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Date

Di Andrea Inglese

.

Le stagioni quando arrivano, sicure
del loro rinnovato perdurare,
hanno come un potere, sommuovono,
da un fondo oscuro, come se dentro,
nel nostro fragile componimento
di sonni e veglie, ci fosse una risorsa
che l’economia non controlla, senza dati
e prelievi, senza ragioni condivise.

Le stagioni, con brutale allegria,
sono l’ultima, la sola metafisica:
agiscono facilmente in noi,
fanno e disfano, con pochi suoni,
di merlo o cicala, con odori di fieno,
con la sabbia tra le dita dei piedi
o sotto la pianta umida, che è difficile
grattare via, spolverare, e sono gli anni
che non hanno né volume né colore
a farsi sentire: con disagio, spavento,
dilatano i cerchi delle inadempienze.

Siamo stati così a lungo, senza essere nulla.
Abbiamo camminato con tale sgomento
che nulla abbiamo calpestato. È stato come un volo,
che ogni volta, di soprassalto, ricordiamo
da terra, del tutto composti, inerti, nel piccolo
spazio delle cose, fitte, intrecciate, vicine,
senza scampo.

*

Sono delle date che mi servono, molte date,
da situare, sistemare, organizzare come in orti
quadrati, dentro chiostri, cose ben fatte,
con linee, margini, siepi, ghiaia, gradini,
quel tanto di simbolo, di cifra, di quadro,
dentro il quale condurre a buon fine
non dico la vita – non diciamo enormità –
non dico il poco della vita che si salva,
poiché quel poco pochissimo sappiamo
cosa sia, ma condurre, dicevo, in porto,
con gradevole ritmo d’onda, di conto,
di scansione regolata almeno
un ricordo, l’immagine, in parole,
dette come le so dire, appena udibili,
mie, trovate a mezzo, nella mente,
per indicare cosa forse è stato,
immaginando che qualcosa rimanga,
sia rimasto, non solo l’ombra mia,
mentale, da tenere in serbo, ma fuori,
che dentro e fuori ci sia stata, anche
nel dramma, nell’incastro, nel danno,
un’intesa.

*

Tutte le cose accadono a date precise.
Abbiamo la precisione delle date.
L’imprecisione degli avvenimenti.
La nostra mente, a volte aiutata
da qualche migliaio di battute,
o da quaderni stropicciati,
costruisce dentro l’imprecisione, con un suo
astuto rigore.

Davvero non so quasi nulla.
Non ho che me stesso come esperimento.
Cerco di capire davvero cosa sia accaduto.
A volte lo so raccontare. Lo so raccontare
talmente bene, con il tempo, che non può essere vero,
che non può essere quello. C’è ben altro.

22 COMMENTS

  1. “Non ho che me stesso come esperimento”: è così vero, così tragicamente divertente questo verso, da contenere poi poi la radice di tutto questo incessante lavorio – la poesia, la letteratura.

  2. Splendide, la seconda è per me pure speciale, però i versi che seguono “Le stagioni, con brutale allegria,sono l’ultima, la sola metafisica:” hanno qualcosa di magnetico, sarà per quel prurito di sabbia che non si riesce a grattare via..è ancora lì, un prurito di sabbia e poesia, ché più la leggi e più vorresti leggerla..

  3. Poesia lirica e sapiente. Bella per occhi e orecchie, buona per cuore e mente.

  4. Soprattutto nel caso della poesia, ciò che mi colpisce e mi coinvolge di più come lettore non è tanto il senso generale (o la ricercatezza ritmica-musicale) ma la presenza di alcune frasi e immagini potenti che fanno la differenza, che mi restano incollate al cervello, aprendo finestre e offrendomi spunti non esclusivamente letterari, ma d’interpretazione della vita, attraverso l’attribuzione di un significato particolare a percezioni in un certo senso universali:

    “Siamo stati così a lungo, senza essere nulla./Abbiamo camminato con tale sgomento/che nulla abbiamo calpestato.”

    “È stato come un volo,/che ogni volta, di soprassalto, ricordiamo/da terra, del tutto composti”

    “Tutte le cose accadono a date precise./Abbiamo la precisione delle date./L’imprecisione degli avvenimenti.”

    “Davvero non so quasi nulla./Non ho che me stesso come esperimento.”

  5. grazie dei ritorni (e già che ci sono, un bacio a francesca e anna)

    a giuseppe e jacopo
    “Non ho che me stesso come esperimento.” Mi verrebbe da dire che qui convergono l’infraletterario e l’extraletterario. Nella scrittura, è in qualche modo una regola del gioco che sia così. Ma se lo si applica anche al di fuori della scrittura, siamo al tragi-comico.

    • Sì, nella scrittura è una regola del gioco, sono d’accordo.
      Riguardo al fatto di estrapolare dal contesto la frase “Non ho che me stesso come esperimento” per applicarla alla vita in generale, o ad uno specifico fatto personale… non saprei, non lo trovo così tragi-comico, non necessariamente, al limite un po’ altisonante. Forse sto semplicemente fraintendendo il tuo commento, comunque “Non ho che me stesso come esperimento” mi fa (ovviamente) pensare alla limitatezza del valore dell’esperienza del singolo, alla relatività delle nostre convinzioni, che, essendo basate principalmente sulle nostre esperienze di singoli individui e filtrate attraverso uno sguardo parziale, sono inevitabilmente fallibili e imperfette.
      Nel mio primo commento intendevo semplicemente dire che, a volte, certe frasi sono così potenti da spiccare, al punto tale che restano stampate in mente e proprio per questo motivo portano a riflettere su di esse in generale, anche fuori dal contesto in cui sono inserite. Può darsi che questo voglia dire piegare la letteratura alle proprie esigenze o cercare nelle parole altrui quello che vogliamo trovare (rassicurazioni?) ma credo sia una pratica molto comune, che fa parte del piacere della lettura, e penso che non ci sia nulla di male, per lo meno se prima si è compreso il significato del testo in cui erano originariamente inserite. :) Nel piccolo della mia esperienza, mi è capitato di discutere a proposito di interpretazioni dei miei testi molto lontane dalle mie intenzioni, ma non credo sia un fatto negativo, anzi.

  6. prima ancora che il “Non ho che me stesso come esperimento” io mi attacco al verso precedente “Davvero non so quasi nulla.”

    le trovo molto belle

    a presto

  7. caro Andrea,
    penso sia molto interessante, e apertamente rischiosa, la fessura che ti vai man mano scavando; e mi incuriosiscono una postura e una dizione che riescono, più che altrove, a risolversi in compostezza, e quasi in “classicità”, nonostante la consueta furia giustappositiva e l’accanimento ritmico, particolarmente evidenti nel secondo testo.

    Mi sembra – ma te lo sto in realtà chiedendo – tu stia affrontando, continuando a dis-trarre l’infraordinario, a tentare le maglie slabbrate, le zone di fuoriuscita dalla “mente sociale” (ma sulla base di una soggettività più scoperta e stabile, rispetto al passato), il problema dell’inospitalità del mondo; cercando adesso però di smarcare (“Davvero non so quasi nulla”) la tua stessa esperienza figurativa dal rischio, evidentemente fattosi pressante, dell’eccesso di costruzione e calcolo, da un lato, e, dall’altro, di asserzione contenutistica (l’intensificarsi della tua attività saggistica sul fronte sociologico ed economico, ad esempio, immagino sia uno dei principali termini del problema).

    Insomma ho l’impressione che gli sforzi siano ancora (e giustamente) indirizzati verso l’accoglimento del principio per cui la poesia è una forma di discorso non equivalente e non parafrasabile (“c’è ben altro”); allo stesso tempo, si percepisce un crescente scetticismo rispetto a questo stesso principio, ai modi suoi di risposta e reazione al “che” del mondo, e finalmente al suo portato gnoseologico; non so dire poi se si tratta davvero di una sfiducia, o di una più generale complicazione nei rapporti, anche di scacco reciproco, fra questo fronte e quello del discorso (più o meno)ordinario altrove praticato.

    Ma ne sono incuriosito perché, ad esempio, le varie sperimentazioni intergeneriche (il Kubrik, i Prati, i Materiali per uno studio su Parigi) da te portate avanti in questi anni non sembrano affatto intaccate da questa forma di scetticismo, che leggo allora in relazione al solo genere lirico; scetticismo di cui mi piacerebbe conoscere le ragioni o concause (anche se non credo di essere riuscito davvero a spiegarmi, ma ormai è fatta :-).

    un caro saluto, e perdona la solfa,

    f.t.

  8. Sono osservazioni pertienti, quelle che fai Fabio. E che mi costringono a riflettere. Partiamo dal fatto che queste sono poesiole, scritte per una sorta di “riflesso” lirico, che si mantiene costante, ma che – come ben dici – è come se spogliasse il più possibile se stesso, i propri orizzonti, le proprie illusioni. D’altra parte, l’andazzo degli eteronimi pessoiani aiuta il ragionamento. Alvaro De Campos porta avanti le sue esplorazioni di frontiera, e poi Ricardo Reis ritorna (di tanto in tanto) al vecchio modo.
    Quello che dico nelle poesiole è una vecchia storia, è un significato già dato, ma provo a dirlo come fosse cosa nuova, dal momento che si è già dimenticata. E’ l’impermanenza, vissuta a misura dell’io individuale. Nel momento in cui l’io non è agglomerato nella rete forte dei destini collettivi, viene ributatto alla sua irrealtà costitutiva. Le date sono la prova condivisa collettivamente dell’irrealtà dell’esistenza individuale. Le stagioni mi dicono che sono già vissuto, ma di questo vivere non ho che labili tracce, fantasmi.
    Oltre questa soglia non c’è davvero sapere che tenga, e che aiuti. Una volta c’era il meccanismo antidolorifico della fede e della credenza religiosa. Oggi, per me, non vale più. Ma quella soglia è rimasta.
    Che cosa fa sì che questo dire sia poesia (poesiola)? E che sia un dire non equivalente? Nel migliore dei casi, ad essere ottimisti su questi testi, è quanto scrive Jacopo: imbastiscono un tessuto di frasi, alcune delle quali emergono come memorabili. Tentano d’imprimersi nella memoria. Se il verso ha un senso, che sia libero oppure no, esso riguarda la sua capacità di ambire ad essere memorizzato.
    In tante discussioni sulla poesia, su metro e ritmo, pare spesso passare in secondo piano LA questione fondamentale che separa la prosa dalla poesia. La poesia permette la scansione versale, ritmico-metrica, ai fine di fissare un segmento di discorso nella memoria.

    • caro Andrea, ti ringrazio per la risposta, su cui a mia volta dovrò riflettere. Intanto, ti dico che sono tendenzialmente d’accordo circa l’importanza che assegni alla memorabilità di ciò che definiamo poesia, a questa sua qualità impressiva (qualità che è stata peraltro fra i primi motivi d’attrazione nei confronti della tua scrittura, non solo “poetica”; e che non ha certo smesso, negli anni, di attirarmi).
      Quanto al ritmo, poi, ricordo sempre con trasporto una particolare lettura offerta da Cacciatore – e una decina d’anni fa ripresa e ripensata anche da Mesa – secondo la quale è proprio nella tensione soprasegmentale che risiede il vero momento sociale della poesia, ed è quello il luogo dove si partecipa a un’impresa comune sottraendosi all’angustia e, forse, persino alla irrealtà della propria individuazione.

      Detto questo, ci tengo a specificare che le inquietudini espresse ieri non vorrebbero togliere nulla al valore di questi tuoi nuovi testi, anzi (non mi sembra del resto tu le abbia lette in questo senso). Semmai, iniziare a chiarire una serie di sensazioni già provate, in diversa misura, leggendo la tua serie lucreziana uscita per Perrone.

      Credo che per me il problema fondamentale sia sempre quello della (ipotetica, certo, e asintotica) inscindibilità di forma e contenuto. In qualche modo, stando anche ad alcuni tuoi saggi (specie quelli dedicati a Mesa, per ovvie ragioni), credo che anche tu senta fortemente tale problema. Ecco: è nei confronti di questa tensione all’inscindibilità di forma e contenuto, della sua importanza e delle sue conseguenze, che mi è parso di percepire nelle tue ultime cose (non nelle prose, però, come dicevo ieri) una forma di scetticismo, persino amara, e di qui una maggiore ‘esposizione’ testuale a contenuti la cui enunciabilità può (o potrebbe) prescindere dalla propria formalizzazione poetica, e darsi anche altrimenti: essendo, almeno in parte, contenuti precedenti la formalizzazione stessa.

      Ora, non è detto che la mia impressione sia esatta, ed è anche per questo che ho approfittato per discuterne un po’ con te. Del resto, supponendo che lo sia, si aprirebbe un fronte ulteriore (e un nuovo motivo per me d’interesse): in che modo cioè, anche assumendo apertamente – almeno a livello tematico, dato di partenza – contenuti altrimenti esprimibili, riesci poi nuovamente a dis-trarli, loro e il soggetto che li rumina, al di fuori della rete dei discorsi collettivi, e dunque nuovamente in una zona in cui “Davvero non [si sa] quasi nulla”, e il portato conoscitivo della poesia torna ad essere necessario e non equivalente.

      Al solito, credo di aver fatto qualche confusione, ma forse ho accerchiato meglio le mie inquietudini rispetto a ieri. Grazie per questa occasione di dialogo, un abbraccio,

      f.

    • accidenti, avevo lasciato un altro commento piuttosto lungo, ieri sera. speriamo che wordpress non l’abbia fagocitato!

      • fabio mi dispiace, ma se l’è magnato…
        mi sarebbe piaciuto continuare il dialogo

        • vabe’… vedo se ho modo di riscriverlo, altrimenti con più calma in privato. un saluto!

  9. già, ma come convivono sotto un unico nome poetiche diverse come quelle di Reis e di Campos? a meno che per Inglese le poetiche non contino più?

  10. a valerio,

    credo molto meno nelle poetiche che nei procedimenti; credo nei generi e nei sottogeneri, ma in un’ottica esplorativa e strumentale, non in un’ottica normativa; quindi, cotinuando a utilizzare l’esempio di Pessoa, Reis e Campos corrispondono a operazioni diverse e individuano soggetti e mondi diversi

  11. e dunque, dicevo:

    intanto, sono tendenzialmente d’accordo circa il valore che assegni alla qualità impressiva, alla memorabilità (distintiva, penso, ma non necessariamente giurisdizionale) di ciò che definiamo poesia (memorabilità che è stata, peraltro, uno dei primi motivi per me di attrazione nei confronti della tua scrittura, e che certo non è venuto meno negli anni).
    quanto al ritmo, poi, ricordo sempre con particolare trasporto una lettura che ne diede Cacciatore – e che Mesa ha ripreso e ripensato una decina di anni fa -, secondo la quale è proprio nella tensione soprasegmentale, nonostante questa in un primo tempo attesti la “necessità immisericorde della natura”, che si dà il momento sociale della poesia, e che è possibile partecipare, scrittore e lettore, ad una “impresa comune”, entrambi fuoriuscendo dalla “angustia” della “propria individuazione” (e forse, aggiungo, tornando al nostro scambio, anche dalla “irrealtà costitutiva” della stessa).

    ora, le inquietudini che ho tentato di esprimere nel commento del 3 luglio, non volevano né vorrebbero porre un dubbio sul valore di questi tuoi nuovi testi, che ho apprezzato; ma del resto non mi sembra che tu le abbia interpretate in questo senso. semmai, cominciare ad articolare una serie di impressioni che ho provate già leggendo la tua serie lucreziana uscita per Perrone, e che le “Date” hanno in qualche modo rafforzate.

    credo che il problema fondamentale, per me, sia sempre quello della (ipotetica, certo, e asintotica) inscindibilità di forma e contenuto, e delle conseguenze procedurali e conoscitive di una tale tensione. basandomi sulle tue scritture, ma anche sulla scorta di alcuni tuoi saggi (in particolare quelli dedicati a Mesa, per ovvie ragioni), penso di poter dire che anche tu senti fortemente questa “qualità” e tensione, questo problema. Insomma è proprio rispetto a tale assunto, alla sua possibilità, che mi è parso di scorgere dei motivi di scetticismo nelle tue poesie recenti (nelle poesie e non nelle prose, dicevo). poesie recenti le quali mi sembrano più ‘aperte’ all’ingressione, rispetto al passato, di contenuti la cui enunciabilità potrebbe in effetti prescindere dalla formalizzazione estetica, e darsi anche altrimenti, trattandosi, almeno in parte, di contenuti preesistenti a questa formalizzazione (mettiamo i versi: “come se dentro, / nel nostro fragile componimento / di sonni e veglie, ci fosse una risorsa / che l’economia non controlla, senza dati / e prelievi, senza ragioni condivise).

    naturalmente, non è detto che la mia impressione sia esatta (né è detto che riguardi solo le tue cose recenti e non, anche, varie zone degli Inventari e de La distrazione). è anche per questo che ho pensato di interrogarti sulle possibili ragioni di un tale scetticismo (sempre che si tratti di ciò, e che si tratti di una “novità”), e sul perché tale complesso inerisca alla lirica con più evidenza rispetto alla prosa.

    Peraltro, supponendo per il momento la pertinenza dell’osservazione, si apre un nuovo fronte di ragionamento (e per me di interesse): cioè come riesci (perché credo tu riesca), nonostante una base di contenuti assestati, almeno a livello tematico, a ricondurli poi nuovamente in una zona altra rispetto alla “rete forte dei destini (e aggiungo: discorsi) collettivi”; insomma proprio là dove daccapo “Davvero non [si sa] quasi nulla”, e l’esplorazione poetica riprende ad essere discorso necessario e non equivalente, sfuggendo a quei rischi, diciamo così, di estetizzazione o retoricizzazione sempre in agguato quando il momento contenutistico e quello formale si concedono alcune zone di slacciamento.

    Penso di aver ripreso nella sostanza il commento mangiato da wordpress. In ogni caso, perdona la mia ingenita (e crescente) incapacità di farmi capire. Ti ringrazio per questa bella occasione di dialogo, un abbraccio,

    f.

  12. il discorso che fai è abbastanza chiaro, ma non so tanto rispondere… ora, anche perché sono stracotto, ma sono convinto che il discorso critico-saggistico (da me fatto e che tu citi) sia in genere più grezzo rispetto alle implicazioni testuali, che sono sempre più ambigue. In ogni caso, questi tre testi sono in continuità con testi presenti in libri precedenti. Quindi il problema di significati dati al di fuori della forma poetica c’è sempre stato. Ma oggi, in termini teorici, lo prenderei in considerazione in modo meno schematico. Che ci sia un significato di cui posso parlare in prosa, questo non toglie nulla al fatto che quel significato, nella sua espressione poetica, assume un’espressione non-equivalente. In prosa era sordo, morto, in poesia (nella forma poetica) riacquista forza, sonorità. Questo sarebbe un caso particolare della poesia come espressione non equivalente. Poi a bene vedere, c’è già tutto in Frege – su un recente numero di Anterem c’era un articolo su senso e significato in Frege. TING TONG!!! A NANNA A NANNA!!! TING TONG se salta fuori frege a quest’ora, il cerebro è fregato TING TONG NANNUCCIA::::

  13. ok, mi toccherà leggere Frege (doveva accadere prima o dopo, mannaggia) :-)

    comunque, mi rendo conto di aver impostato la questione in maniera forse troppo schematica; la faccenda dell’inscindibilità sta diventando per me sempre più decisiva, per cui mi ritrovo frequentemente a precipitarvi (e misurarvi) le mie impressioni di lettura. ci penso su con calma. e sicuramente avremo occasione di parlane ancora.

    un saluto!

    f.

  14. Che Andrea Inglese torni ai versi, o che i versi tornino ad Andrea Inglese, sono contento a priori. Poi, avendo letto questi tre movimenti poetici, mi dichiaro soddisfatto, anche perché la riuscita della sequenza sta anche nel fatto che la terza poesia è apertamente e sinteticamente più abile e felice delle altre due: le capitalizza, le capisce meglio, le interpreta. Proprio il verso costituisce l'”astuto rigore” dell’imprecisione e nulla come la poesia gioca sul rigore dell’imprecisione, sull’ampiezza armonica dei dati, o date. Molto interessante, per uno scrittore come Andrea, volto in buona parte ai plurimi inseguimenti dei realia, e dunque alla misurazione degli intervalli, dei vuoti, alla frustrazione verbosa, perennemente intelligente. Qui la poesia impara a tagliar corto con la lungaggine delle mancanze e delle ipercompensazioni: all’io poetico, che invoca e denuncia i puntelli delle date, l’imprecisione dice “C’è ben altro”. Ottimo, si ricomincia.

  15. “date” le circostanze della vita (ovvero, le interpretazioni “date”), ne abbiamo in cambio costruzioni mentali che sono ben altro. il che potrebbe intendersi sia come dissomiglianza (tra ciò che la memoria ci racconta e il tempo), sia come fine equilibrismo (da circo-stanza) sotteso tra due nulla. ed ecco allora che quel “c’è ben altro” in chiusa potrebbe riferirsi (facendosi di nuovo e coraggiosamente male) non solo al raccontare, ma anche al tempo e al nulla. ohi, mi piace l’umanità di questo smarrimento, nonché la consapevolezza dell’impotenza statistica del mondo soggettivo d’ogni io (“davvero non so quasi nulla / non ho che me stesso come esperimento”), laddove mi pare addirittura d’intuire un tuo sorriso tra il rassegnato e il mesto (e se mestò sbagliando, ciò è la riprova di cui sopra, eh!). mi prendo comunque la libertà di chiosare che non c’è né significatività statistica né scienza per enne uguale ad uno, ma la creatività del cervello – fortunatamente – certo non se ne cura e gonfia la rete neuronale battendo un astuto rigore (che Pirlo!).
    : )))
    nell’economia del trittico (dati non controllati, n.d.r.) le prime due sezioni ordiscono l’intreccio (“spazio delle cose, fitte, intrecciate, vicine” e “sistemare, organizzare come in orti, quadrati” “con linee, margini, siepi, ghiaia, gradini, quel tanto di simbolo, di cifra” “nel dramma, nell’incastro” “gradevole ritmo d’onda, di conto, di scansione regolata”), disegnando la gabbia mentale dagli oscuri funzionamenti automatici (innati e stagionali) che è la nostra illusoria percezione della realtà del tempo: una risorsa che è nel contempo la salvezza e la condanna del cervello. la terza sezione direi che “finalizza” il tutto, precisando al di là di ogni ragionevole dubbio, con certezza incontrovertibile e limpida chiarezza ciò che *forse* è stato. così a lungo senza essere nulla.
    : )
    ottimo anche il passo dell’affabulazione poetica, privo di fronzoli retorici eppure composto nell’arte del dire (m’ha ricordato zio borges) che col tono pacato del vecchio saggio svolge e riavvolge la trama in ogni verso senza perdere il filosofico del ragionamento creativo.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.