Misure per abbattere il debito pubblico e combattere l’evasione fiscale

di Pino tripodi

1)      Le risorse incamerate per effetto delle proposte a seguire devono essere dedicate esclusivamente all’abbattimento del debito e non utilizzate per altra ragione. Occorre dunque una voce del bilancio dedicata esclusivamente  al pagamento del debito alla quale vanno indirizzate tutte le risorse dei punti 2,3,4 di seguito elencati.

2)      Raccolta del TFR giacente presso le aziende. Con la raccolta del TFR degli anni precedenti si paga il debito, con quella dell’anno in corso si pagano le liquidazioni.

3)      Messa in vendita dell’ammontare totale del debito pubblico. Gli acquirenti dei titoli del debito – che non saranno Buoni del tesoro o Cct, ma Bdd, Buoni del debito – anziché ricevere soldi di  interessi, alimentando così la spirale del debito, utilizzano i titoli acquisiti per pagare a prezzi costanti ( a prova dunque di aumento) tributi e tasse negli anni successivi. I titoli acquisiti aumentano di valore in percentuale crescente rispetto agli anni di uso e sono cedibili, sono cioè titoli al portatore che possono essere tranquillamente venduti sia per acquisire moneta, ma anche beni corrispondenti. L’aumentare del valore del Buoni del debito – che corrisponde al tempo tra l’emissione e l’incasso – anziché aumentare il debito lo abbatte.  Lo stato quindi non paga più interessi sul debito, ma distribuisce benefici differiti sul pagamento anticipato di tasse e tributi a cittadini e aziende.Anziché col pagamento degli interessi, lo Stato paga il debito con minori entrate negli anni a seguire. Anziché differire il debito, aumentandolo progressivamente, lo Stato incamera in anticipo una quota delle entrate che altrimenti incasserebbe in futuro.  Le entrate così diminuiscono, però solo della quota spettante agli acquirenti dei Titoli del debito; le entrate totali invece aumenterebbero con l’aumento del prelievo sulle rendite e con l’abbattimento dell’elusione e dell’evasione fiscale di cui al punto 6.

4)      Aliquota del 20% su ogni tipo di rendita finanziaria (la misura prevista dalla manovra governativa di agosto in vigore dal 1° gennaio 2012 mantiene l’aliquota al 12,5% per i titoli di stato, i buoni postali ecc.) Il differenziale del 7,5% del prelievo sulle rendite finanziare ( dal 12,5 al 20%) viene utilizzato esclusivamente per l’abbattimento del debito fino alla sua estinzione.

5)      Pensionamento libero oltre la soglia prevista di legge per tutti i cittadini. Ciò vuol dire che chiunque potrà, su base volontaria, continuare a lavorare. La misura renderebbe inutile ogni forma di costrizione e darebbe benefici in termini di riduzione della spesa enormemente superiori a qualsiasi altra riforma delle pensioni.

6)      Progressivo ma rapido utilizzo della moneta virtuale per qualsiasi tipo di transazione onde abbattere l’evasione fiscale. La misura renderebbe – eterogenesi dei fini –  un grande beneficio al sistema bancario e postale poiché richiederebbe la bancabilità – o postabilità – di ogni residente e dimorante nel territorio dello Stato. Qualsiasi transazione escluso il baratto – che risulterebbe incentivato – avverrebbe infatti con la moneta virtuale. Ogni residente e ogni soggetto economico avrebbe come effetto della misura una contabilità in entrata e in uscita totalmente trasparente. L’evasione fiscale risulterebbe impossibile. Anche in questo caso, anziché una crociata contro gli evasori – dagli effetti dubbi – si propone una misura “tecnica”che presuppone – come lo presuppongono le proposte ai punti 3 e 5 – la messa in discussione dei paradigmi dominanti in tema di economia e società.

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Note:

1)     Il paradosso di Jevons in The coal question del 1865 (Le tecnologia atte a ridurre l’uso di carbone non riescono nell’obiettivo, anzi ne aumentano l’uso)  e il debito pubblico (le misure prese per ridurre il deficit non solo non lo riducono ma sono efficaci a centrare l’obiettivo contrario, quello di aumentarlo). La stessa proposta di mettere in costituzione la parità del bilancio va in questa direzione. Il motivo è semplicemente che non si muore di debiti, ma degli interessi maturati su di essi.

2)     Il boomerang delle politiche del debito che si era abbattuto sui paesi terzi e che ora sta franando sui paesi primi.

3)     I limiti delle politiche Keynesiane e il disastro di quelle monetariste.

4)     Valore della moneta e vantaggi del suo uso (oltre come riserva, tipo l’oro) virtuale.

5)     Effetti sociali – anch’essi derivati per eterogenesi dei fini – dell’uso esclusivamente virtuale della moneta e eliminazione degli effetti collaterali dell’evasione fiscale (tra i quali non poche figure di allarme e di insicurezza sociale).

 

22 COMMENTS

  1. Punto 2: il tfr dell’anno in corso è sufficiente a pagare le liquidazioni? Si può avere qualche dato?
    Cosa succede alle aziende la cui liquidità viene strozzata dal prelievo del tfr? Cosa succede ai fondi pensione? Cosa succede all’Inps?

    Punto 3: Chi se li compera, i Bdd?
    Il debito pubblico italiano 2010 è pari a 1.843.015.000.000 euro. Fanno quasi 30 mila euro a cittadino (lattanti e ultracentenari compresi). Immagino che l’acquisto e la circolazione di buoni che servono alla fin fine a pagar le tasse in Italia sia ristretto a chi paga le tasse in Italia: i cittadini, i residenti, le imprese che hanno sedi in Italia. Ovvero, sospetto che tutto quel po’ po’ di roba dovrebbe essere piazzato (magari indirettamente) sul mercato interno (o avere insomma il mercato interno come destinatario finale). Mi sbaglio?

    Il punto 6 sarà molto apprezzato dalla Lega Nord, per la quale gli immigrati clandestini sono certamente “figure di allarme e di insicurezza sociale”.
    La virtualizzazione della moneta non basta, credo, per rendere trasparenti le contabilità e impossibile l’evasione fiscale: poi bisogna anche permettere al fisco di guardare nei conti correnti di chiunque (o sbaglio?).

  2. a mio parere tutti i ragionamenti suonano inutili dal momento che uno come il ministro Sacconi,dimenticando per esempio la catena di morti sul lavoro e la collina dei suicidi dove giacciono coloro che hanno smesso di sperare che la propria volontà di autodeterminazione potesse averla vinta sull’inedia della politica creata ad arte dai maghi della finanza interviene sulla discussione usando per moderarla oltremodo terminologie che sono la variante legalizzata del trinatriaco “sappiamo a che ora esci di casa”.Si,quel temo che dalla violenza verbale si arrivi all’omicidio” usato impropriamente ferisce quasi a morte la libertà di espressione.Noi,e se non vi va intendetelo pure come plurale maiestatico,stiamo con il lavoro regolare e con la vita,loro non lo so

  3. Mi vengono in mente, al volo, due obiezioni da dilettante dell’economia.
    Punto 2) – Se il mio TFR fino allo scorso anno è utilizzato per pagare il debito, e quello di quest’anno per le liquidazioni, come fa a maturarmi la pensione? E, di conseguenza [Punto 5], che senso ha dirmi che posso andare in pensione o restare a lavorare se voglio? Se ho una pensione calcolata sui contributi esistenti dal 2012 in poi, non ho scelta.
    Punto 3) – L’emissione di Buoni del debito (Bdd) utilizzabili come moneta corrente – anche se limitati a tributi e tasse – non è una novità: è quello che successe durante la Rivoluzione Francese con la crisi dell’assegnato, che entrando in circolazione si aggiunse alla moneta determinando una spaventosa inflazione, con conseguente crollo del valore reale del titolo (il cui valore nominale, teoricamente costante, perse ogni significato). Com’è andata a finire credo sia noto (per un breve ripasso vedi qui).
    In conclusione: uno dei fondamenti dei paradigmi dominanti, nell’età della finanziarizzazione dell’economia, è che i debiti vanno comunque onorati, anche se tocca togliere ai ricchi (con l’imposta patrimoniale) per dar ai ricchissimi (tipo Goldman Sachs, una banca in grado di far fallire uno stato come la Grecia e comprarsene un altro come il New Jersey. Se questi 6 punti prevedono il pagamento del debito fino al pareggio del bilancio, invece del diritto all’insolvenza, dov’è l’alternativa?

  4. Prescindo dalle obiezioni tecniche specifiche sulle singole misure, già in parte sollevate nei precedenti commenti.
    Il punto fondamentale che sembra sfuggire a Tripodi è che l’unico modo per pagare il debito è aumentare la liquidità, e cioè praticando un comportamento uguale a quello che ha provocato la bolla speculativa.
    Introdurre gli eurobond, aumentare il fondo di salvataggio europeo sono misure identiche a quelle che hanno provocato la crisi.
    Nel merito, i BDD che costituiscono la proposta quantitativamente più rilevante, se si possono scambiare, costituiscono una forma di liquidità, aggiungendosi alle banconote e alle altre tipologie di titoli.
    L’unica misura seria sarebbe quella di una patrimoniale una tantum che riuscisse a ridurre di una percentuale significativa (il 20% sarebbe una cifra congrua, ma attenzione, stiamo parlando di 400 miliardi di euro, un importo davvero sostanzioso) il debito in una volta sola. L’effetto sul mercato ci sarebbe ed anche importante: forse, lo spread coi bund tedeschi sarebbe di segno inverso.
    Anche così però, avremmo risolto un problema nazionale, quello italiano, ma il problema globale di chi paga circa 650 mila miliardi di dollari di titoli alla loro scadenza, permane interamente nella sua gravità (bisognerebbe che tutti gli uiomini destinassero l’intero ammontare del loro lavoro dei prossimi nove anni, cioè senza avere nulla per sopravvivere nel frattempo…).
    Il big bang finanziario non è insomma una funesta eventualità, è una certezza. A menocchè tutti i governi mondiali convenissero su una riduzione sostanziosa del loro valore facciale.
    Il default di una singola nazione è cioè la scelta in qualche misura disperata, ma comunque l’unica ragionevole per non rimanere vittime di questo scoppio finanziario prossimo venturo.

  5. Grazie per i commenti pertinenti il mio pezzo. Tenterò di rispondere in ordine, ma permettetemi qualche considerazione preliminare. 1) L’attuale crisi, come ogni crisi strutturale di qualsiasi ordine e grado, è una crisi essenzialmente estetica. Con ciò intendo dire che, al di là delle forme che assume e delle tecniche per alleviarne gli effetti, essa è insuperabile senza cambio di paradigma, ovvero dell’universo di pensiero che soggiace al sistema dato. 2) I paradigmi economici attuali sono il keynesismo e il monetarismo. Al di là dei meriti che il keynesismo ha avuto e dei disastri che il monetarismo ha profuso, l’uso di questi paradigmi – per di più spesso mixati in modo esplosivo da parte degli stati – è condizione del perpetuarsi della crisi. 3) Occorre pensare ad altri paradigmi, dunque a un’estetica del divenire che contrasti e superi quella presente e che non riguardi solo l’economia (questa è la ragione per la quale obtorto collo, pur avendo eminentemente interessi filosofici e letterari, persone come me – e come Andrea Inglese, che ha iniziato una riflessione feconda sul rapporto tra estetica e crisi- non possono non occuparsi anche di economia). 4) Le proposte qui presentate sono solo alcune tra le tante che potrebbero avere diritto d’esistenza una volta passate al vaglio della “tecnica”. Da queste e da altre proposte ciò che occorre pretendere è non solo e non tanto che siano tecnicamente apprezzabili, ma soprattutto che si configurino come un tentativo, per quanto timido ed embrionale, di ragionare su altri paradigmi, su altre estetiche della vita.
    Ora, spero di aver tentato un piccolo movimento sui seguenti punti: A) Il TFR è una notevole massa di liquidità che anziché essere utilizzata come credito di fatto gratuito per le aziende o per sostenere quella bomba ad orologeria dei fondi pensione, già esplosa negli Usa, potrebbe essere utilizzata per contenere gli effetti degli interessi sul debito. Lapalissiano (chiarisco a Girolamo) che lo Stato non avrebbe gratis questa liquidità: dovrà certo pagare le pensioni maturate ma intanto la utilizzerebbe ai fini di cui sopra. A Giulio Mozzi che ringrazio:i dati TFR su cui ho lavorato sono del 2008; a fronte di circa 12,3 milioni di dipendenti del settore privato con reddito medio di 25.700Euro, l’importo annuo potenziale da TFR è pari a 21,8miliardi. Le pensioni liquidate nel 2010 sono state 714.000, ma nei primi 8 mesi del 2011 quelle di anzianità sono crollate passando da 258 mila a 208 mila, con un calo del 19,3%. Giù anche quelle di vecchiaia, calate del 24,1% dalle 155 mila del 2010 alle 88 mila del 2011. (Per i dati vedere i bilanci dell’Inps su http://www.inps.it/docallegati/Mig/Doc/Informazione/rapporto_annuale/Rapporto_annuale_2010/5-CAP_IV.pdf).
    B) Il debito è funzione della ricchezza, permette di godere di beni altrimenti infruibili. Anche sulla crisi attuale, però non è il debito il problema; esso sarebbe ingestibile, ma non gli interessi maturati su di esso. Ciò mette all’ordine del giorno, come ho tentato di spiegare in precedenti pezzi su Nazione Indiana,
    l’identità tra interessi e usura e le necessarie misure per creare un’economia in cui i debiti abbiano sì la finzione di godimento anticipato dei beni ma l’usura-interesse venga limitata o abolita. La proposta dei Buoni del debito (grazie Vincenzo Cucinotta per il tuo rilievo) nel mio ragionamento non c’entra con altre misure adottate durante la grande rivoluzione o altrove e non può determinare inflazione. Mira essenzialmente a interrompere il corto circuito debito-interesse sul debito- più debito e a proporre uno scambio diverso da quello keinesiano classico (il denaro preso in prestito si paga con più denaro e si riesce a pagare se e solo se la crescita dell’economia è in grado di assorbire il debito; una spirale simile è quella esperita da milioni di individui i quali si sono indebitati pensando di guadagnare di più in futuro; ciò non è successo ai più che sono al collasso o alla fame). Con i Buoni del debito, il debito pubblico non si pagherebbe in denaro né avrebbe gli effetti distorsivi intermini di inflazione e interessi; si tratterebbe di uno scambio tra pagamenti anticipati di tasse-tributi contro minori entrate in futuro; inoltre assicurerebbe vantaggi non da poco per i compratori. Certo, ha ragione Giulio. I buoni del debito potrebbero non essere sufficienti – ma è probabile che nessuna misura, esclusa quella della moneta virtuale, lo sia – e verrebbero acquistati per lo più all’interno. Il successo del Buoni del debito dipenderebbe in buona misura dalla fiducia (il propellente dell’economia) che riscontrerebbero.
    c) occorre invertire il discorso sulle pensioni. Sono un matusalemme, ma l’idea che le pensioni debbano condizionare così pesantemente il futuro della popolazione mi rattrista. Penso che sia una stupidaggine l’idea che si vada presto in pensione. Gli anziani hanno bisogno di lavorare più dei giovani. Credo che gran parte delle risorse destinata alle pensioni (attualmente più dell’11% del PIL) vada destinata ad altri fini e soprattutto a quello di rendere meno oppresse dalla questione lavoro-reddito i giovani. Scusate se taglio con l’accetta la questione, ma penso che i giovani abbiano diritto a lavorare, se lo vogliono, il più tardi possibile e ad avere redditi sufficienti per poter studiare, progettare e creare, cioè produrre una società di persone indipendenti dalle catene schiavili di ritorno.
    La pensione andrebbe erogata solo su base volontaria e ( ma su questo dovremo tornare) e comunque dovrebbe essere uguale per tutti. La volontarietà dell’ingresso nel mondo dei pensionati sono convinto che abbatterebbe questa parte della spesa.
    D) Il denaro è informazione. Lo è in particolare da 40 anni, da quando cioè Nixon eliminò la parità oro-dollaro. Gli Stati e le società non hanno ancora maturato questa profonda trasformazione che può avere effetti certo devastanti e in parte già li ha. Ma anche effetti positivi. Tra questi quello di distruggere l’evasione fiscale. Certo, i nostri conti sarebbero controllati, ma chiedo: c’è qualcosa o qualcuno che non è già controllato in ogni piccolo movimento, in ogni parola, in ogni atto della vita?

  6. Occorre pensare ad altri paradigmi, ma qui di “altri paradigmi” non ne vedo, bensì una serie di provvedimenti che, in maniera assai poco chiara, qualcosa accettano e qualcosa rifiutano dei paradigmi già esistenti. Prima delle proposte pratiche bisognerebbe definire un modello di riferimento.

  7. Pino, tu puoi anche pensare che i BdD non siano pensati per generare inflazione, ma se esistessero finirebbero per essere scambiati come cartamoneta – se ho bisogno di liquidità e ho un tot di BdB, li cederò a chi è disposto a convertirmeli in cartamoneta, anche se ciò è formalmente illegale; ovvio che chi mi scambia contante con BdD mi cederà il 90% del loro valore nominale. Da qui al circolo vizioso dell’assegnato, il passo è breve e, soprattutto, inevitabile. A meno che i BdD non siano utilizzabili per alcuna spesa – neanche per il pagamento delle imposte; ma allora diventano titoli di Stato a tutti gli effetti.

  8. Suppongo una svista e dove è scritto:
    Anche sulla crisi attuale, però non è il debito il problema; esso sarebbe ingestibile, ma non gli interessi maturati su di esso.
    Leggo invece:
    Anche sulla crisi attuale, però non è il debito il problema; esso sarebbe gestibile, ma non gli interessi maturati su di esso.

    Pino, scrivi: “Con i Buoni del debito, il debito pubblico non si pagherebbe in denaro né avrebbe gli effetti distorsivi intermini di inflazione e interessi”.
    Se i Bdd sono cedibili, possono essere usati per effettuare pagamenti. Quindi sono moneta. Già mi vedo il cartello sulla vetrina del bar: “Caffè: 1 euro o 5 Bdd da 1 euro”.

    Scrivi anche: “Penso che sia una stupidaggine l’idea che si vada presto in pensione. Gli anziani hanno bisogno di lavorare più dei giovani”. Questo mi sembra un punto importante e da approfondire.

  9. Non posso che convenire con il breve, ma incisivo intervento di Elio: esiste uno iato tra l’enfasi sui paradigmi alternativi, e l’elenco delle misure specifiche proposte, come se i due aspetti fossero stati affrontati da due differenti persone.
    In verità, nel mio primo commento avevo rifiutato un’analisi puntuale delle singole misure proprio perchè ritenevo più importante assumere un punto di vista più generale. Naturalmente, non intendo affermare che il mio punto di vista sia così originale, ma vedo che il mio tentativo di ottenere una risposta ragionevole da economisti su cosa ritengano che potrebbe essere una soluzione globale della lievitazione insensata del mercato finanziario incontra solo silenzi.
    Così, malgrado la mia ignoranza in materia, ho finito col ritenere a torto a o ragione, che davvero una soluzione non esista, e che in realtà i potenti della terra mettano toppe soltanto allo scopo di rinviare il più possibile il “redde rationem”.
    D’altra parte, ditemi se ha senso proporre una soluzione ad esempio dei problemi specifici dell’Italia senza una visione complessiva del problema globale.
    Io dico di procedere al default non perchè ritenga che sia una soluzione indolore, saranno comunque lacrime e sangue, ma perchè sarà sempre meglio della non soluzione di andare dietro a questa gabbia di matti che è oggi rappresentata dai mercati finaziari globali

  10. Sì, Giulio, è chiaramente una svista. grazie per la correzione. Riguardo ai Buoni del debito. La crisi del debito ha carattere internazionale e verrà risolta solo quando saranno prese misure globali. Ricordiamoci che il debito stratosferico dell’Italia è poca cosa rispetto a quello Usa che ha superato nel 2011 la cifra record di 14.194,76 miliardi di dollari (se non calcolo a mente male 8 volte quello italiano a fronte di una popolazione 5 volte superiore). Ricordo inoltre che la crisi del debito interessò decenni fa drammaticamente i paesi terzi che furono costretti a ingoiare politiche fallimentari, medesime o molto simili a quelle che si stanno abbattendo sui paesi un tempo del primo mondo e che adesso arrancano mentre intere aree presentano tassi di sviluppo eccezionali. La crisi del debito è il punto di emersione e di visibilità di altri fenomeni che sono la perdita di egemonia euroamericana, i conflitti euro-dollaro, il rischio d’implosione dell’Europa unita.
    I Buoni del debito vanno pensati in un quadro tendenziale nel quale la moneta circolante non esisterebbe più e il denaro avrebbe i caratteri virtuali di pura informazione. I Bdd servirebbero ad evitare la spirale debito-interessi-aumento del debito che è la radice del paradosso economico attuale (più gli stati tentano di diminuire il debito pubblico più il debito pubblico degli stati aumenta).
    Li ho immaginati come titoli al portatore, quindi potrebbe crearsi la situazione iperbolica indicata da Giulio, ma solo se i venditori pensano di utilizzarli per pagare tasse e tributi. (I Buoni del debito scambiano denaro anticipato contro tasse-tributi a venire, dunque pur avendo funzione di denaro, non ne hanno le caratteristiche pure e complete che l’economia indica, ovvero l’essere equivalente generale delle merci). Giulio, dici che la virtualizzazione completa del denaro sarebbe gradita alla Lega Nord. Permettimi di essere incredulo dato che il soggetto sociale che ha reso grande la Lega utilizza l’evasione fiscale più e meglio di quanto i pesci utilizzano l’acqua.
    Su richiesta di Giulio dico qualcosina ancora sulle pensioni. Nelle società contemporanee, a mio modo di vedere, si vive in un’assurda piramide rovesciata.
    Posto che A) il lavoro è degno solo se ha le caratteristiche di attività libera e che tutte le altre forme di lavoro andrebbero seppellite nelle mostruosità della storia B) il confine tra lavoro e non lavoro è superato da tempo e tale superamento non è colto dal fatto che insuperato, anzi terribilmente regredito, è il rapporto lavoro-reddito, il lavoro normato -quello che si scambia con il reddito – si svolge in modo assurdo. Le attività di lavoro retribuito iniziano ormai nell’età in cui fino a un secolo fa si era vecchi e al limite della speranza di vita, ma quelle di lavoro-formazione iniziano nell’utero materno. Il lavoro-formazione non viene riconosciuto. Il reddito di chi inizia a lavorare non rende auto sufficienti. I redditi maggiori si concentrano nelle classi alte di età. Insomma, i redditi aumentano con l’aumentare delle età mentre il lavoro e le attività di lavoro-formazione diminuiscono o si annullano; si guadagna di più quando diventa meno necessario spendere e non si lavora quando il lavoro potrebbe essere un’attività in grado di rompere la solitudine, la noia, la dipendenza da tv e da farmaci. Il primato della vecchiezza rende obsoleto tutto il sistema. A me piace pensare a una società in cui la macchina funziona al contrario, in cui chi è giovane e ha dunque maggiori necessità di apprendere, di spostarsi, di spendere, di costruirsi una vita abbia maggiori risorse reddituali e meno vincoli di lavoro, mentre chi è anziano e desidera rimanere in attività lo possa fare con tranquillità.
    Inoltre, è proprio il concetto di pensione che non funziona. Come spesso succede nel teatrino della storia, un’idea nobile viene ridotta a rovinosa marionetta.
    Quando il movimento operaio impose la tutela pensionistica per i lavoratori, il concetto chiave era che dopo una vita di lavoro e di sacrifici gli operai non dovessero essere rottamati nell’indigenza. Allora come adesso è sacrosanto che chiunque, indipendentemente dalle età, sia inabile al lavoro possa vivere come e meglio di chi è in grado di procacciarsi da vivere. Ma per il resto le pensioni sono un’assurdità ideologica ammantata di lavorismo (il frutto del lavoro).
    In ogni caso, è assurdo che, in assenza di lavoro, si perpetui la diseguaglianza sociale. Gli uomini e le donne dovrebbero nascere e morire con le stesse possibilità. E invece, nella realtà delle cose, grazie al meccanismo pensionistico, chi nella vita ha avuto grandi vantaggi continua ad averli da anziano mentre chi ha vissuto in povertà continua a impoverire da vecchio.
    E’ contro il paradigma della vecchiezza (ma a favore di una condizione sociale migliore per noi anziani) che propongo pensionamento non obbligatorio e pensioni uguali per tutti.

  11. un’osservazione a margine dell’intervento di pino e dei vostri commenti; per trent’anni almeno, il paradigma del discorso economico era fissato da un certo gruppo di esperti, quelli che in modo un po’ aprossimativo vengono chiamati gli economisti eterodossi, e da un certo numero di discorsi legittimanti, che un sociologo francese ha acutamente definito “spirito del capitalismo”. Questi anni sono stati non solo anni di più o meno radcali politiche neoliberiste (partite dal Regno Unito e dagli USA negli anni Ottanta), ma anche di egemonia culturale della destra, che nel mondo occidentale non può essere ridotto all’ottica di “e poi arrivò Drive in…”.
    Egemonia culturale della destra vuol dire: la visione del mondo della classe che si arricchisce e rafforza grazie alle politiche neoliberiste è condivisa anche da quelle classi che da queste politiche ne traggono vantaggi secondari o addiruttura minimi. Poi c’è stato il dato di realtà: crisi USA 2007-2009, che ha avuto ripercussioni mondiali e sull’Europa in particolare. Doveve essere la fine dell’egemonia culturale, la fine del paradigma neoliberista, la messa in discussione delle sue opzioni associate, come il monetarismo della UE, ma non è stato così. Lo dicono ormai anche gli osservatori moderati. Si perpetra diabolicamente l’errore.
    A fronte di tutto ciò la realissima sofferenza della popolazione cresce. Con la rabbia dal basso. Ma nessuna soluzione plausibile per uscire dalla crisi, dalla recessione, ossia dall’impoverimento generalizzato è all’orizzonte.

    A fronte di questo paradigma bloccato, paradigma espistemologico e politico, l’unica cosa dovrebbe essere evidente. Nessuno dall’oggi al domani tirerà fuori soluzioni dal cappello. (Le uniche soluzioni che alcuni evocano, come se davvero fosero tali, riguardano una sorta di apocalittico e liberatorio crollo del sistema capitalistico mondiale.) Ma penso che sia interesse di tutti aprire un dibattito ampio, trasversale ai saperi e alle esperienze, spregiudicato, audace. Questo sta in parte già accadendo, perché stanno uscendo dalle trincee gli economisti eterodossi, coloro che il sistema universitario anglosassone aveva messo ai margini, in quanto non compatibile con le teorie riconosciute.

    La riflessione di Pino, mi sembra se non altro importante perché si attacca a uno dei pressupposti forti del funzionamento attuale del debito, ossia gli interessi. Già questa pista mi sembra un tentativo non di saltare a pié pari in qualche paradigma alternativo, ma di spostare l’attuale quadro.

  12. Io invece penso che qualsiasi approccio parziale porti a risultati errati se non addirittura paradossali.
    Come già dicevo, non avrebbe senso salvare l’Italia attraverso non so che strana manovra, se poi a livello globale ci fosse un crollo generalizzato. Questo indurrebbe una paralisi del mondo finanziario ed a seguire una paralisi del commercio globale: sembrerebbe buona norma tirarsene fuori prima possibile pagando meno costi alla crisi globale.
    Ancora, Tripodi sostiene che le pensioni debbano avere tutte lo stesso importo. Si sarà reso conto che così egli è contrario al sistema previdenziale? In questo sistema, ognuno è costretto a pagare delle trattenute dal proprio stipendio, e tali trattenute sono proporzionali al proprio stipendio. Il principio è quindi quello che si fa un risparmio forzoso, e quindi i soldi versati è come se non smettessero mai di appartenergli. Naturalmente, si può in linea di principio pensare di affidare anche il pagamento delle pensioni alla fiscalità generale, ma il passaggio da un sistema all’altro non è certo semplice.
    Ancora, creare un nuovo tipo di titoli che non fruttino interesse sembrerebbe un’ottima idea. La domanda è però se in questo modo si passa a un sistema che non prevede al proprio interno interessi in senso generalizzato. Ora, converrete con me che l’emissione di un nuovo tipo di titoli non sposta di un millimetro il funzionamento generale del settore finanziario nel suo complesso. E’ così complicato vedere che a questo punto nessuno vorrà saperne dei CDD?
    Il ragionamento di Tripodi soffre di questo aspetto, della pretesa di modificare un sistema complesso e complessivo incidendo su aspetti specifici: in genere operando così lo si lascia inalterato, peggiorandolo. E’ come se ci si preoccupasse di scoprirsi rivoluzionari, di pensare rivoluzionario, e si mascherasse questo sentire facendo l’elenco della spesa: ovviamente, non può funzionare.

  13. Condivido la premessa posta da pino tripodi: bisogna cambiare paradigma.

    Ma mi permetto di osservare che il sistema dell’economia di mercato non si supera con proposte di ingegneria finanziaria più o meno coerenti.

    Il problema srtutturale del sistema economico capitalistico sin dalla sua nascita è quello della distribuzione (da marx a malthus a sraffa a keynes…tutti i grandi economisti hanno cercato di affrontarlo cercando di trovare delle soluzioni) . Ovvero della tendenza dello stesso ad accrescere i profitti e le rendite a danno dei salari. Tendenza che genera insufficienza della domanda effettiva, sovrapproduzione disoccupazione.
    vorrei citare giorgio lunghini
    “”
    io insisto soprattutto sulla stretta e inscindibile interconnessione in un sistema capitalistico, tra gli elementi reali e gli elementi monetari. Un sistema economico capitalistico potrebbe riprodursi senza crisi; ma se e soltanto se la distribuzione del prodotto sociale tra lavoratori, capitalisti e rentier fosse tale da non generare crisi di realizzazione, di «sovrapproduzione» rispetto alla capacità d’acquisto; e se e soltanto se moneta, banca e finanza fossero al servizio del processo di produzione e riproduzione del sistema, e non dessero invece luogo a sovraspeculazione e a crisi di tesaurizzazione.
    Negli ultimi anni (decenni) si è invece avuto un cospicuo spostamento, nella distribuzione del reddito, dai salari ai profitti e alle rendite, e dunque si è determinata una insufficienza di domanda effettiva e una disoccupazione crescente. D’altra parte la finanza è diventata un gioco fine a se stesso. In condizioni normali la finanza è un gioco a somma zero: c’è chi guadagna e chi perde; ma quando essa assume le forme patologiche di una ingegneria finanziaria alla Frankestein, ci perdono tutti: anche e soprattutto quelli che non hanno partecipato al gioco.

    Altro elemento su cui inviterei a rifletere è la conseguenza della globalizzazione che ha comportato una perdita di sovranità degli stati nazionali è l’assoluta ineficcacia/impossibilità strutturale di attuare politiche di redistribuzione del reddito.
    Allo stato attuale quella sovranità è stata trasferita a un senato virtuale (definizione di chomsky citata da lunghini che è
    “”””
    costituito da prestatori di fondi e da investitori internazionali che continuamente sottopongono a giudizio, anche per mezzo delle agenzie di rating, le politiche dei governi nazionali; e che se giudicano «irrazionali» tali politiche – perché contrarie ai loro interessi – votano contro di esse con fughe di capitali, attacchi speculativi o altre misure a danno di quei paesi (e in particolare delle varie forme di stato sociale). I governi democratici hanno dunque un doppio elettorato: i loro cittadini e il senato virtuale, che normalmente prevale (Lunghini).

    Ultimo punto che offro come spunto di discussione:
    La crescita quantitativa.
    La crescita quantitativa è stata fino al secolo scorso possibile perchè si fondava sull’idea che le risorse fossero infinite, e perchè si basava sull’impoverimento di 4/5 della popolazione mondiale.
    Ora non è piu’ possibile percheè l’acqua è divenatta una risorsa scarsa
    perchè è insostenibile e soprattutto perchè il benessere non puo’ misurarsi sulla crescita quantitativa. Anzi siamo arrivati o abbiamo superato il punto massimo della curva.
    Allora se vogliamo parlare di nuovo paradigma dobbiamo pensare a un sistema nuovo di valorizzazione dei beni e dei servizi,
    L’aria pulita che valore ha?
    il paesaggio che valore ha ?
    l’istruzione, la cultura?
    ci sentiamo ricchio perchè abbiamo tre auto per famiglia (ovviamente comprate a debito) oppure perchè la nostra città è pulita e siamo felici di utilizzare parte del nsotro reddito per avere piu’ cultura piu’ bellezza più aria pulita ?

  14. Rispondo alle obiezioni di Cucinotta ed altri. Vincenzo, non ci conosciamo, ma credo di avere un’antica parentela semmai con le rivoluzioni e non con le riforme o gli status quo. Ci sono stati altri periodi nei quali per risultare più rivoluzionari bisognava spararla più grossa o semplicemente sparare di più. Nel caso del dibattito in corso, non pretendo di avere ragioni inoppugnabili né di avviare un dialogo platonico nel quale dall’inizio alla fine si sa chi ha torto e chi ragione. Tento, e ringrazio chiunque interloquisca con me, di ragionare con pacatezza e senza singulti di potere (nessuno in quelle stanze tetre si interesserà mai di questa proposta o di altre tipo la Banca di gratuito credito o il Prezzo Sorgente ) intorno a idee da definire socialmente e collettivamente che forniscano una linea di fuga, un campo di possibilità ad altre estetiche del mondo.
    Non dobbiamo essere condannati a vivere nel fango del mondo con l’unica consolazione che tanto tutto è vano fino a quando tutto cambierà, cioè mai. Il fatto che questa discussione avvenga in un luogo come Nazione Indiana più avvezzo alla letteratura che all’economia e tra non esperti dovrebbe condurre a una maggior libertà di giudizio. la costrizione ad avere ragione ha la medesima stupidità del ricco che pensa di essere tanto più intelligente quanto ha più soldi.
    Torniamo alle proposte. Non ho nulla contro la patrimoniale. Non è affatto una proposta rivoluzionaria. E’ una misura di equità sociale che in Italia quando sarà approvata sconterà un problema: per pagare le tasse in modo progressivo occorre che tutti paghino le tasse; se le pagano prevalentemente i poveri l’efficacia è marginale.

    L’insolvenza è una possibilità della quale permettetemi di avere un certo terrore. Dopo l’annunciato referendum greco, la sua semplice eventualità comporterà una certa dose di panico nella politica e nei mercati. Al momento, l’insolvenza sarebbe la misura ovvia di un governo rivoluzionario forte (troviamo un Robespierre, o un Lenin se più ci piace) in grado di schiaffeggiare i creditori e i fondi sovrani, in sintesi di mandare a quel paese gli stati e le loro economie. Tale governo, oltre ad essere insolvente, dovrebbe tuttavia sapere cosa fare oltre a non pagare. Ciò ancora non è dato di conoscerlo, ma a fiuto un governo del genere avrebbe a che fare più con il terrore di destra che con quello di sinistra. Qualora la crisi dovesse procedere, avvitarsi per tanti altri anni e coinvolgere anche i paesi Brics non escludo tuttavia che gli stati stessi (senza nessuna rivoluzione alle porte) brucino i debiti e ricomincino. Sarebbe come fare una guerra senza che la guerra sia combattuta.
    Sarebbe fare come gli stati hanno sempre fatto con i propri creditori, tanto più se ebrei.
    E’ un’ipotesi possibile, ma discuterla oggi mi sembra più consolatoria (immaginare un’alternativa giusto per attestarsi dall’altra parte della barricata)che altro

  15. L’intervento di Pino Tripodi è molto raffinato e invito tutti a non considerare una boutade il fatto che il problema sia estetico e non economico: è un modo elegante e spiritoso per ricordarci che l’economia è qualcosa di troppo importante per essere lasciata in mano agli economisti e a personale di formazione tecnica. Mi sorprendono molto le critiche massimaliste al progetto di Pino che di fatto è un’uscita dolce dal potere del denaro sulle nostre vite, dunque la cosa più radicale e ambiziosa che mi capiti di leggere da molti anni in qua. Anzi se dovessi trovareun limite a questo intervento, lo indicherei nell’ambito politico e cioè perchè mai il grande capitale anglosassone e tedesco non dovrebbe usare il suo enorme potere politico, economico e anche militare per soffocare una politica che porterebbe di fatto l’Italia fuori dalle sue grinfie?

  16. Ringrazio Pino per la cortese risposta, come spero che i miei commenti non appaiano scortesi.
    E’ chiaro che nel dibattere una determinata questione, credere di avere ragione non solo sia lecito ma sia anzi indispensabile, purchè naturalmente si conservi accuratamente la disponibilità a cambiare opinione, come io spero valga per me stesso.
    Ora, la questione della visione complessiva in politica è per me diventata la questione cruciale. In un mondo che parcellizza il sapere, nel mondo dello specialismo, l’ideologia dominante non può essere rovesciata, ogni innovazione sia istituzionale sia culturale è destinata a rimanere nell’universo culturale esistente.
    L’unico modo per uscirne, è farsi carico della totalità, ed è in base a queste considerazioni che non riesco a convenire su misure diciamo improvvisate. Non dico che non si possa procedere per passetti successivi, ma ciò si può se e soltanto se esista una prospettiva complessiva, per cui ogni passo si iscriva in una strategia coerente.
    Ciò dovrebbe spiegare perchè critico tanto ogni ipotesi che sembri iscriversi nella logica del creare contraddizioni (tipo BDD contro BTP, pensionati contro occupati, e così via).
    In quanto all’evoluzione della situazione finanziaria, sono convinto che sia irresponsabile da parte dei potenti della terra lasciare andare le cose senza riflettere su quale possa essere la situazione tra alcuni anni.
    Che gli stati straccino i loro debiti, è ben lungi dall’essere una soluzione indolore. Se non la si fa presto ed in maniera controllata, io temo che possano perfino scoppiare conflitti armati tra creditori e debitori: in fondo, tutti i conflitti sono dovuti a motivazioni economiche. Chissà cosa penseranno i cinesi quando gli diranno che i miliardi di dollari che detengono diventeranno da un giorno all’altro carta straccia: si può mai procedere con una logica del tirare a campare?

  17. in effetti il problema di un utilizzo più equo della massa monetaria rappresentata dal tfr dovrebbe essere messa in evidenza.
    il tfr accumulato annualmente dovrebbe ammontare a circa 23mld.
    se calcoliamo un’anzianità media di 15 anni, il tfr GLOBALMENTE ACCUMULATO potrebbe ammontare a circa 250mld.
    fino al 2007 il tfr è stato “custodito” dalle aziende.
    dal 2007 in poi ci sono tre casi:
    tfr(1) è stato conferito ai fondi pensione privati (nel 28% dei casi, dati COVIP, per un po’ più di 6mld annui, totale 25mld))
    tfr(2) è stato conferito al “fondo per l’erogazione del tfr”, gestito dall’INPS, in caso di scelta del lavoratore di non aderire al fondo pensione e per aziende con più di 50 dipendenti; secondo l’istat le aziende con lavoratori > 50 occupano circa il 60% dei dipendenti, quindi l’ammontare di tfr(2) dovrebbe essere circa 40mld. il tfr(2) però è già stato utilizzato, almeno in parte, dalle finanziarie 2007 (per gli anni 2007-2008-2009) e 2010 (per il 2010), per il finanziamento di spesa corrente; non so quanto ne rimanga.
    tfr(3) è stato conferito alle aziende (come accadeva prima) in caso di scelta del lavoratore di non aderire al fondo pensione e per aziende con meno di 50 dipendenti. accettando il dato istat secondo cui il 40% dei dipendenti privati lavorano in queste aziende, l’importo totale del tfr(3) dovrebbe essere di circa 26mld.
    i tfr(1) non è utilizzabile.

    resta quindi
    1) il residuo del tfr(2) (importo totale tfr(2) di circa 40mld meno gli importi già usati dalle finanziarie precedenti)
    2) il tfr(3) di circa 26mld disperso in innumerevoli piccole aziende difficile da “estrarre” perché quello maggiormente usato come fonte di liquidità a basso costo
    3) il tfr(0) cioé quello accumulato pre-riforma; calcolando arbitrariamente una media di anzianità dei lavoratori di 15 anni, l’importo globale di tfr(0) – raccolto fino al 2007 – potrebbe essere di circa 180mld.

    anche con le dovute cautele, comunque, una massa di risorse immensa.
    che fa capo:
    1) come proprietà: alla classe dei lavoratori dipendenti
    2) come disponibilità: alla classe degli imprenditori.
    il sacrificio immediato è delle imprese (perdita di liquidità a basso costo).
    il rischio insolvenza è tutto sulle spalle dei lavoratori (lo è già, in ogni caso, almeno da quando il tfr va all’inps).

    sarebbe il caso di individuare una contropartita politico-economica (p.es. innalzamento del tasso di rivalutazione del tfr) e ampie garanzie per l’erogazione finale.

    un grazie per avere almeno sollevato il tappeto sotto il quale giace questa immensa ricchezza.

  18. un grande grazie a Michele anche per i calcoli, prudentemente e giustamente fatti per difetto, sull’immenso patrimonio tfr. Impressiona, è stato questo il motivo centrale della mia proposta, la parità di rapporto tfr-debito pubblico

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andrea inglese
andrea inglese
Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.