Le chiappe molli di Marino Magliani

di Giacomo Sartori

Marino Magliani ha colpito ancora. A giudicare dalla collana, “Ciclopolis” (che così si autopresenta nel risvolto: “La collana ospita libri che raccontano le città attraversate a pedali”) e dall’editore (Ediciclo), questo suo Amsterdam è una farfalla, dovrebbe trattarsi di una guida turistica velocentrica. Bof, si dice l’appassionato di testi maglianici, dove sono transitati davvero tantissimi muri a secco liguri, ma pochissime o punte biciclette. L’inizio, per molti versi imbarazzante, sembra confermare questa prima impressione. Il personaggio Magliani, perché si chiama appunto Magliani, come il vero Magliani, anche se gli olandesi dicono Makliani, non sembra amare molto queste benedette biciclette delle quali gli olandesi sono cultori (la tassonomia è molto complicata, ci dice, limitandosi a qualche impressionistico saggio) e sulle quali a differenza di quanto riesce a lui saltano agilmente, partendo in quarta (lui le ha temute fin dall’infanzia). E non sembra amare particolarmente nemmeno Amsterdam, e nemmeno l’Olanda, a parte forse la costa del nord dove la vita, come una marea, lo ha portato a vivere. E confessa candidamente fin da subito anche che il testo gli è stato commissionato. E chiaramente non sa come cavolo venircene fuori con questa benedetta commissione. La sua idea di  un libro sulla luce di Amsterdam, scritto da un suo eteronimo vivente nel 2100, tal Gregorio Sanderi (che già conosciamo da un romanzo precedente), per di più facendo come se a quel tempo la metropoli fosse soleggiatissima (a dispetto delle previsioni degli specialisti di cambiamenti climatici, chiarisce lui stesso), al lettore appare davvero pessima. Qui si mette malissimo, pensa l’appassionato maglianico, rimpiangendo un qualsivoglia rudere ligure, una grotta, un campo invaso dai rovi. E invece no: intanto è spuntato un imponente personaggio di nome Roland Fagel, traduttore, arrogante e altero, dispotico e irascibile, con il suo consunto borsone di cuoio a tracolla “da editore” (in precedenza è stato editore), con il suo carsimatico panzone. Questo personaggio, che ricorda da vicino il mitico (ho avuto la fortuna di conoscerlo) vero traduttore in olandese di Magliani, che si chiama per l’appunto anche lui Roland Fagel, ha le idee molto chiare, una enciclopedica cultura, un amore senza riserve per le biciclette e per Amsterdam: proprio tutte le qualità che gli permetterebbero di prendere le redini del libro in mano. E lo fa. Trascinando il personaggio Magliani a vedere le cose che gli sembrano capitali, insegnandoli pedantemente la storia (“sapeva schifosamente tutto”), citando e dandogli da leggere testi, insistendo sulle ferite inflitte dalla modernità alla città (le autostrade, la stazione, la metropolitana), facendogli incontrare gli studiosi che secondo lui potrebbero essergli utili, traducendo il suo olandese non proprio perfetto anche quando non sarebbe affatto necessario. Al suo fianco è comparsa anche una seconda volitiva guida, una muscolosa ragazzona di professione contadina biologica (poi si scopre però che attorno alla sua fattoria non c’è traccia di coltivazioni), che avendo letto l’ultimo romanzo dello scrittore, dove si tratta di donnaioli latini, non smette di palpargli le molli chiappe, e appena riesce gli palpa anche il sesso e cerca di saltargli addosso (lo spaurito Magliani riesce a farla franca per un pelo). Anche lei nonostante il nordico arrapamento si dà da fare per la riuscita del libro. E insomma i due energici anfitrioni lo scorrazzano, beninteso in bicicletta, a destra e a sinistra (compresa una lunga e surreale discesa nella parte infera della città, popolata da una temibilissima fauna), gli dicono esplicitamente cosa deve mettere nel libro e come. E lui lo fa, pedissequamente, pedalando di mala voglia, preoccupato dei dolori che gli procura la bicicletta, telefonando ogni tanto alla moglie per dire che sta bene. Non sembra per niente coinvolto, e anzi pare un po’ annoiato, anche se prende pedissequamente delle note su un quadernino. Si anima solo, questo sì, quando la sua fame imperiosa (certo legata alle origini contadine) fa capolino, e lì nascono sempre dei problemi perché lui sarebbe dispostissimo a sfamarsi nel primo postaccio per turisti, mentre il buongustaio Roland Fagel sa cosa bisogna mangiare a Amsterdam, e come, e per trovare l’aringa giusta non esita a traversare la città (sempre in bicicletta). La sola cosa che lo colpisce davvero e profondamente, è la consuetudine che hanno gli olandesi di radere al suolo ogni qualche decennio gli edifici, rubando agli abitanti la “memoria geografica”, come la chiama lui. Nella Liguria che trasporta dentro di lui, dove ogni pietruzza è un ricettacolo infinito di memoria, non è nemmeno immaginabile una cosa del genere. Ha però qualche personale abitudine genuina e incomprensibilmente iniziatica, e in particolare quella di passare le notti su un tetto, all’aperto, chiuso nel suo giaccone  (i personaggi di Magliani, i suoi cultori lo sanno, dormono spesso all’aperto stretti in un giaccone). E per questo aspetto riesce a piegare anche la volontà titanica di Fagel. E insomma ne viene fuori un potente romanzo, spassoso (c’è sempre una prima volta) e avvincente. Ma anche maglianicamente vero e struggente. E ci piacerebbe tanto capire chi cavolo è questo Magliani così vicino all’autentico Magliani (anche questa è una novità), che pedala, guarda, pensa (senza troppo dirci cosa), mangia, digerisce, dorme. Non fa grandi teorie, non cambia radicalmente il nostro modo di pensare, è lì (“sbadigliammo entrambi”) e nello stesso tempo non è lì, è nella sua Liguria, o meglio i suoi frammenti di Liguria (“Liguria è un nome che non serve, e da noi si usa solo ciò che serve”), che restano pur sempre una potente chiave di lettura del mondo (“Parlare delle mie terrazze per parlare di Amsterdam, o viceversa”). Vorremmo allora sapere perché cavolo ci intriga così tanto, con quali misteriose reti ci avvince. E non lo sappiamo. E proprio qui, come ci succede per tanti altri grandi autori, sta la grandezza. Provare per credere.

 

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