, e daranno l’assenso alla traduzione. In rete chi dà credito a un traduttore? Qualcun altro legge i testi originali?
    I testi “originali” privi di traduzione in sé non sarebbero un male. Ma il lettore disincantato si può anche chiedere: chi c’è dall’altra parte? Un lettore vero, oppure… è un laboratorio vero, oppure… . Non possiamo ignorare che c’è qualcosa di per-verso nella rete. Quale significato ha, ad esempio, presentare l’estratto di un testo originale, già presente in rete, che funzione ha? Nulla mi vieta di prendere un brano dal sito delle edizioni P.O.L. e riportarlo tale quale sul mio blog? Nessuno, ma quello che faccio è (perciò non lo faccio) una falsificazione. E per una semplice ragione: non provo di aver letto il libro. Se non è divulgazione (non faccio nulla per renderlo accessibile), se è laboratorio, dov’è il manufatto?
    La terza parte è lavoro serio (anche se il link rimanda altrove). “Per fortuna c’è il Web?” Se chi cura un blog collettivo come Nazione Indiana non riesce a vendere almeno un migliaio di copie di un libro di poesia… (Pochissime copie vendute: a quanto corrispondono?) è sconfortante… indice di una marginalità della poesia cercata voluta perseguita dagli stessi poeti, che prima si immaginavano nell’empireo, oggi si chiudono nei laboratori… ma la rete ha una potenzialità enorme…
    a.r.

  11. scusa alfredo, ma non ti seguo più…
    sull’importanza del testo a fronte siamo d’accordo, quindi non aggiungo altro…
    per il resto mi sfugge del tutto il tuo discorso sulla “falsificazione” che nascerebbe dal riportare un testo in originale su un blog di poesia…

    seguo invece, purtroppo, il finale: “Se chi cura un blog collettivo come Nazione Indiana non riesce a vendere almeno un migliaio di copie di un libro di poesia… (Pochissime copie vendute: a quanto corrispondono?) è sconfortante… indice di una marginalità della poesia cercata voluta perseguita dagli stessi poeti, che prima si immaginavano nell’empireo, oggi si chiudono nei laboratori…”
    allora:
    1) quando si fa un grosso lavoro, per far conoscere un autore importante, e i risultati sono minimi, è sempre sconfortante, ne convengo…
    2) la marginalità editoriale della poesia è un fatto; che la poesia sia altrimenti marginale, all’interno ad esempio della letteratura, io naturalmente non lo credo;
    3) che la marginalità (editoriale) della poesia sia “voluta cercata preseguita” ecc. ecc. è un luogo comune, ripetuto pappagallescamente ovunque, e ha lo stesso grado di verità e falsità delle indebite generalizzazioni; mi spiace ritrovarlo espresso anche da una persona come te, che mi sembra ragionare con attenzione sulle cose

    ps: mi scuso per il link fuorviante: ci riprovo, per il Viton:http://www.nazioneindiana.com/2009/12/03/il-commento-definitivo-di-jean-jacques-viton/

  12. Amo il testo a fronte, perché due lingue si incontrano nel la loro diversità.
    Ho l’impressione di attraversare due fiumi, di ascoltare un canto dove le parole sono piene di misteri, di cercare un vincolo tra parole di forma straniera. In silenzio. Il mio sguardo va da un testo a un altro. I testi mi rimpieno di ombra, di murmuri. Cammino sul fianco di due terre.
    Sottolineo il talento dei traduttori che fanno emergere la poesia da una lingua straniera, cercando di raffigurare la lingua poetica natale sotto la luce straniera.

  13. Cercherò di procurarmi il tuo libro su Jean-Jacques Viton, che conosco solo frammentariamente. E che, d’altra parte, non compare nell’antologia di Fabio Scotto. Minimalista? le definizioni sono soltanto caselle. Vado sul dizionario D.O. e trovo “Scrittore di ambienti o episodi minimi, narrati con un linguaggio vicino al parlato”. Se parto da “Douze apparitions calme de nus…”, io trovo questi testi “très composés”.
    Essendoti occupato di lui a fondo, vorrei chiederti se conosci due articoli di Jean-Jacques Viton dedicati a Ghérasim Luca (“Ghérasim Luca, une cabale phonétique”, pubblicato nella primavera del 1992 sulla rivista “Impressions du sud” e “Ghérasim Luca, le sans commentaires du sens” Les lettres françaises n. 12). Se potessi darmi qualche indicazione su come reperire questi articoli.

  14. In grande maggioranza, i testi in traduzione usciti dal 2006 a oggi su gammm.org riportano anche la versione originale.

  15. caro alfredo,
    l’informazione la dai tu a me… non sapevo dell’esistenza di questi articoli, né che Viton avesse scritto su Luca. Sento il diretto interessato e ti scrivo via mail.

  16. Ti ringrazio. Sarebbe bello poterli leggere. Viton ha sicuramente scritto su Ghérasim Luca. Anche perché, se non erro, ho letto proprio su Nazione Indiana un articolo di Viton scritto (per l’Humanité) in occasione della morte di Ghérasim Luca.

    a.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.