Ovidio – Metamorfosi, I, 1-162

traduzione isometra di Daniele Ventre

L’animo spinge a narrare di forme che in corpi diversi
mutano; questa mia impresa, poiché foste voi a mutarle,
voi sostenetela, dèi, e dal primo inizio del mondo
riconducete continuo fin nella mia epoca il canto.
Prima che il mare e la terra e il cielo che copre ogni cosa
fossero, un unico volto ebbe in tutto il cosmo natura,
quello che dissero caos: una grezza massa indistinta
e nulla più che un gravame inerte e raccolte in un punto
le discordanti semenze degli esseri male aggregati.
No, non ancora sul mondo spandeva i suoi lumi un Titano,
né riparava i suoi corni una Febe nuova crescendo
e non pendeva la terra nell’aria diffusa all’intorno
equilibrata nei suoi gravami e nemmeno sul lungo
margine dei continenti stendeva le braccia Anfitrite;
anzi, per come era lì sia la terra e il mare sia il cielo,
era malferma la terra perciò, non guadabile l’onda,
priva di luce anche l’aria; a nulla restava una forma
sua, l’una all’altra poneva ostacolo, già, ché in un corpo
unico il freddo lottava col caldo e con l’umido il secco,
col duro il morbido e ciò che ha peso con quel che non pesa.
Questo conflitto fu un dio, migliore natura, a sedarlo.
Già, ché dal cielo le terre spartì, dalla terra poi l’onda,
scisse anche il limpido cielo dall’etere caliginoso.
Come spartì gli elementi e dal cieco ammasso li tolse,
postili in luoghi diversi, li avvinse a una pace concorde;
priva di peso la forza dell’etere cavo, infocata,
si sollevò, si creò nelle somme altezze il suo luogo;
resta per sua leggerezza e luogo a lei prossima l’aria;
d’esse più densa attirò grossolane essenze la terra
e dalla sua gravità fu compessa; invase le estreme
sponde accerchiandole l’acqua e serrò la solida sfera.
Come dispose così, chiunque egli fosse dei numi,
e ripartì la congerie e spartita in membra la avvinse,
sin dal principio alla terra, perché diseguale non fosse
in ogni parte, assegnò d’un’enorme sfera l’aspetto;
quindi ai marosi ordinò di spargersi, ai vènti d’alzarsi
rapidi, e di circondare e accerchiare coste di terre;
anche le fonti egli aggiunse e gli stagni immensi e poi i laghi,
quindi recinse di ripe contorte i ruscelli in declino,
quelli che in parte si assorbono in essa a seconda dei luoghi,
parte pervengono al mare e raccolti in una distesa
d’acqua più libera, battono a spiagge e non più contro ripe.
E le pianure le fece aprire e le valli abbassarsi,
boschi coprirsi di frondi, innalzarsi monti rocciosi;
come due fasce dal lato di destra e altrettante a sinistra
si ripartiscono il cielo e di esse è più ardente la quinta,
sì, così in numero uguale divise la massa ivi inclusa,
l’occhio del dio, e altrettante regioni hanno in terra uno spazio.
È inabitabile per la calura quella che è in mezzo;
due l’alta notte le occulta; piazzò fra le due altrettante
e diede loro equilibrio, frammistavi al gelo la fiamma.
Sopra di quelle sta l’aria, che è tanto più grave del fuoco,
quanto del peso di terra è più lieve il peso dell’acqua.
Anche le nebbie in quel luogo, in quel luogo ancora le nubi
volle fissare e quei tuoni che smuovono gli animi umani
e con i fulmini quelli che portano folgori, i vènti.
Il costruttore del mondo a questi non diede che sempre
imperversassero in aria: a forza ora a quelli si oppone,
per come ognuno dirige su vario tragitto il suo soffio,
che non dissolvano il mondo; tale è tra i fratelli contesa.
Euro si volge all’Aurora, ai domini dei Nabatei,
verso la Perside, ai gioghi esposti alla luce, al mattino;
vespro e le sponde che sono scaldate dal sole al tramonto
sono vicini di Zefiro; il cielo delle Orse e la Scizia
a dominarli fu Bòrea che abbrivida: per le continue
nubi e la pioggia la terra contraria è bagnata dall’Austro.
Sopra ogni cosa poggiò, luminoso, privo di peso,
l’etere, scevro com’è di qualunque scoria terrena.
Tutto egli aveva così già diviso in limiti certi,
quando le stelle che a lungo da oscura caligine oppresse
eran rimaste, ecco presero a splendere ovunque nel cielo;
e perché l’onda non fosse orbata dei propri viventi,
tennero gli astri e le forme di dèi la dimora celeste,
l’onde si aprirono a offrire una casa ai lucidi pesci,
belve ne accolse la terra e la mobile aria gli uccelli.
Altro più sacro animale, e più d’alto ingegno dotato,
non c’era ancora, un vivente che avesse dominio sugli altri:
l’uomo spuntò, o che l’avesse forgiato da un seme divino
quell’artigiano degli enti, principio d’un mondo migliore,
o che la terra recente, appena influenzata dall’alto
etere, avesse serbato i semi del cielo congiunto.
Terra frammista con acque piovane ne aveva plasmata
il figlio d’Iàpeto, a effigie dei numi che reggono il tutto;
mentre si volgono proni alla terra gli altri animali,
fece che il volto dell’uomo si alzasse e scrutasse nel cielo
e comandò che drizzasse lo sguardo a mirare le stelle.
Ecco, la terra, che rozza era stata e priva di volto,
si rivestì, tramutata, di nuove figure d’umani.
Aurea nacque per prima un’età che fede e giustizia
le venerò senza vindice o legge e per sua inclinazione.
Pena e paura non c’erano e non si leggevano in bronzo
fisso proclami a minaccia, né supplice folla temeva
labbra di giudici, senza mai vindice vissero in pace.
Dalle sue vette reciso a vedere mondi lontani,
pino non era disceso ancora nel limpido mare,
né conoscevano lido diverso dal proprio i mortali.
Fosse precipiti ancora non c’erano intorno alle rocche;
tromba di bronzo diritto o corna di bronzo ricurvo
non ne esistevano, o elmi o spade, e le genti sicure
senza bisogno di armati godevano placida pace.
Anche la terra, illibata, immune al rastrello, da sola,
non mutilata da vomere alcuno, arrecava ogni bene;
gli uomini, paghi dei cibi creatisi senza forzarla,
racimolavano i frutti dell’arbuto e fragole al monte
e le corniole e le more aderenti agli aspri roveti
e quelle ghiande cadute dall’albero grande di Giove.
La primavera era eterna, gli Zefiri dolci di brezze
calde blandivano fiori che nacquero senza alcun seme;
subito ancora la terra inarata offriva il frumento,
non rinnovato imbiondiva di gravide spighe il podere.
Fiumi di latte scorrevano e fiumi di nettera insieme
e gocciolavano biondi i mieli dal leccio in rigoglio.
Quando Saturno però fu mandato al Tartaro oscuro,
e sotto Giove fu il mondo, comparve la stirpe d’argento,
meno pregiata dell’oro, più bella del bronzo rossigno.
Giove contrasse gli spazi alla primavera ancestrale
ed attraverso gli inverni e i calori e gli iniqui autunni
e primavera fugace, forzò in quattro termini l’anno.
La prima volta ecco l’aria, bruciata da torridi ardori,
s’arroventò, poi la ghiaccia pendé condensata dai vènti;
la prima volta dimore si eressero: case le grotte
furono e fitti cespugli e verghe legate con fibre;
la prima volta sementi di Cerere in solchi prolissi
furono sparse e giovenchi gemerono oppressi dal giogo.
Poi subentrò, dopo quella, per terza una prole di bronzo,
fiera assai più di natura e più incline alle armi crudeli,
né tuttavia scellerata. Fu l’ultima ferro spietato.
Subito si scatenò nell’età di vena più vile
ogni empietà, ne fuggì pudicizia e il vero e la fede;
poi subentrarono in luogo di quelle le frodi e gli inganni
e le violenze e le insidie, la rea bramosia di possesso.
Vele spiegavano ai vènti, né bene in quel tempo il nocchiero
li conosceva e carene, che a lungo sulle alte montagne
si ersero, presero a correre a pelo di incogniti flutti;
e con un lungo confine sollecito l’agrimensore
segna la terra comune come aria e splendore di sole.
E non soltanto le messi e alimenti debiti al ricco
suolo venivano chiesti, in grembo alla terra si scese
e le ricchezze che aveva celate e nascoste fra l’ombre
stigie ne furono estratte, un’esca di scelleratezze.
Ecco che il ferro nefasto e l’oro più infausto del ferro
vengono fuori e ne nasce la guerra che d’ambi si sfrena
e che solleva con mano cruenta il clangore dell’armi.
Della rapina si vive né all’ospite l’ospite è fido
e non il genero al suocero, è raro anche il bene fraterno.
L’uomo prepara la morte alla moglie e questa al marito;
mescolano le matrigne spietate il tremendo aconito;
prima del tempo anche il figlio fa il conto degli anni del padre.
Giace sconfitta pietà, la Vergine, lei, fra i celesti
ultima, Astrea, si partì dalla terra intrisa di stragi.
A che del suolo non fosse più certo anche l’etere immenso,
dicono poi che i giganti minassero il regno celeste
e cumulassero i monti levandoli in alto alle stelle.
Ma il padre, l’onnipotente, infranse l’Olimpo scagliando
folgori, quindi riscosse il Pelio dall’Ossa al di sotto.
Come cedendo alla mole crollarono gli orridi corpi,
inumidita dal sangue profuso dei figli la terra,
dicono, venne pervasa e animò quel tiepido sangue
e perché poi rimanesse una traccia della sua stirpe,
lo tramutò nella specie degli uomini; tale semenza
disprezzatrice dei superi e fiera era anch’essa violenta,
tanto ebbe brama di strage: puoi intenderli nati dal sangue.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).