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La cattiva scuola

di Giovanni Accardo

 

 

 

 

 

Credo che lo slogan “buona scuola”, con cui il governo Renzi ha chiamato l’ultima riforma scolastica, sia speculare allo slogan berlusconiano “forza Italia”: cioè superficialmente sottoscrivibile da tutti, nella sua genericità. Chi, infatti, potrebbe auspicare una cattiva scuola? Eppure quella disegnata dalla legge 107, nei fatti e nei giudizi di moltissimi insegnanti, è una cattiva scuola. Ne sono convinte due insegnanti di Palermo, Stefania Auci e Francesca Maccani (quest’ultima in realtà trentina trapiantata nel capoluogo siciliano), che su tale riforma hanno scritto un agile libretto intitolato, appunto, La cattiva scuola (pp. 105, 8,00 euro), pubblicato lo scorso ottobre da Edizioni Tlon. Negli ultimi vent’anni, ci ricordano le autrici, “l’istruzione è diventata un bene di mercato e il preside non è più un referente culturale ma un manager”, in un impoverimento complessivo della scuola, a partire da molti libri di testo in adozione. Una scuola/azienda che ragiona soltanto in termini di costi e ricavi, che vende se stessa solo sulla base del numero dei promossi o dei bocciati, senza domandarsi se la scuola che funziona è quella che boccia o che promuove di più, cioè una scuola selettiva o una scuola che regala voti. Una scuola che fa largo uso del marketing e che manipola mediaticamente e politicamente i test Invalsi, usati non tanto per capire quale sia lo stato di preparazione degli studenti, quanto piuttosto per stilare classifiche e mettere in competizione singoli istituti, città e regioni, Sud e Nord dell’Italia. Tra l’altro, volendo fare un ragionamento squisitamente politico, l’ultima riforma prevede obblighi, ad esempio quello dell’alternanza scuola-lavoro, che oltre a trasformare l’intera scuola italiana in un centro di formazione professionale, ignora che in tante regioni del Sud di lavoro non ce n’è neppure l’ombra e dunque non si capisce dove migliaia di studenti potrebbero svolgere questa esperienza di immersione nella realtà lavorativa. Posto che compito della scuola sia essenzialmente la formazione di futuri lavoratori e non la crescita umana, civile e culturale degli studenti. Da questo punto di vista – lo dico da siciliano – la “buona scuola” è ancora una volta una riforma pensata avendo in mente solo la ricca e produttiva Italia del Nord, dove, tuttavia, ugualmente scuole e insegnanti faticano moltissimo, soprattutto nei licei, per trovare luoghi dove tale alternanza si possa svolgere sensatamente, cioè in coerenza con i vari indirizzi di studio.
La cattiva scuola è quella incapace di proporre un nuovo patto educativo ai genitori, uscendo dalla sterile contrapposizione con gli insegnanti che va avanti da molti anni e che vede molti genitori nell’improprio e deleterio ruolo di sentinelle dei propri figli, in un afflato iperprotettivo che finisce per danneggiare i ragazzi, convinti che un voto negativo o una bocciatura siano ferite insanabili e non occasioni di ripensamento e in definitiva di crescita. Se a questo si aggiunge, ci ricordano Stefania Auci e Francesca Maccani, il crescente deficit educativo di molte famiglie, con studenti che arrivano in classe privi di qualunque senso di responsabilità e rispetto delle regole, si capisce che la professione di insegnante è oggi sempre di più un’esperienza estremamente faticosa e talvolta frustrante. Proprio per questa ragione servirebbe un’adeguata formazione e selezione del personale docente, in una professione in cui la passione e la motivazione sono fattori determinanti.
L’aspetto più interessante del libro, e che a mio parere avrebbe meritato molto più spazio, è il racconto di cosa significhi insegnare in certi quartieri di Palermo, dove spesso povertà e criminalità s’intrecciano col degrado urbanistico, morale e civile. “All’interno del quartiere”, racconta Stefania Auci, parlando dello ZEN (Zona Espansione Nord), “ci sono strade in cui la Polizia esita a passare a meno che non sia in forze, dove i ragazzini imparano a spacciare a sette, otto anni.” In queste scuole è facile incontrare ragazzi che a 17 anni sono ancora fermi alla seconda media, oppure ragazzine che a 13 anni sono già incinte e magari in seguito a un rapporto incestuoso consumato nella promiscuità della famiglia e all’interno di appartamenti dove si dorme in 4 o 5 nella stessa camera. “In un paio di occasioni siamo stati costretti, per poter lavorare in sicurezza, a fare intervenire le forze dell’ordine che hanno piantonato l’atrio della scuola”, ricorda Francesca Maccani, che ha insegnato in un altro quartiere popolare di Palermo, il CEP.
Come uscire dalla cattiva scuola? Le autrici avanzano alcune proposte: curare con serietà il reclutamento e la formazione degli insegnanti, gestire in maniera più elastica l’orario scolastico, assegnare compiti di realtà da risolvere attraverso attività legate al corso di studi, potenziare le lingue straniere. E tuttavia, finché al MIUR affideranno le riforme agli esperti, cioè a studiosi e accademici che probabilmente ignorano non solo cosa avviene quotidianamente in aula, ma anche le sostanziali differenze che ci sono tra le diverse aree del Paese, nulla potrà cambiare. Servirebbe un maggiore coinvolgimento degli insegnanti, che invece sono tenuti costantemente fuori da qualunque processo decisionale, se non addirittura osteggiati.

3 COMMENTS

  1. Una scuola che fa largo uso del marketing e che manipola mediaticamente e politicamente i test Invalsi, usati non tanto per capire quale sia lo stato di preparazione degli studenti, quanto piuttosto per stilare classifiche e mettere in competizione singoli istituti, città e regioni, Sud e Nord dell’Italia.

    Sante parole. Alla fin fine, questa è una manifestazione della legge di Goodhart: “Quando un indicatore diventa un obiettivo cessa di essere un buon indicatore”. Questa legge, nelle sue varie formulazioni, pone dei limiti alla reale possibilità di avere una meritocrazia oggettiva.

    Tra l’altro, volendo fare un ragionamento squisitamente politico, l’ultima riforma prevede obblighi, ad esempio quello dell’alternanza scuola-lavoro, che oltre a trasformare l’intera scuola italiana in un centro di formazione professionale, ignora che in tante regioni del Sud di lavoro non ce n’è neppure l’ombra e dunque non si capisce dove migliaia di studenti potrebbero svolgere questa esperienza di immersione nella realtà lavorativa. Posto che compito della scuola sia essenzialmente la formazione di futuri lavoratori e non la crescita umana, civile e culturale degli studenti.

    Da come viene posta la questione sembrerebbe che la “formazione di futuri lavoratori” e la “crescita umana, civile e culturale degli studenti” siano mutualmente incompatibili. Non sono d’accordo, anzi, direi che una presa di coscienza del proprio ruolo nel mondo del lavoro è necessaria per la maturazione civile, sociale e culturale degli studenti.

  2. ” Non puoi risolvere un problema usando le stesse idee che hanno contribuito a crearlo. ” con buona pace delle due professoresse di Palermo delle quali una è anche trentina.

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