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Introduzione a Una tomba per Boris Davidovic

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di Iosif Brodskij

( Il saggio di Brodskij verte sul romanzo di Kis apparso in italia con il titolo I leoni meccanici, traduzione di Martina Novak Suffada e Postfazione di Nicole Janigro, per Feltrinelli nel 1990. A. I.)

Quando, dopo grandi difficoltà, questo libro fu pubblicato per la prima volta nel 1976 a Zagabria, in Jugoslavia, venne immediatamente aggredito sulle pagine dei giornali dagli esponenti “stalinisti” che allora costituivano il gotha letterario del paese. Il grido di guerra lanciato dall’alto fu raccolto dalla base, ovvero dai serbocroati nazionalisti, tradizionalmente filo-russi e antisemiti, dato che la maggior parte dei personaggi di Danilo Kis sono ebrei, come l’autore stesso.

La Jugoslavia è un paese piccolo e la politica, in un paese piccolo, è sempre una cosa imponente, soprattutto quando a fare politica sono le opere letterarie: grazie a tale proporzione, l’attacco a uno scrittore diventa un fatto estremamente degno di attenzione. Talmente degno di attenzione da provocare a Danilo Kis uno “shock nervoso”.

Un autore può affrontare molti temi in grado di costituire una minaccia per il suo benessere, e la Storia è uno di questi: essa, in virtù della sua vicinanza al presente, fornisce allo scrittore il retroterra, il contenuto, il cast dei personaggi e, talvolta, come nel caso di Kis, anche il reale contesto dell’autore. Tuttavia, il fatto stesso di descrivere eventi storici è considerato dalla Storia un tentativo di relegarla nel passato. Cosa cui essa oppone una notevole resistenza. Il romanzo storico diventa così un veicolo temporale, uno strumento che pretende di indicare, attraverso una distanziazione dal proprio tema, i confini tra passato e presente. La narrazione riduce la Storia a semplice storia creando, grazie a una prospettiva sufficientemente “esterna”, una nuova categoria temporale, sconosciuta fino a quel momento.

Al di là del principio generale di “causa ed effetto”, la Storia rivendica il presente mediante il proprio prolungamento più vitale: l’ideologia, la quale, quando fallisce sul nascere, sviluppa rapidamente ciò che si potrebbe definire un complesso utopico destinato a gravitare nell’atemporalità. In questo modo, così come il romanzo storico incontra la resistenza della Storia, anche la rappresentazione dell’ideologia trova l’opposizione dei suoi fautori, i quali considerano questa rappresentazione un tentativo di vincolare la stessa ideologia, di comprometterne la purezza, di sottrarle futuro.

Nel caso di Una tomba per Boris Davidovic, la rivendicazione della Storia sul presente sembra oltremodo valida, dato che il periodo trattato non è così remoto nel tempo. Il suo autore, lo scrittore jugoslavo Danilo Kis, descrive fatti avvenuti nella prima metà di questo secolo, nonché le loro conseguenze sulla vita dei suoi sette personaggi: conseguenze che per tutti e sette si rivelano ugualmente mortali. Tuttavia, se i morti appartengono per definizione al passato, il numero delle vittime dell’epoca avrebbe dovuto essere sufficiente a relegare in fondo agli annali il periodo descritto insieme all’ideologia che lo animava: eppure, ciò che normalmente rallenta il trascorrere del tempo e, per lo stesso motivo, permette che un’ideologia resista, non è tanto il fatto che gli assassini spesso sopravvivano alle loro vittime, ma piuttosto che i vivi nutrano verso i morti la stessa considerazione che la maggioranza ha nei confronti della minoranza.

Oltre a ragioni geopolitiche di carattere generale, l’ideologia svolge un ruolo importante nella vita della Jugoslavia perché questo piccolo paese è, in molti sensi, una repubblica federale. Esso accoglie una dozzina di nazionalità, con relativi credo religiosi e gruppi di appartenenza etnica, nonché un discreto numero di variegati quanto impotenti partiti politici, ed è governata dall’Unione dei Comunisti Jugoslavi. Inutile dire che tutti questi gruppi nazionali hanno molte questioni, vecchie e nuove, da dirimere. Ogni posizione ideologica è perciò considerevolmente impregnata di nazionalismo. E viceversa. L’accusa di distorcere la verità storica nasconde forse una nostalgia panslava, la critica antisemita si rivela una maniera mascherata di dar voce a un sogno secessionista, e talvolta l’unico modo di cui dispongono i macedoni per esprimere il proprio disgusto nei confronti dei montenegrini è accusarli di revisionismo. In altre parole, ogni accusa formale non è altro che la punta dell’iceberg di un autentico odio.

Dal di fuori, la tempesta che si è abbattuta su Una tomba per Boris Davidovic sembra un fatto assolutamente curioso, perché il libro non ha letteralmente nulla a che fare con la Jugoslavia e la sua situazione interna. Nessuno dei personaggi è jugoslavo: ci sono polacchi, russi, rumeni, irlandesi, ungheresi; la maggior parte di essi è di origine ebraica. Nessuno di loro ha mai messo piede in Jugoslavia. Una tomba per Boris Davidovic è fondamentalmente il breve resoconto romanzesco dell’autodistruzione di quel folle cavallo di Troia che fu il Comintern. L’unica cosa che i suoi ospiti – i personaggi del romanzo di Danilo Kis – hanno in comune con questo piccolo paese è l’ideologia che questo paese professa oggi e in nome della quale essi furono assassinati ieri. Abbastanza per far infuriare i devoti.

Così, data la mancanza di familiarità e l’incapacità di discutere sulla sostanza del libro (per timore di richiamare eccessiva attenzione da parte del pubblico), i suddetti devoti, guidati dall’allora presidente dell’Unione Jugoslava degli Scrittori, andarono all’assalto del libro sul piano letterario e accusarono l’autore di plagio. La lista dei presunti autori plagiati era impressionante e comprendeva Aleksandr Solzenicyn, James Joyce, Nadezda Mandel’stam, Jorge Luis Borges, i fratelli Medvedev ed altri ancora.

In primo luogo, un autore capace di imitare scrittori così diversi in un romanzo di 135 pagine meriterebbe solo per questa ragione ogni tipo di lodi. Ma c’è di più: nella sua assurdità, questa lista rivela qualcosa d’importante a proposito degli stessi accusatori: la loro attitudine culturale in bilico tra due poli, non allineata, una sorta di posizione, priva di agganci, tra Est ed Ovest. Tuttavia, proprio a causa del loro provincialismo, sempre incline a generalizzare e a trattare il passato come simbolo o concetto, questa lista è molto di più che una semplice burla.

Ben si comprende, ad esempio, perché menzionino Joyce: uno dei personaggi di Kis è irlandese, ed anche per un funzionario di partito jugoslavo Joyce è oggi sinonimo d’Irlanda, nonché della decadenza della cultura occidentale. La presenza di Borges è invece meno ovvia ed è volta a compromettere il libro sul piano stilistico, cercando di ridurre la tecnica del ritratto, utilizzata da Kis nei suoi racconti ammonitori, a un manierismo preso a prestito dall’insigne argentino. Pura idiozia. Kis è un grande stilista e il tessuto della sua scrittura è più vicino a Franz Kafka e a Bruno Schulz o, ancora, agli scrittori del nouveau roman francese che a uno scrittore del Terzo Mondo. Inoltre, l’attacco alla prosa di Una tomba per Boris Davidovic è una specie di reazione a scoppio ritardato: caso mai, in questo libro la scrittura di Kis è molto meno densa che in Giardino, cenere, autentica gemma di prosa poetica, il miglior libro dell’Europa postbellica. I nomi più pertinenti della lista, in altre parole, sono quelli russi, sempre per ragioni che nulla hanno a che vedere con la trama del libro, e tutto con il suo nucleo.

A prima vista, Una tomba per Boris Davidovic può realmente sembrare un prolungamento di Arcipelago Gulag (non ancora edito in Jugoslavia), delle memorie di Nadezda Mandel’stam, nonché di vari scritti dei fratelli Medvedev. Il fatto è che il romanzo si occupa principalmente del destino di molte persone morte durante il periodo delle grandi “purghe”, alla fine degli anni ’30, ed è per questo che le fonti, disgraziatamente, sono per la maggior parte russe: d’altro canto, con i suoi sessanta milioni di morti fra guerra civile, collettivizzazione, “purghe” e altri avvenimenti, la Russia di questo secolo ha dato luogo a una Storia sufficiente a mantenere impegnati per varie generazioni i letterati di ogni parte del mondo. Gli autori riportati appartengono già alla seconda generazione. Fra questi, il primo fu Arthur Koestler: molti capitoli del libro di Kis mostrano una certa somiglianza con Buio a mezzogiorno, benché lo superino per dovizia di particolari terrificanti e abilità narrativa.

In Una tomba per Boris Davidovic il processo di trasformazione della Storia russa di quel periodo in nuova mitologia della nostra civiltà è assolutamente evidente. A semplificare il compito dell’autore, interviene il fatto che, oltre ad essere moderno dal punto di vista cronologico, questo spaccato di storia mostra anche i segni di un notevole modernismo, visibile nello spiccato surrealismo delle sue metamorfosi e nella natura chiaramente antieroica dei suoi archetipi. Considerando le statistiche cui fa riferimento, si può ben dire che non sia mai esistito un altro periodo della storia umana in cui ambiguità e paura siano state tanto diffuse e tangibili.

Sebbene l’affermazione che questa Storia abbia partorito una nuova religione sia opinabile (come molti dicono), è comunque vero che essa ha inferto alla razza e alla psiche umane un duro colpo: la distruzione di un ambito mitologico, unico territorio in cui questa Storia assume i requisiti per dar vita a un nuovo credo. Tutti gli sconvolgimenti finiscono, prima o poi, per diventare un’opera di finzione. Tuttavia, l’aspetto più inquietante di questo libro è l’insostenibile, e per questo paradossalmente appropriata, eccellenza della prosa di Kis, che conferisce ulteriore bellezza alle sue metamorfosi agonizzanti.

Danilo Kis, unicamente in virtù di quel tempo e di quello spazio, è capace di evitare gli errori dettati dall’urgenza di cui sono ampiamente disseminate le opere dei suoi predecessori, presenti o assenti che siano su quella lista. A differenza loro, egli può permettersi di trattare la tragedia come un genere e la sua arte è ancora più devastante delle statistiche. Kis scrive in uno stile estremamente denso e, dunque, altamente allusivo. Dato che maneggia delle biografie – ultimi bastioni del realismo –, ciascuno dei suoi ritratti ricorda un Bildungsroman in miniatura, montato come una sequenza cinematografica completa di particolari scelti accuratamente che alludono all’esperienza reale e letteraria del lettore. Ecco un tipico passaggio che descrive i primi anni di uno degli eroi del libro, un tedesco ungherese, Karl Taube, membro in erba del Comintern:

“[…] c’è un grigiore provinciale di cittadine dell’Europa centrale agli inizi del secolo che emerge chiaramente dalle tenebre del tempo: le grigie case ad un piano, dai cortili che il sole, nel suo lento avanzare, divide con una chiara linea di demarcazione in tanti quadrati di luce micidiale e di umida ed ammuffita ombra simile all’oscurità; i filari d’acacie che all’inizio della primavera trasudano odore di malattie infantili simile ad un denso sciroppo o a caramelle contro la tosse; il freddo splendore barocco della farmacia, dove luccica la Gotica dei bianchi recipienti di porcellana. Un tetro “gimnazium”, con il cortile pavimentato (verdi panchine scolorite, altalene rotte simili a forche e i gabinetti in legno imbiancati); un municipio pitturato di giallo alla Maria Teresa, il colore delle foglie appassite e delle rose autunnali delle ballate che al tramonto vengono suonate da una banda tzigana dei gitani nel giardino del Grand Hotel.
Karl Taube, figlio del farmacista, sognava, come tanti altri bambini di provincia, quel felice giorno quando, attraverso le spesse lenti dei suoi occhiali, avrebbe guardato per l’ultima volta la sua città natale dalla prospettiva a volo d’uccello della partenza, nello stesso modo con cui si guardano, attraverso la lente, rinsecchite ed assurde gialle farfalle dell’album dei giorni del liceo: con tristezza e disgusto.
Nell’autunno 1920, alla stazione est di Budapest il giovane Karl Taube salì, in prima classe, sul treno espresso Budapest-Vienna e appena questi si mosse egli salutò, con un gesto della mano, per l’ultima volta suo padre (che spariva in lontananza come un’oscura macchia con un fazzoletto di seta in mano), e poi, dopo aver trasportato di corsa la valigia di pelle in terza classe, si sedette in mezzo ai braccianti ” (I leoni meccanici, Feltrinelli, Milano 1990, pp. 72-73)

La miscela di nostalgia e fatalità di questo passaggio, sarcasticamente intitolato “Le foto dell’album”, dà un’ottima idea della tecnica di scrittura di Danilo Kis. Se il simbolismo incarnato dal figlio del farmacista che abbandona il suo posto sul treno per unirsi ai braccianti è un dispositivo puramente prosaico per esprimerne la condizione di futuro rivoluzionario, la percezione del padre che “spariva in lontananza come un’oscura macchia” è poesia allo stato puro. Enfatizzando l’immaginario e il dettaglio, combinati con ironico distacco, la prosa poetica di Danilo Kis colloca il terribile tema narrativo nella prospettiva più adatta, mettendo in guardia il lettore contro la propria perspicacia. In questo modo, la valutazione etica degli eventi descritti operata dal lettore cessa di essere puramente una questione emotiva dettata dallo sconvolgimento dei sentimenti ed emerge come giudizio formulato in base alle sue supreme facoltà umane, che egli avverte profondamente oltraggiate. Non è il pensiero che si fa sentimento, ma, al contrario, è il sentimento a farsi pensiero.

Diversamente dalla prosa, la poesia non esprime un’emozione, ma l’assorbe linguisticamente. In tal senso, la scrittura di Kis è essenzialmente un modus operandi poetico e i ritratti che configurano i capitoli di questo libro possono essere letti e apprezzati in modo autonomo, come poesie brevi. Alcuni passaggi è possibile impararli semplicemente a memoria. Ciò che tuttavia dispensa il lettore dal considerare questo libro un poema in prosa non è né il tema (che resta comunque fuori portata, non importa quanto avanguardistica sia la poesia) né la sua coerenza tipicamente prosaica; è soprattutto la tecnica d’intaglio di Danilo Kis, cui l’autore attinge quando il ritratto si avvicina all’autentica eccellenza. Una tomba per Boris Davidovic è costruito come un lungo poema drammatico, coronato da quella “rima”, veramente mostruosa e terrificante, di cabalistica coincidenza, presente in “Cani e libri”, che raggiunge lo scopo della migliore poesia: l’impatto metafisico delle ultime righe che, insieme alla mente del loro lettore, si aprono sul puro chronos, in una formula che, presumibilmente, equipara l’arte alla realtà umana.

La tragedia, intesa come altro dalla vita normale, è solitamente percepita come una violazione del tempo, ma nel caso di Una tomba per Boris Davidovic, la cui prosa superba sembra surclassare la storia, questa viene quasi ridefinita come momento di massima espressione del tempo. L’eroe, o più precisamente la vittima, abbandona improvvisamente le reticenze della vita normale e si erge a portavoce di un’arbitraria resistenza del tempo alla presenza umana. Poiché la consueta incongruenza fra tempo e materia vivente (normalmente espressa dalla morte) può essere spiegata soltanto alla luce del primo, la descrizione degli strumenti a disposizione del tempo per dar corso agli eventi (fatti storici, ideologie, ecc.) richiede una lucida densità linguistica. È piuttosto inquietante pensare che con Danilo Kis siamo di fronte a uno scrittore le cui capacità sono adeguate a quelle del tempo.

Forse l’unico servigio che l’autentica tragedia rende ai suoi superstiti lasciandoli senza parole, esattamente come le sue vittime, risiede nello stimolo che essa rappresenta per il linguaggio dei commentatori. Come ultima osservazione a proposito di Una tomba per Boris Davidovic, si può dire che il libro raggiunge una comprensione estetica da cui l’etica è assente. In questo nostro secolo così intraprendente, è molto difficile considerare la padronanza di linguaggio un salvacondotto, anche se esso ci offre almeno una possibilità di reazione senza la quale saremmo destinati a restare schiavi della nostra esperienza. Con questa opera, Danilo Kis si limita a suggerire che la letteratura è l’unico strumento che abbiamo a disposizione per comprendere quegli eventi la cui portata ottunderebbe altrimenti i nostri sensi e sfuggirebbe al nostro controllo.

Una tomba per Boris Davidovic è un libro estremamente cupo, il cui unico lieto fine è dato dal fatto che è stato pubblicato e, adesso, splendidamente tradotto in inglese da Duska Miki,-Mitchell. Per il lettore di lingua inglese rappresenta certamente uno strano regno in cui addentrarsi, ma per milioni di persone è stato la realtà. Tuttavia, a differenza di quelle persone, questo lettore può andarsene ogni volta che vuole, gli basta chiudere il libro, non importa che abbia o non abbia finito di leggerlo. Qui solo i nomi sono fittizi. La storia, disgraziatamente, è assolutamente vera. Anche se vorremmo che non lo fosse.

(traduzione di Francesca Saltarelli)

© Introduction by Iosif Brodskij from A Tomb for Boris Davidovic by Danilo Kis, 1980. Pubblicato con l’autorizzazione di Farrar, Strauss & Giroux, LLC e con il permesso degli eredi di Iosif Brodskij.

(pubblicato in Nuova prosa, n° 40)

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.