Da “Parodie”

di Daniele Ventre

1.

Dicono spesso che troppi aggettivi
fanno male ai racconti articolati
complicati ravvolti su sé stessi
(se stressi le parole non ti ascoltano)
che poi ti trovi a dover fare i compiti
anche se sèi più grande –un nonno in mezzo
a un’orda di bambini sbadiglianti
la noia pronta a ingurgitare il mondo
nel volo d’una mosca sprovveduta
e imprevedibile –e i bambini intanto
sogguardano la strada con malizia
o con curiosità –non puoi sapere
mai che gioco o domanda di bambini
possa colpirti a un tiro di pallone
o di biro mutata in cerbottana
–che poi è futile indorare sempre
la pillola col dialogo e il dovere
e le sfaccettature delle forme
e la retorica e la moral suasion
–la morale non vende sul mercato
e le suasorie luccicano a stento
d’un quieto sfarfallio di similoro
a cui proprio non crede più nessuno
credimi –tu mi dici che il mercato
ti fa da antagonista –un Don Rodrigo
immateriale soft interconnesso
con cui poi ti confronti –usando forse
dei toni un po’ fortini –e non è il caso
povero Renzo –è male nascer poveri
ce n’è di prepotenti a questo mondo
perché il mercato vende le sue logiche
anche al dominio delle minoranze
e alla minorità dei dominati
perché il mercato fa la mercanzia
(fortunati i mercanti) e tanto basta
e non si interloquisce dalle nicchie
–al più puoi rintanarti in una chiesa
(ce n’è di belle nell’ipermercato)
e parlare alle nicchie con i santi
–che poi chi scrive bene pensa male
a rispettarli troppo questi santi
che ammazzavano i mori –ed è banale
parlare di illegittimo dominio
da contrastare con rivoluzioni
(chi non ha tempo non aspetti tempo)
–qui s’è aspettato troppo nel frattempo
e a ribellarsi ormai non c’è più tempo
–però si può crollare a tempo debito
e il debito ti mette in discussione
il diritto di critica e l’impegno
e non rimane che l’imperativo
di pagare il dovuto con l’indebito
inappropriato –e con il negativo
la foto della colpa e del ricatto
(sì le donne hanno un piglio anche aggressivo
ma i coltelli di più –chiedi alla Pia
–ricordati di lei) –certo potremmo
parlarne anche ai nativi digitali
(come tu dici) siano anche purpurei
o con voci di nerd un po’ incolori
sottoccupati ignari di riscatto
(rapiti dal mercato innominato)
–ma non ricaveresti altro che insulti
perché poi così in basso come in alto
e la stoffa non è gran cosa in fondo
in basso come in alto –e gli strumenti
e le simulazioni e le sinapsi
dissimulate in modo più che onesto
(l’indifferenza di chiamarsi Ernesto
o Sigismondo a questo mondo è tutto)
non fanno altro che ampliare la portata
e la velocità dell’improperio
sulla rete dei byte e sugli engine
–ma per il resto l’interdipendenza
si muta in dipendenza –e a certi folli
non basta la matita col gommino
per sfuggire all’assedio e all’ossessione
–e certo ci saranno lamentele
per bene che tu faccia e per la faccia
che tu ci metta in bene o perda in male
–e collassa il gradiente dei rapporti
sotto lo zero e forse anche vorresti
contaminarti o per te consumarti
immune per te stesso e da te immune
–ma non si intende quale estremo incroci
quale forma consumi nell’assumerla
–assumendo che tutto almeno vada
che vada se non bene –e rintanati
ce ne stiamo un po’ tutti nelle nicchie
assegnateci in sorte e ci sentiamo
santi solo per questo e ci crediamo
giusti solo per questo e per il ruolo
che ci richiude santi nelle nicchie
a sperare che un altro arrivi in chiesa
(di quelle chiese dell’ipermercato
dove ai santi si pagano le grazie)
–ma intanto nel deserto tu ci resti
ora che santi ce ne sono troppi
e ciascuno col suo comandamento
e il segnalibro alla pagina giusta
che nega quello della nicchia accanto
–ma intanto gli ospedali non funzionano
né qui né in Palestina e i paragoni
restano sempre comunque cretini
e c’è poco da fare –e le aggressioni
crescono di default (fendenti o meno)
mentre sul palco muoiono a soggetto
gli attori come mostri in forme o scene
fra pose oscene d’una sorte informe
e forse puoi riprenderti le vite
e forse lo spettacolo diverso
non è solo la wii –che forse il sogno
dell’universo per ognuno è questa
pelle tesa al deserto di velluto
dall’iride gettata sul tramonto

2.

Temo non ci sia modo di spiegarsi
se non con l’ostensione della sindone
in tema di scritture post-modello

Questa ad horas sarà la procedura
possibile acquisibile –si ponga
un testo oggetto un verbale visivo

o un verbo visuale o qualche forma
grafica senza sèma e senza seme
o qualche installazione performante

(dico dell’incartante e non del software)
del muto o del sonoro condiviso
-e mostri quel che fai quel che si è fatto

di Francia o Spagna (purché in pompa magna)
negli ultimi trent’anni o poco più
Si mostra quel che c’è quel che c’è stato

si legge in nome della legge oppure
si posta apposta un post si fa un bel reading
(reading reading che mamma fa i lit-bloggers)

o tutt’al più una sequenza di incontri
(I’ll burns my e-books – ah, Web-istophilis!)-
EX.IT devil with blog in questo tempo

e mostra allo studioso osservatore
o lettore ogni cosa da vedere
presupponendo che vorrà vedere

costui che ancora per amor di pace
spregeremo col nome di lettore
– certo vorrebbe chiederne ragione

ma gli risponderemo che ragione
non è e che non si può più articolare
e l’argomento non è in concessione

e d’altra parte fugge l’intenzione
(e l’intensione) se il lettore stesso
(ipse lexit) in forza d’esperienza

non mostra intenta la disposizione
l’intesa con il testo e l’osservanza
dell’assioma che l’occhio è il post-modello

è l’essenza del vivere e lo vuole
chi te lo dà perché con lui reclami
che infinita esperienza e video-arte

montò nel suo mirabil magistero-
che non trovi avanguardia né ricerca
in tutte le altre cose post-modelle

(post-belèn post-letizie e post-arcuri)
quae legimus quae scripsimus cotidie
e non sono poi gesti letterari

e percezioni letterate in fondo
-e nel contempo si tratta di tracce
e tratti e tracks d’anni o decenni addietro

danni ed accenni dietro assai diversi
dalle grandi strutture a dominante
e dallo standard degli addominali

ti punga il buon commentator del quale
(Dïascòride dico) nel silenzio
o nell’insulto chiesto dagli amici-

Ma se ti ostini in specchi di riflesso
dalla finestra e non per la finestra
(da con e per la gente) non potrai

affacciarti davvero oltre la monade-
e se però stai sempre alla finestra
lo specchio poi non ti farà più festa

se non l’usi quel vetro di finestra
come riflesso in specchio non disutile
per saltare o mangiare la minestra

Personalmente ne sono persuaso
che ostentare la sindone nel gesto
critico ci colleghi a stretto caso

indissolubilmente a este paso
storico la lettura e il fondamento
su autori fuori – fuori Italia dico

Il martellare le letture vecchie
le riletture di autori del canone
(canone iniquo) di questi italiani

è destinata certo al fallimento
forse anche in quei non così rari casi
(esterofile voci provinciali)

in cui ci siano maestri italiani
-anche perché si tratta di letture
e riletture piene di istorismo

non svincolate dall’istologia
che inquadra in uno e in un solo tessuto
le avanguardie e non mette mano esperta

nel post-modello in nuova poesia
(ond’or m’accorgo in che disarmonia
possanza senno amor m’escluse temi)

perché non parla italiota ragione
di storicismo critico la forma
del post-modello e della postfazione

Per contro chi attraversi per escerti
trent’anni escreti di scrittura anglofona
o francofona (quello che ricercano

in centinaia) sarà necessario
naturale il dialogo passione
inesorabile e cappio d’ananke

-hanno anche detto che ripetizioni
di righe e forme da post-pubertà
sul bordo di villaggi e continenti

marcano certo -per le deiezioni
di tempi esseri tundre ai territori-
ripetitori non interloquenti

e mal disposti a interloquire al via

(Ma una buona poesia
a cui si chieda conto in sede critica
produce una cattiva teoria
di giustificazione
e per conferma poi
la critica al poeta
chiede nuove poesie che rassicurino
la cattiva teoria-
e rischiano di farsi
cattiva poesia).

5 COMMENTS

  1. Caro Daniele risponderò a una tua osservazione di qualche giorno fa a proposito della “congiura del silenzio” in atto a parere non solo tuo ma anche di altri poeti a noi cari su certe produzioni esterne a determinati movimenti, gruppi, rizomatiche formazioni che qui e altrove si percepiscono come comunità. Ci sono a parer mio tre errori di fondo. il primo è quello di pensare in termini quasi di complotto- vedi congiura- qualcosa che secondo me in maniera più spontanea accade. Negli anni novanta in Italia, il gruppo 93 ha intelligentemente e con sicuri limiti che ogni esplorazione e cartografia conseguente porta naturalmente con sé, recensito poeti e poetiche. Che si trattasse delle riviste baldus e Altri luoghi, o di rassegne come Milanopoesia, Ricercare,- qui cito pochi esempi. Quel che posso dire è che il gruppo 63 , i nuovissimi, e tutto quello che è seguito ha fatto un lavoro importante, direi militante nel mondo della letteratura definendo un campo. Se si volesse capire con un solo colpo d’occhio la portata e i nomi del campo basterebbe leggere il bellissimo, e lo dico con cognizione di causa, omaggio fatto a Pagliarani su Alfabeta 2 qualche tempo fa. http://www.alfabeta2.it/wp-content/uploads/2012/04/PAGLIARANI-Elio_per_tutti-tutti_per_Elio.pdf . Se a questi poeti aggiungi quanti presenti nelle diverse manifestazioni legate al cinquantenario del gruppo 63 la lista della spesa è quasi completa. Il primo errore è quello di considerare l’immensa cartografia che ne deriva comme il frutto di una selezione a monte, simpatia antipatia, bravi non bravi, compilata da qualcuno sul modello di certe antologie che sono state oggetto di dispute e maleparole anche qui su nazione indiana e che con il senno di poi non solo non rinnego ma rivendico, essendone stato uno dei più polemici avversari, ma con l’errore di fondo che commetti anche tu, ovvero di credere “davvero” che quelli fossero convocazioni alla gloria eterna della letteratura di ricerca,e il giudizio insindacabile.

    Secondo errore. La aensazione che ho è che si stia in piena sindrome P38. La prendo a prestito dal Pino tripodi, dal suo libro settantasette. La P 38 di cui il protagonista parla a un agente della Digos è la proposizione 38 dell’Etica di Spinoza (libro III)

    Se qualcuno, avendo cominciato a odiare una cosa amata, arriverà al punto che il suo
    Amore sia completamente annullato, egli tratterà quella cosa – a parità di condizioni – con Odio maggiore che se non l’avesse mai amata, e con un Odio tanto maggiore quanto maggiore era stato in precedenza l’Amore.

    Tra critici- critici, critici- poeti e poeti- poeti è quanto accade e sta accadendo in questi anni. Il mondo, quel mondo di cui sopra e a cui fai riferimento, credo, ti ignora? Ovvero non ti ama? L’amore iniziale che ha portato all’attenzione verso quello stesso mondo si trasforma in un odio maggiore, come dice Baruch. La mia domanda è, quell’odio vale la pena? Non far parte di quel mondo, ovvero non riceverne attenzione, inficia la propria produzione letteraria, il progetto poetico a cui si sta lavorando? Il silenzio si traduce in ostracismi editoriali? Non mi sembra proprio anche perché come hanno scritto nel thread relativo alle considerazioni di Giulio, sempre qui su NI, si tratta di un mondo che se poca voce in capitolo ha per accedere al potere (vd bianche einaudi o specchi mondadori) ritengo che ne abbia ancor meno per impedire di accedere alle cose.

    terza e ultima considerazione. a me sembra che destini poetici come il tuo, il mio e di tanti altri, penso in primis a un’impresa come La camera verde, di Roma, si possano considerare come felici dell’inappartenenza e tutto sommato in grado di offrire una risposta alle domande di senso ( per chi e per cosa scrivere poesie aujourd’hui?) che ognuno di noi si fa. un abbraccio effeffe

  2. tra ecumenismo ed irenismo, Francesco; io per me pratico il distacco: non leggo più chi non mi interessa, e qui e altrove ormai son tanti…)); anche perché troppo si scrive

    per il resto buone poesie sì

  3. no viola, io pratico, frequento, leggo quanti te compreso diventano di volta in volta mia comunità. ed è una comunità ogni volta differente, sia che si tratti di alfabeta, nazione indiana o dih incontri come quelli organizzati da biagio, e quant’altro. a me sembra che lo stesso faccia tu e daniele lo istiss. va bene così? Certo, va bene così. effeffe

  4. viola bella sta cosa dell’irenismo. all’inizio pensavo che fosse una citazione de gregoriana, ” Irene al quarto piano è lì tranquilla che si guarda nello specchio e accende un’altra sigaretta.”
    effeffe

Comments are closed.

articoli correlati

L’ora stabilita di Francesco Filia

di Daniele Ventre Al di là della prima impressione a caldo, non si può avere un adeguato confronto con un’opera...

Rischio d’assenza

di Corrado Aiello Rischio l’enfasi La porosità impervia del reale La calma e la chiarezza di uno sguardo Che non cede Rischio l’attimo La rapsodia...

Kurdistan

di Daniele Ventre A tempo dato aprivano origini. Sul tetto a raso i nibbi planavano. Ci si attendeva. Un tempo d’ira batte alla...

Ipazia, Tahirih, Shaima, Hevrin e le altre

di Daniele Ventre Le culture figlie della rivoluzione neolitica e del patriarcato si contraddistinguono, fra l'altro, per quella peculiare sottospecie...

IL JOKER *

di Sonia Caporossi La tendenza al male presente in ogni uomo è il pervertimento del fondamento soggettivo dell’uso della libertà, che consiste...

Raffaela Fazio, L’ultimo quarto del giorno

Nota di lettura di Giorgio Galli Non è facile parlare della poesia di Raffaela Fazio, perché è una poesia intimamente...
daniele ventre
daniele ventre
Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).