Che la droga non è un mistero

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di Andrea Inglese

 

Che la droga non è un mistero. Forse questo è un testo che plagia un testo altrui, perché il plagio a casa propria non si può fare, il plagio sul divano è impossibile, comunque Christophe Tarkos (Marsiglia, 1963 – Parigi, 2004) ha detto quel che andava detto della droga, in una trasmissione in diretta, in particolar modo ha detto – tutto per iscritto – che la droga è buona a drogato, plagio però a memoria, io, non avendo sottomano né droga né testo, e quindi è un plagio assai imperfetto, e me ne scuso con gli avvocati della parte avversa, droga si diceva, soprattutto. Che non è un mistero.

La droga non misteriosa non possiede però un principio di trasparenza, non è come le transazioni sessuali, i contratti di sesso tra contraenti sessuati, per fare le cose uno addosso all’altro, nudi magari, con le dita tese, i culi, le bocche aperte, non è questa negoziazione continua tra soggetti che portano in giro la loro capacità contrattuale, in genere non è un mistero che la droga non fa contratti, non concede concessioni, entra ed esce dall’economia del dono, peggio poi per i drogati, per le loro pendenze, le rate non pagate, e il clima di diffidenza nel mercato mondiale della droga che questo produce, per gli stessi produttori, e venditori, che credono disperatamente nella capacità contrattuale e nel potere d’acquisto dei loro drogati.

Vorrei onorare la droga che sta nel mondo, e anche il consumo drogato della droga stessa, nei sistemi fisiologici di tutti i drogati, che abbisognano almeno di una elementare fisiologia, che è poi quella umana, sufficientemente sofisticata in realtà, per far sì che l’assorbimento della droga da parte del drogato possa farsi in modi rapidi e diretti, senza enormi esercizi manifatturieri o di destrezza o intrepidezza atletica, è importante che la droga entri dolcemente, ma senza cautele, e nel mondo venga benevolmente e accuratamente ringraziata, con ufficiose magari sentenze, anche scritte, perché la droga non va dimenticata o trascurata o trattata come un semplice e esclusivo problema di salute pubblica.

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So bene, fin troppo bene, che la droga è sempre la droga dei grandi drogati, la buona droga rende grandemente drogati, so bene io, e la droga anche sa, la droga ha coscienza di sé come grande droga, se è davvero buona, per i grandi drogati, se davvero si ingigantisce grazie all’uso della buona droga, uso smodato, magnanimo, eroico, e so bene anche questo, che l’uso grandioso equivale anche all’abuso, all’uso malnato, al malessere che tutto questo uso provoca nel grande drogato, che volendo sempre stare bene, dentro il suo cerchio di droga, anche sprofonda, diventa canaglia, si aggrava, ma non è vero niente, non si sa di quale droga si parla, se la droga è buona, non vi è abuso di bontà, ma eccellenza, santità, i drogati buoni sono santi, tutti pienamente santi, ma so bene che la droga è tanta, ed è droga diversa, diversamente buona, diversamente grande, e bisognerebbe vederci chiaro in tutta questa droga, che è poi illegale, anche questo va tenuto per detto, e lo dicono pure i poliziotti incontrati per strada, quando educatamente ficcano le mani nelle tasche del drogato, nelle sue bisacce, la droga tanto più è buona tanto più è proibita, ma non tutta la droga è illegale, una nuova droga, una droga recentissima, che completamente modifica la coscienza del drogato con accomodamenti imprevedibili e saturi, perché a questo tendiamo noi drogati di tutto il mondo, a rinnovare lo stanzino buio della coscienza, e quando arriva questa droga nuovissima, nessuno lo sa che è una droga da proibire, nessuno ancora ne ha deciso il male, salvo il drogato che come sempre anticipa tutti, e spesso è lui stesso che si crea e inventa e vende, per suo ingrandimento personale, una droga nuovissima, ancora perfettamente legale, ancora sana e positiva, anche se poi, vecchia o nuova, una droga può fare brutti scherzi, perché di scherzi la droga ne fa sempre, essendo per essenza scherzosa la droga, eminentemente ludica, demenziale, ma anche arguta, allegra, umoristica, ma lo scherzo brutto fa parte dello scherzo, ad esempio.

Che la droga non sia un mistero, ma una materia perfettamente essoterica, una cosa posata alla luce nel sole, in un paesaggio magari texano, magari semplicemente su una pietra piatta, una pietra arroventata, lo dice il fatto che tutti i cow-boy, tutti coloro che hanno cappelli da cow-boy, stivali con speroni, e montano cavalli sellati, con il lazo arrotolato e agganciato ben saldo alla sella, tutti questi cow-boy così sporchi di terra, così assetati, con le labbra screpolate, spaccate, non possono far altro che drogarsi, alla luce del giorno, continuamente, come se non lo si fosse mai saputo, persino nei film, persino i cow-boy cinematografici, tutti tirati dentro una medesima pellicola, vengono dalla droga, e continueranno nella droga, anche dopo il mestiere, anche alla presentazione del film in completo grigio, le labbra risanate, non pensano più che alla droga.

La droga crea problemi, come l’impensierimento, quando uno si droga rischia d’impensierirsi, se gira male, perché nella droga è importante il giro, deve essere largo, molto ampio, ma sganciato, non dev’essere un giro al palo e neppure un giro eterno, nel senso di circonferenziale, continuo e monotono come un tunnel, ma sciolto, a zonzo, leggero, perché poi per leggere la poesia, la poesia contemporanea, c’è anche bisogno di una bella dose, più la poesia è tanta, più è necessaria tanta droga, perché se l’una non funziona, la poesia, funziona l’altra, la droga, perché spesso la prima non fa niente, uno legge e rilegge, e non succede niente, poi si guarda le mani, e sono sempre allo stesso posto, guarda per terra, e tutto è alla solita distanza, nella solita nebbiolina narcotizzata, allora dacci dentro, e drògati tantissimo, senza neppure aver finito la poesia, càcciati dentro una bella dose, ma vera droga stavolta, che poi quando guardi le mani, sono tutte gibbose, ci son dentro trentamila cose tra nervi, venuzze, e altri fili, che poi è come un sistema di uno e zero, ma dev’essere biologico, un po’ come la clorofilla, che forse nelle mani non c’è, mancano completamente di clorofilla, forse, le mani, per questo seguono traiettorie tutte molto basse, e soprattutto cadono a penzoloni all’estremità della braccia, che spesso non sanno che fare se non pendere verticalmente, come terminazioni idiote e senza fantasia.

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Se non ci fosse ancora della droga, nel mondo, se non si potesse più inventarne, se davvero fossimo tutti solamente nel nostro limbo contrattuale, soggetti a negoziazioni e commerci incessanti, ma di cose che sembrano precise, d’uso comune, mentre la droga non misteriosa resta comunque intima, ha una natura vaporosa, non la si condensa e confeziona con facilità, soprattutto nella fase di assorbimento, perché quello che più conta, nonostante l’unanime superiorità dei mercati, non è la raccolta, ma non non è neppure la lavorazione, e tantomeno la distribuzione, il commercio al dettaglio, il piccolo o grande gruzzolo, acquisito o perduto, la vicissitudine del compratore, molto banale, sul piano della microeconomia, ma quando arriva, questo davvero conta, perché la droga arriva da qualche parte, c’è nella nostra intimità una meta per la droga, un paesaggio, no, no, qualcosa di più preciso, un territorio, dove la droga arriva, dentro di noi, come uno scandaglio, una pioggia su di una zona permeabile, ci sono indirizzi, migliaia, probabilmente miliardi di indirizzi, ma nessuna mappa, e tutto questo rimane perfettamente vaporoso, altrimenti saremmo completamente felici, oggi, nelle neuroscienze.

Finché ci sarà un po’ di droga, non saremo completamente felici, è una sorta di stupida reazione, lo sappiamo, questo ottuso tradizionalismo della droga, questo non lasciar adito al mistero, e alla vera scoperta, progressiva, grazie alle neuroscienze, che oggi dovrebbero essere un bagaglio universale, per chi attraversa la strada ad esempio, non si possono ignorare quelle risposte che le scienze cognitive stanno dando, finalmente, dal basso, da dentro il sistema neurale, neurale e nervoso, poiché l’uomo è questo, l’uomo e la donna, nella loro essenza, sono persone irritabili, costantemente sull’orlo della crisi, in tensione totale, hanno il volto tiratissimo, questi uomini e queste donne, perché tutti hanno dentro questo gran nervoso, vivono nervosamente, in uno spazio democratico o dispotico, ma malamente organizzato, con mille esitazioni e lentezze, e opacità, muri ciechi, angoli morti, lati spenti, e l’attrito, questa tremenda sciagura del millennio, ancora l’attrito, e il trascinarsi delle ossa, la flessione muscolare, ogni volta ancora, se non lavorassimo a pieno ritmo, tutti, anche per il successo delle neuroscienze, per domare o spegnere alfine questo nervosismo dentro la nostra umanità così poco riposata, e la notte, invece di amoreggiare o dormire, invece di cullare la nostra tenera figliolanza, che dorme con piccoli rumorini di respirazione, noi dobbiamo leggere questi volumi, almeno i manuali, per capire come il colore di Veermer, se lo introduciamo in una protesi cognitiva, continua a pulsare, a dare piccole spintarelle in un continuo alzarsi e abbassarsi dell’onda, che poi si screzia, sembra strattonata da nord a sud, tremola ansiosa anch’essa, nevrastenica, insomma leggiamo anche un po’ intontiti, ma leggiamo cognitivamente, tutto, fino all’ultimo rigo. Ed è così, un po’ per via dell’essere, un po’ per via del tempo, quando ci manca la droga, cadiamo nella felicità quasi perfetta, a venire, delle scienze cognitive.

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[Tutte le fotografie sono di Capitan Merluzzo©]

4 COMMENTS

  1. Ah peccato che non c’è qua lo psicopompo che apprezza se legge come scrivi qua ma peccato che non c’è e non legge

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.