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La sede naturale

l'altro posto di vacanza

di Andrea Inglese

 

Io ho sempre vissuto in un posto dicendomi che quello non era il mio posto, che è una cosa comune, ma è comune fino a un certo punto, perché il problema della sede naturale, di quale sia la nostra sede naturale, è vastissimo, e una vita intera di certo non permette di risolverlo, anche chi si rimette alla grandi coperture monoteistiche, alle solide volte dottrinarie, quelle campate in aria, lo sa, la sede naturale è sempre duplice, almeno, contempla viaggi e ritorni, città celesti ma anche grotte e cunicoli putrescenti, capanni incendiati, baite di montagna innevate sui fianchi e contro cui sbatte il vento. C’è poi il quieto viavai degli interni, in quelle sedi ordinarie e un po’ grigie, dalla camera da letto al soggiorno, dal soggiorno alla cucina, per non parlare degli stanzini di evacuazione, tutti comunque credono in una propria sede naturale per prosaica che sia, è come se qualcuno lo avesse garantito, chissà chi poi, ma è una nostra strana convinzione, che né madri e padri smentiscono, né l’arcivescovo o il sindaco, il mio posto in ogni caso, quello in cui mi sono trovato fin da piccolo, non era quello che avevo in mente, e se stavo seduto su una sedia, o sdraiato in un letto, o comunque mi trovavo in una stanza, la mia coscienza era subito assorbita da un posto diverso, uno scenario spazialmente, geograficamente, storicamente spostato, non è che io non volessi essere lì dove mi trovavo, ma non era quella la mia sede, era solo una stazione intermedia, un luogo occasionale di sosta, scelto alla buona, perché il mio viaggio, già cominciato in sordina, doveva portarmi altrove, in una stanza diversa, con letti e sedie diverse, e in un paese non così vicino, non così familiare, seppure poi rimaneva il problema, che da bambino preferivo passare sotto silenzio, di quale lingua avrebbero parlato nel paese che davvero mi spettava, anche se me lo diceva mia nonna, “Le lingue, impara le lingue!”, ma poi ci sono le abitudini che avrei dovuto apprendere, perché il vero apprendimento del mondo non è l’alfabeto, ma salire le scale, sono migliaia le piccole silenziose abitudini che dobbiamo acquisire, anche se con l’alfabeto noi crediamo di governare, di dettare legge al nostro corpo, come uno spirito che agisce dentro la macchina, e a suon di parole, a suon di bei discorsi, la rassicura, la convince, la sprona, invece i nostri discorsi sono in perpetua lotta con le nostre abitudini, il nostro camminare è in perpetua frizione con la nostra pretesa di andare, con il nome delle nostre mete, che scriviamo spesso in un taccuino, perché la gambe vanno comunque, vanno sempre, anche quando non abbiamo chiari e persuasivi suggerimenti da dare loro.

 

Quindi io ho vissuto, fin da piccolo, avendo chiara coscienza dell’assoluta casualità, provvisorietà, della mia sistemazione, e soprattutto, in qualsiasi posto fossi, intimamente anelavo ad essere altrove, forse dovrei dire più precisamente che immaginavo di essere altrove, e che mi preparavo quindi a quell’altrove, ad abitarci, distraendomi così da quanto accadeva lì, tra i miei piedi, nel luogo stesso dove mi trovavo, in certi appartamenti di Milano, con dei mattoncini lego o della automobiline tra le mani. Costruivo così un altrove con pezzi di mondo visti dal treno, o durante i viaggi in macchina fuori città, raddoppiavo le foreste, i campi squadrati e allagati della pianura, disseminavo casette, sentieri sterrati lungo i fiumi, cantieri abbandonati, che costituivano una tipologia architettonica a sé stante, fatta di fondamenta di cemento, impalcature di metallo, qualche gru, i piloni isolati come rovine, da cui spuntavano quali ornamenti poveri gli steli d’acciaio già ossidati… In effetti, particolarmente le cose abbandonate o in costruzione, solo rovine o scheletri, mi sembravano sedi promettenti… Qualcosa finiva o cominciava, ma nessuna abitudine, nessun viavai tra soggiorno e cucina, nessun perimetro certo dove fare i soliti passi, concludendo il giro seduto sul letto, o davanti allo specchio del bagno, circondato da cose che sembravano inchiodate al pavimento per sempre, inamovibili, eterne come credevo fosse il mio destino di allora. Invece una buca, con sul fondo una gettata di cemento, delle erbacce che spuntano ovunque lungo le pareti di terra, un tubo di gomma snodato in mezzo come un serpentone a cuocere sotto il sole, e una montagnola di barre d’acciaio in un angolo, questi erano spazi per me sontuosi, in cui m’immaginavo correre e saltare, organizzando la mia vita, ma per durate corte, due o tre ore massimo, per poi partire altrove, verso altri sterri, altre strutture provvisorie.

 

Come il prigioniero nella sua cella, io vivevo con l’idea di un posto che mi era più giustamente destinato, un posto che esisteva da qualche parte, dove io avrei potuto muovermi più naturalmente, in un accordo maggiore, più pietoso e rispettoso, tra me e gli oggetti, tra me e le persone, mentre mi trovavo catturato dentro una situazione ostile, povera, forzata, dove ognuno era sottoposto a una esagerata costrizione: le guardie che dovevano tenermi lì, sorvegliarmi, impedire mie sortite all’aria aperta, se non in momenti ben regolamentati e rari, i miei compagni di cella, che non erano miei amici naturali, che avevano altre pretese, altre passioni, e non potevano certo condividerle con me, di modo che ognuno si teneva sulla generali, ognuno era costretto a una grande discrezione, come accade in ogni luogo infido.

 

Certo che dovrei un po’ rischiararla questa mia naturale propensione non dico alla fuga, o all’evasione, come se considerassi il posto dove risiedo, abito, vivo, lavoro, mi nutro, un indirizzo sbagliato, una sede provvisoria, non vorrei che ne venisse fuori un’idea metafisica, secondo cui “siamo solo di passaggio”, come se avessimo in altri mondi più puliti e calmi, in Svizzere ultraterrene, qualche nuova occasione di risiedere e respirare, no, io so bene che è questo l’unico posto che mai più mi sarà concesso. Non vorrei deludere nessuno, ma ci abbiamo messo tre miliardi di anni a organizzare il caos cellulare, per ottenere un bell’organismo come il nostro, animale che si dà grandi arie, arie di ometto per bene, brillante, sapiens sapiens, e la migliore cosa che sappiamo ancora fare è quella di conservarci individualmente (siamo, nonostante le nostre migliori aspirazioni rivoluzionarie, esseri costruiti sulla conservazione del respiro) e riprodurci collettivamente (anche per questo mai prendere sotto gamba una bella scopata, seppure sterilizzata da dispositivi adeguati).

 

Comunque, sì, io dovrei scavare un po’ di più, per capirla meglio questa cosa, nessuno in fondo sa bene dove andare, ma almeno la gente, in genere, sa dove stare, si guarda intorno e vede cose familiari, tazzine grazie a cui prendere il caffè ogni mattina, i sorrisi amorevoli dei famigliari, le telefonate allegre degli amici, il letto preparato, qualcosa che sempre, all’ora di pranzo e cena, dovrebbe friggere o bollire, in attesa di riempire il piatto, andare è un gran casino, non si sa mai dove, in quale posto si riuscirà ad arrivare, quale carriera, quale stipendio misero, ma stare tranquilli per un po’, non dico girarsi i pollici, ma anche goderselo il piatto caldo, la dormita nel letto, il buffetto amorevole di papà o mamma, a meno che non arrivino sberloni e cazzotti, magari da qualche madre nevrastenica o padre alcolizzato, ma pensiamo positivo…

 

“Starci dentro”, come si usava dire a Milano negli anni Ottanta, non è poi così difficile starci dentro, quale che sia il perimetro, quello in cui ci siamo trovati per caso, sperando non sia un monolocale affollato, con chiazze di umidità alle pareti, pensiamo positivo, pensiamo ad una situazione da classe media occidentale, perché mai uno dovrebbe scalpitare, o andare in apnea nell’immaginazione, mutare gli arredi, i profili delle persone, rivoluzionare il clima, trafficare i colori delle cose, la luce, l’odore dell’aria? Perché voler fuggire, mettiamo, da un microclima sereno di classe media, con tutti quei crucci che si dissipano con pazienza e ostinazione, giorno dopo giorno. A me, però, succedeva quello, forse per via dei romanzi, sempre colpa dei romanzi, questo supplemento d’anima, veramente a buon mercato a volte, come in Salgari, o nei Dickens e Dumas scorciati, inizia tutto da lì, è l’assurdità della lettura romanzesca, forse già nei libri con le illustrazioni, quelle degli antichi Egizi, Davide con la fionda di fronte a un Golia riverso, Saturno con i suoi anelli, i bambini sono esseri impressionabili, vengono devastati da questo sversamento di mondi, anche se è spesso cartapesta, iconografia di seconda mano, io di questo sono sicuro, i disegni grossolani della Bibbia illustrata, le foto dei Segreti dell’astronomia, e la pagine condensate del Conte di Montecristo nell’edizione Salani in due volumi, sono supplementi che l’anima me l’hanno deformata, dilatata troppo, resa poco solida, avevano ragione i precettori ottocenteschi, ginnastica e sport all’aria aperta, mica ripiegamenti casalinghi, acciambellati in qualche angolo dall’atmosfera viziata, con il pericolo della scoliosi, a saturarsi la mente di sagome colorate alla buona, e agitate con furia, di nomi come Dantès e Faria, di carovane nel deserto e di brigantini sui mari asiatici.

[da Materiali per un libro su Parigi ]

 

17 COMMENTS

  1. Sono d’accordo. Anzi direi che, nel mio caso, potrei andare oltre. Non penso neanche io che questo tuo viaggio sia una rappresentazione metafisica della precarietà. Da molti anni sono assertore della verità che questo non sia il mio pianeta. Può darsi che anche altri la pensino come me e quindi non mi ritengo originale per questo. Probabilmente “la sede naturale” che ho in mente io sta proprio nella mente e non riesce perciò a trovare il posto fisico dove pormi e dove godere del riparo che si necessita in quei momenti. In questi momenti. Come succede a tutti, nel momento in cui non ci si sente a casa, si è sempre a disagio. Man mano il disagio si espande e mette agitazione, sfociando nell’idiosincrasia a ciò che circonda. Case, cose e persone, diventano nemici. In particolare la nostra razza che succube delle declinazioni del momento di un unico tema, se guardata bene dimostra la sua devianza diabolica. Va bene, la smetto. E spero presto di trovare il modo di andare nel pianeta che mi possa offrire una sede naturale.

  2. ora non siamo dentro a niente….che significa?…nel senso che, usando la spia (involontaria) del linguaggio comune, ci approssimiamo sempre di più, non alla assodata waste land, ma a una sorta di no man’s land….e che significa questo?…che una radicale, per molti versi misteriosa, senza parametri trasformazione è in atto..

  3. eh roberto, che scrivi:

    “Probabilmente “la sede naturale” che ho in mente io sta proprio nella mente e non riesce perciò a trovare il posto fisico dove pormi e dove godere del riparo che si necessita in quei momenti.”

    La sede naturale nella mente, ci han provato per secoli i cristiani, in fondo… Comunque io neppure della mente mi fido, sopratutto se e’ la mia, e quindi non mi ci sento tanto a casa…

  4. C’è la sede naturale della scrittura.
    Una nave che esplora il mondo.
    Il mio sede naturale è la nostalgia.
    Il luogo sempre lontano.
    Napoli è la mia sede naturale. Il mio principio di nostalgia e di speranza.

    Caro Andrea, hai scritto un testo magnifico. Forse Parigi non è il luogo per vivere nel presente.

  5. Ciao Andrea, prosegue alla grande questo libro su Parigi. Complimenti. La sede naturale mi sembra questione cruciale.

  6. l’importante mi pare che sento il racconto mentre si fa, è il ragionare stesso, che sento come in una pronuncia acuta, che si srotola e si disfa subito sotto gli occhi del lettore, e così compilatore e lettore non ci sono più, c’è questa scrittura che increspandosi …

  7. Bellissimo testo, grazie Andrea. Di sedi naturali la gente come noi ne ha tante, e le scopriamo giorno per giorno, ce ne dimentichiamo, le riscopriamo e ce ne dimentichiamo ancora. Luoghi fisici ma anche astratti e immateriali. La memoria, sicuramente, ma anche la musica e l’arte. Il momento della creazione o quello del ricordo. Il momento in cui, magari dopo quel bicchiere in più, si vede quella cosa che era sotto gli occhi ma non si era mai vista prima, e che gli altri non potranno mai vedere come noi. O quella melodia, quelle parole che ci toccano a fondo inspiegabilmente, inaspettatamente, in un momento di solitudine e di fragilità. E poi quella sensazione di ritorno, perché se la sede è davvero naturale allora ci siamo già stati, l’abbiamo già vista, non può essere la prima volta. Non sapevo del libro su Parigi, ma ora lo aspetto!

  8. Bel pezzo. Complimenti ad Andrea, che seguo e apprezzo molto.
    Le riflessioni, le sfumature, le tonalità che ho trovato in queste righe mi accompagnano da sempre. Le coordinate, le stazioni, i crocevia nodali di una vita; bei presupposti per un breve viaggio all’interno delle nervature del viaggiare, dello spostarsi, dell’esplorare. Trovare un luogo e chiamarlo casa è un po’ come rintracciare in un altro essere umano frammenti di sé e chiamarlo amore. Non è facile, non è forse neppure così consueto, e diventa ragione di vita, missiome, talvolta persino terapia.
    Ho scritto molto intorno a questa tematica. Mi affascina, mi stimola, mi coinvolge. Quel che più di tutti “tira” le mie parole è il concetto di restare e tutto ciò che ad esso concerne. Non inteso, quindi, in semplice contrapposizione all’andare, al muoversi, ma nell’accezione più concreta di scegliere di rimanere. Ecco, quella scelta che distingue un peregrinare casuale, o anche più definito, da una scelta – rinuncia – in nome di qualcosa che valga, almeno, tutto ciò a cui abbiamo rinunciato.
    Quando si resta davvero? E in nome di cosa? Di chi?

  9. un testo splendido che vuole la carta e per essere letto con le mani, quanto meno da noi, digitali imbarazzanti.
    Complimenti.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.