Il libro di teoria che voglio scrivere

di Andrea Inglese

Quello che voglio scrivere è un gran libro teorico. Ci penso spesso, anzi ci sto lavorando da parecchio tempo, ma in modo laterale, periferico, anche perché gli argomenti per ora, pur essendo diversi e variamente intrecciati, non sono stati ancora definiti, e questo non per attendismo speculativo, ma proprio per una mia decisione: non è che abbia il problema delle idee vaghe, al contrario, tutte le idee di passaggio nella mia testa sono, se non proprio chiare, molto distinte, e spiccano le uno dopo le altre, ma ogni precoce formulazione dell’argomento sarebbe nociva, la teoria a cui io penso ha bisogno di costruirsi in modo organico, deve sorgere da sola, raccogliendo ad ampio raggio gli spunti, perché questi davvero non mancano: ogni giorno mi trovo carico di spunti, la maggior parte li dimentico, o in ogni caso non mi obbligo a fissarli su carta o pc, anche perché ciò mi annoierebbe, ma di tanto in tanto scrivo qualche breve frase, persino parole isolate, con esclamativi o grandi frecce, su un quaderno: alcuni spunti valgono più di altri, e in ogni caso è bene che siano fermati su carta, anche se poi, nella maggior parte dei casi, alla rilettura, quegli spunti risultano del tutto bizzarri e indecifrabili. Ma la loro vocazione è preparare. Tutto ciò che ho dimenticato, o tentato maldestramente di ricordare, tramite i veloci appunti, non è altro che il terreno propizio che prepara alla vera teoria, alla teoria più potente, quella che include quanto più è possibile includere, della vita umana, nella sua eternità di specie, ma della vita storica anche, nella sua contingenza sociale, senza per questo tralasciare la vita dell’individuo, che vive una volta sola, e per un tempo complessivamente breve, ma lentissimo a passare, almeno per lui, dal pertugio della sua coscienza. È a questo tipo di teoria, esigente, ma flessibile, nel suo passo atletico e ampio, a cui voglio dedicarmi. Non è per oggi, ma la preparo da mesi, anzi da un tempo sicuramente più lungo, ma con quella cura che inevitabilmente tutto rallenta e, nel contempo, tutto irrobustisce.

Finché non l’avrò scritto, però, il rimpianto del libro teorico me lo porterò dietro. Ma certo non è un libro di filosofia a cui penso. Anche perché io la filosofia un po’ la conosco, e soprattutto ho avuto modo di conoscere dei filosofi. Per meglio dire, ho soprattutto conosciuto degli studenti di filosofia, quale io stesso sono stato un tempo, ma poi anche dei dottorandi, e dei dottori, persino dei ricercatori di filosofia, e addirittura, seppure più raramente, ho conosciuto dei filosofi, quelli che proprio di mestiere non solo insegnano la filosofia, ma anche scrivono i libri di filosofia. I filosofi hanno un che di più naturalmente simpatico di coloro che si occupano di letteratura. Questo, con la distanza che forniscono gli anni, l’invecchiamento, le delusioni brucianti, e molte altre cose solenni e importanti di tal genere, lo posso constatare con facilità: i filosofi, dopo tutto, sono dei buoni cristiani, o dei poveri cristi, o dei bravi, poveri, cristiani. Mi sfugge ora la formula appropriata, ma ci siamo intesi. Il problema dei filosofi non sta in quel fondo di antipatica arroganza che alberga alle basi della personalità della maggior parte degli studiosi di letteratura. No, questo fondo è sufficientemente irrilevante nei filosofi, ma vi è qualcosa di diverso, e però abbastanza terrificante: vi è quel deficit di vita, cioè di idiozia vissuta, di idiozia atletica, messa nelle braccia e nelle gambe, e quella bella cecità che fornisce l’idiozia, che è un camminare come da morti dando di testa nel mondo. I filosofi hanno un specie di punto mancante, un organo vuoto, dove non batte nulla e non scorre nulla. È solo un pezzo di vita in meno. O forse hanno trasmesso, trapiantato questo organo, questo pezzo di vita, direttamente nel ragionamento. Questo voler ragionare tutti i giorni del filosofo è alquanto scandaloso. E mortifero. Ed è per questo che il filosofo, pur essendo quel buon cristo poveramente simpatico di cui si diceva, avanza sempre come zoppicando, con l’handicap, perché mentre ragiona in alto, a tutta testa, là vicino al suolo, dove si posa la gamba, c’è un vuoto. E quando il filosofo pretende di essere anche un uomo attivo e a sua agio nel suo corpo, e pretende di fare un’ora di corsa al giorno, o quaranta flessioni serali, o esercizi di ginnastica sovietica alle sette di mattina, tutto questo agitarsi muscolare, con tanto di tendini tesi e rilasciati, fibre muscolari elettrizzate, insomma questo vario lavoro per sudare, e colmare l’organo vuoto, è fatto da filosofo: senza che il ragionamento la smetta per davvero, e quindi, neppure sportivamente, il filosofo ritrova la strada per l’idiozia.

Io ho persino partecipato alle riunioni di una seria e competente rivista di filosofia. E mai i filosofi hanno rilasciato nell’aria quel sottile gas di antipatica arroganza, che gli specialisti di letteratura emanano malgrado i più sinceri sforzi di simulare anche loro una umile e affabile cristianità. Ma però la noia della filosofia da rivista supera di gran lunga altre tipologie di noia intellettuale. Se la filosofia insegnata può infatti provocare anche specifiche forme di euforia, e i libri di filosofia, spesso, si presentano come barricate di fronte alla gioia e alla trasfigurazione immaginaria del vivere o, più precisamente, come cumuli di carcasse di animali morti posati di traverso al cammino, la rivista di filosofia ammazza direttamente e con un veleno lento. Quindi si può sopravvivere in una redazione di rivista filosofica per circa un anno, due al massimo, poi bisogna riuscire a troncare senza alcuna forma di rimpianto. E i filosofi con i quali si vuole, nel futuro, passare una serata al bar, devono essere uno o due al massimo. Gli altri vanno tenuti nel proprio intimo, come vestigia di un’antica noia, incruenta e assonnata, nella quale non si pugnalava per vantaggi materiali né per guadagnarsi qualche minuto in più durante una pubblica esibizione.

*

(Foto dell’autore.)

9 COMMENTS

  1. La mia componente filosofica si riconosce nella descrizione. Sono un filosofo prestato alla letteratura. La mia incapacità di capire certi aspetti della leggerezza è proverbiale tra chi mi conosce bene.

  2. Io invece voglio scrivere un saggio autobiografico, non so ancora su quale argomento, quello di cui sono sicura è che avrà la forma di un saggio autobiografico, di certo meno ambizioso di un libro di teoria, ma tratterà questioni altrettanto importanti, identitarie innanzitutto, ché l’identità è comunque la questione più centrale fra tutte le questioni centrali, visto che si trascina dietro l’alterità, e poi linguistiche, perché è chiaro che i due tipi di questione sono magnificamente connessi, e naturalmente ci sarà spazio anche per la traduzione, che è il ponte funzionale fra io e l’altro, e io me lo immagino come uno dei ponti intergalattici di Grandville. E poi, giacché si parla di alterità, ci metterò dentro anche il grande Altro lacaniano, così potrò parlare del desiderio, che ormai da tempo immagino come una gabbia vuota a forma di uovo, un uovo che mangia patatine nell’attesa che qualcuno si decida a entrargli dentro e ad abitarlo. Ecco, vorrei scrivere un libro su queste cose qui, in forma di saggio autobiografico, certo non è facile, però forse è un po’ più facile del libro di teoria che vuoi scrivere tu.

  3. secondo me c’è un sottotetto in quello che hai scritto: perché a metà scrivi di filosofi? un sentimento di pura iinvidia nei confronti della scioltezza con cui i filosofi scrivono libri di teoria della filosofia serpeggia. ma se la teoria della filosofia è metafilosofia allora la teoria della letteratura è sottoletteratura come lo sono, d’altronde, sottoarti tutte le teorie delle arti. d’altro canto le tue incertezze nella scrittura le vedo di buon auspicio non tanto per la scrittura di un libro di teoria della letteratura quanto di un’opera di letteratura. forse quando lo finirai ti accorgerai meglio della differenza.

    • Caro ignaro contemplo: hai perfettamente azzeccato il tono del pezzo… I pensieri che qui sono espressi non sono dichiarazioni d’intenti di un’autore reale, ma elocubrazioni di un personaggio fittizio. Cio’ non toglie nulla al valore di verità (se ce n’è uno) a quanto viene presentato.

  4. Non è facile il saggio autobiografico, in effetti, è pure più impegnativo del libro di teoria che vorrei scrivere io, essendo più parziale e magmatico, ma la partenza dalla gabbia vuota del desiderio a forma di uovo mi pare garantisca un primo e vigoroso slancio…

  5. Andrea Inglese é il poeta piú intelligente e prezioso che le lettere italiane (forse europee) conoscono. Enorme caratura intellettuale che andrebbe valorizzata di piú, imposta forzatamente in ogni biblioteca, in ogni scuola. “Bilico” e “L’Indomestico”, solo per dire due titoli, valgono insieme come un Ossi di Seppia, come le poesie della Dickinson. Grazie, grazie, grazie.

  6. Bella Andrea, il pezzo mi piace molto. Perdonami, ma non posso fare a meno di ridere con gran fracasso e disturbo per tutti i miei soci qui di casa, di fronte agli sforzi muscolari della ginnastica sovietica!
    baci.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.