Nuovi autismi 23 – I miei buchi

di Giacomo Sartori

I buchi che faccio per lavoro si dividono in due tipi, quelli piccoli e quelli grandi. I buchi piccoli li scavo con uno strumento apposito, una sorta di spropositato cavaturaccioli che avvito nel terreno come si stappa una bottiglia di vino. Di solito chiedo il permesso al proprietario del campo e finisce che parliamo di terreni o anche appunto di uve e di vini. Qualche volta propino alcuni consigli su come accudire e curare la terra: nel fondo degli occhi aperti al sole e al vento colgo lampi di interesse, anche se a me sembra di ripetere sempre le stesse cose. Spesso invece capisco che l’essere umano che ho davanti è ormai sazio di frasi e immagini: ritiene di sapere già tutto.

In certe zone i coltivatori mi accolgono con ruvidi sorrisi che prendo per incoraggiamenti, in altre sono sospettosi, ma a ben vedere la variabilità individuale prevale sempre sulle specificità microgeografiche. Del resto in anni di scavi non ho mai trovato due contadini assolutamente identici, anche se certo a volte le similitudini saltano agli occhi. Se mi mettessi di buzzo buono potrei approntare una tassonomia con classi e sottoclassi e varianti, corredata magari da una chiave dicotomica. Io però sono pagato per classificare la terra, non le persone, e quindi lascio tale compito a chi è incaricato di questo, a chi ne ha i titoli. Ringrazio l’agricoltore di turno, lo saluto, e mi dedico al mio lavoro.

Certe volte invece ho fretta o anche solo non sono in vena di chiacchiere, e allora scavalco con i miei orpelli elettronici steccati o recinzioni, mi infilo in spiragli di cancelli. Beninteso è sempre un po’ eccitante penetrare senza permesso in un campo e agire di nascosto, pur sapendo che si tratta di un reato lieve. Talvolta vengo scoperto o anche assalito con male parole: la collera di solito svapora però nel vuoto del cielo, perché la mia voce è pacata, per non dire un po’ rassegnata: assorbe ogni livore come una spugna. Spiego che io non voglio fare niente di male, sono anzi lì per cercare di migliorare le cose. Chiarisco che per me è importante conoscere e capire la terra, saperla ascoltare. Un pomeriggio un contadino infuriato con il mondo mi ha detto che avevo proprio una brutta faccia, e io per qualche giorno mi sono domandato se per caso quell’uomo dall’arroganza strampalata avesse ragione. Raramente mi vengono lanciati contro cani feroci, il che forse è la disavventura più grande che possa capitare a un rilevatore: non è simpatico confrontarsi con delle fauci ansanti e umide di bava lucida, restie a qualsiasi mediazione verbale. A parte queste eccezioni scavare i miei buchi piccoli è faticoso ma anche bello: trovo appagante spostarmi dove mi aggrada, senza tirarmi dietro pesanti valige e senza dipendere da nessuno. Pur non essendolo affatto, come a ben vedere non lo si è mai, mi sento libero.

Di solito sono i giovani che svolgono questa mansione ritenuta poco qualificata, io però continuo a cimentarmi, da una parte perché non ho fatto molta carriera, e dall’altra perché per indole mi separo malvolentieri dagli aspetti più basici dell’esistenza. Ma soprattutto considero esaltante scoprire i recessi ormai inaccessibili ai nostri occhi automobilistici e telematici, il caleidoscopio di odori della terra e della vegetazione, le diverse consistenze sotto la suola, i diversi tipi di silenzio. Non ho difficoltà a ammetterlo: molto spesso mi innamoro delle zone che batto, come si sprofonda nell’amore parlando e conoscendosi ogni giorno un po’ di più, senza quasi accorgersene. Ricordo con commozione certi struggenti ruderi soffocati dai roveti che mi hanno accolto in pomeriggi abbacinati di sole, alcuni inaspettati strapiombi su valli o fiumare, certe vaste scivolate sul mare, certe prospettive quasi solo minerali dove ardevano le ginestre, certe aride cascate di argilla grigio-azzurra, un sottobosco imbottito di madido e elasticissimo muschio. Perfino dietro capannoni abbandonati o pollicolture dismesse ho trovato scorci che mi hanno incantato, ho sollevato pugni di magnifica terra. Sono i miei amori lavorativi. Poi naturalmente il tempo rosicchia il merletto dei dettagli, e i contorni diventano tenui e quasi astratti, come succede anche con gli amori normali.

I buchi grandi li faccio fare con un escavatore, e quindi tutto diventa più impersonale e macchinoso. Sto a guardare il bestione metallico esattamente come facevo da bambino quando d’estate mio padre mi portava con lui sui cantieri. Nel frattempo il mondo è cambiato molto, ma l’odore dei gas di scarico dei possenti motori diesel mischiato a quello della terra appena smossa è rimasto lo stesso, e anche il mio stupore: nel turbinio di gas e fragori meccanici e minerali torno bambino. Mi dico che quei pochi giorni annui sui cantieri sono la circostanza che mi ha reso più felice nella mia vita. Poi però mi scrollo di dosso la nostalgia, e dico ai miei collaboratori come operare e a cosa fare attenzione. Perché i buchi grandi non sono qualcosa che si faccia da soli, sono una delicata incombenza di gruppo, e questo comporta vantaggi ma anche svantaggi, a partire proprio dalla perdita della solitudine e degli abissi che l’accompagnano.

Io non so mai esattamente cosa troverò nei miei buchi, grandi o piccoli che siano, e proprio lì sta la calamita che tiene avvinghiati il mio cervello e il mio respiro. Dopo tanti anni ho quasi sempre idee preconcette, e spesso ci imbrocco, a volte però quello che salta fuori non ha niente a che fare con ciò che mi aspettavo. Mi arrendo quindi all’illogicità dell’esperienza concreta, e cerco possibili spiegazioni, nuove interpretazioni, conscio che anche quelle sono destinate prima o dopo a decadere. Non dico che non sia stimolante, ma l’inquietudine potrebbe pur sempre stringere le sue ronde di bestia affamata, potrebbe avvicinarsi fino a rendersi visibile, riesumando i turbamenti della mia preistoria. Naturalmente questi scacchi più o meno clamorosi sono metafore della vita, come moltissime azioni umane viste con un sufficiente distacco diventano allegorie dell’esistenza alla quale concorrono e nel tumulto della quale si mimetizzano.

Quando scavo i miei buchi non penso ai danni che produco, mi sembra anzi di darmi da fare per difendere la terra, per salvarla. Mi dico che le informazioni che passerò all’organismo per il quale opero, a cominciare dalle prove inconfutabili delle ferite apportate dall’avidità e dall’incuria, serviranno a evitare che gli uomini devastino ulteriormente la matrice sulla quale camminano e che dà loro da mangiare, o comunque a limitare la loro azione devastatrice. Per questo ci metto tanto impegno, per questo la mia concentrazione è assoluta, ha qualcosa di ipnotico. Mentre osservo il cucchiaio dello scavatore che addenta il terreno, rivoltando strati variopinti che hanno impiegato millenni a formarsi, e che nessuno ha mai toccato, non posso però illudermi di operare solo per il bene. Proprio quella buca che appronto per salvare la terra rappresenta un’ulteriore lesione, si somma a tutte le lacerazioni precedenti e a quelle che verranno: a dispetto delle mie belle intenzioni la mia è un’opera distruttrice, come a ben vedere lo sono tutte le attività umane. Anch’io come tanti uomini devasto, le mie buone intenzioni non sono che un paravento pretestuoso, un puntello necessario al mio equilibrio psichico.

La carta vincente dell’uomo è stata proprio perfezionarsi nelle razzie e nelle stragi sfuggendo all’azione predatrice delle altre specie, svincolandosi insomma dalla dittatura spietata degli ecosistemi naturali, mi dico tra un’unghiata e la successiva della benna. L’attuale saccheggio risolutivo non è quindi una deriva, mi dico, ma la vittoria finale, la nostra apoteosi: stiamo finalmente consumando tutto, disintegrando ogni cosa. Ce l’abbiamo fatta. Dovremo essere fieri, invece di piangerci addosso, invece di enfatizzare gli svantaggi consustanziali a quello stesso vandalismo sistematico che ci dà tanta ebbrezza.

Come tutti gli esseri umani sono però anch’io incoerente: una volta finito di scavare il mio buco grande non penso alle minacce del futuro, mi lascio andare al piacere. Mi seppellisco nel ventre scuro e fresco saturo di sentori di muffe, e godo a essere il primo a vedere i segreti dischiusi dalla benna di acciaio, godo a accedere a quei messaggi così intimi e così essenziali della terra. Mi stordiscono i suoi colori caldi di affresco, mi inebria prenderla nella mano e soppesarne la consistenza sempre diversa. Bando alle ciance, mi dico poi, e comincio il mio cosiddetto lavoro scientifico. Le prendo il polso, le misuro la pressione e l’eventuale febbre. Ho sempre avuto difficoltà a capire le persone che si lamentano del lavoro che fanno: il mio è un entusiasmante gioco. Un gioco molto serio, quasi solenne, come tutti i giochi più nobili. Quando si è adulti solo lavorando si può davvero giocare, sbarrando la strada alle orde di pensieri sul retro del cervello.

Certe volte mentre torno a casa con i vestiti macchiati di quello che mia moglie chiama fango, e che per me è bellissima terra, i pensieri dolorosi ce la fanno a riprendere il controllo della mia testa. Mi dico che sono anch’io un infame distruttore. L’automobile che conduco è uno strumento di scialo e di dissipazione, gli oggetti di cui mi circondo sono il mio contributo allo smantellamento e all’ecatombe, a ben vedere quello che mangio con la mia dieta troppo ricca non potrà essere reintegrato. Provo allora nostalgia per l’ingenuità dell’umanità che mi ha preceduto, rimpiango l’epoca nella quale io stesso non ero cosciente della valenza mortifera del mio agire. In quei momenti mi riprometto che farò il possibile per invertire la tendenza, o comunque per limitare i danni. Questa volta nel mio piccolo devo fare qualcosa, mi dico. Non è vero che non c’è soluzione, mi dico. Non basta però il cinque per mille al WWF, devo fare di più, mi dico. Rispolvero antichi e bellicosi propositi, mi riprometto di intervenire e di militare.

So però che sono chimere, legate per certi versi alla stanchezza e all’insoddisfazione del mio stomaco. So che continuerò a agire come ho sempre fatto, conformandomi al cinico fatalismo e all’irresponsabilità che furoreggiano nel programma radiofonico sul quale sono sintonizzato. Le armi che ho scelto, inermi e forse superflue, sono le parole. Non sono però nemmeno tanto ingenuo da pensare che le mie ferite sommate a quelle dei miei congeneri avranno ragione sul pianeta che chiamiamo terra. Non ho questa presunzione che si fa sempre più strada: so che la terra è vissuta molto bene senza di noi, so che la sua atmosfera e la sua superficie rugosa è stato metamorfosata da organismi altrettanto scaltri di noi, e verrà a patti con ogni probabilità con esseri viventi ancora più scaltri. O al limite si riposerà con un salutare silenzio minerale.

Infilo la chiave nella toppa di casa, preparandomi a rispondere alle domande di mia moglie sulla giornata, pregustandomi il bicchiere di vino che ben presto mi verserò. Mi dico che non devo dimenticare però di mettere le batterie in carica. E mentre la nostra gatta cieca si struscia con inarcamenti e disarticolate torsioni del busto sulle mie caviglie mi sento appagato e vagamente felice.

(l’immagine: Michel Nedjar, senza titolo, 1987)

 

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