Sudeste

di Haroldo Conti

Il vecchio morì proprio all’inizio dell’estate. Come se avesse continuato a ritardare il momento, per aspettare quel periodo e non un altro. E così successero tante cose, in qualche modo notevoli e definitive, anche se passarono inosservate.
Il Colorado Chico venne a cercarli con la lancia e tutti pensarono che il momento era arrivato.
– Andiamo! –⁠ disse soltanto. E partirono.
Avevano messo il vecchio in una stanzetta, da solo.
– Come un personaggio importante –⁠ disse il Bastos.
Erano due giorni che non riconosceva più nessuno. Tutto in lui si era consumato gradualmente, lentamente, e solo brillavano i suoi occhi, ancor più profondi.
Rimasero a osservarlo per un paio d’ore, muti e rammaricati, senza saper che fare nessuno dei quattro.
Entrarono due suore e cominciarono a dire il rosario. Ne furono anche più impensieriti. Cosa stavano facendo? Quando capirono che era arrivato il momento, la vecchia si avvicinò al letto e carezzò i capelli del vecchio. E in quel gesto c’era una sollecitudine e una tenerezza indicibile.
Allora il vecchio si rizzò nel letto e guardò tutti con una strana lucidità. Aveva un’aria serena, vittoriosa e tremendamente dignitosa. Afferrò una mano della moglie e disse:
– Vecchia mia!
Fu tutto quel che disse.

I becchini escono dalla fossa e si asciugano il sudore con le maniche della camicia. Ansimano. Loro e il gruppetto si guardano sospettosi. Il Boga osserva i loro stivaletti sudici, screpolati e affondati nella terra umida che hanno spalato. Impugnano la pala con una certa impazienza.
Il cimitero è silenzioso e deserto, come le isole sul fiume aperto. Le croci bianche, le lapidi bianche, dormono al sole.
– Forza! –⁠ dice uno dei becchini, e sollevano la cassa, la depongono sul fondo, trattenendola con le funi.
Si fermano e aspettano. Nessuno si muove.
Allora l’uomo dice:
– Gettate la prima terra.
La vecchia ne raccoglie un pugno e lo getta sulla cassa. Loro ne spingono altrettanta con i piedi. Le zolle di terra cadono sul coperchio producendo un suono sordo, simile a quello della pioggia. Adesso i due becchini cominciano a spalare con regolarità. Quando hanno finito non resta altro che un piccolo monticello di terra smossa. Nessuno riesce a capire come hanno potuto far così in fretta.
I becchini se ne vanno, e loro restano indecisi. La vecchia è lì, senza una lacrima, e tiene in mano il mazzo di fiori. La osservano di sottecchi, aspettando che faccia un gesto. Alla fine, il Colorado dice:
– Nonna, meglio che andiamo…
Lei solleva gli occhi verso il Colorado, con quella antica mansuetudine che si rassegna a tutto. Si china a depositare il mazzo sul monticello di terra smossa.
Escono. Ormai vicino alla porta il Bastos dice:
– Be’, se n’è andato come ha voluto… Quando si metteva in testa una cosa non si fermava fino a quando non la otteneva.

Il fiume cambia. A volte è amaro, ma altre volte sembra fatto a misura d’uomo.
L’inizio dell’estate venne a coincidere con la gran secca di dicembre, che durò cinque giorni. Si videro calare le acque e il fiume svuotarsi interminabilmente. Di notte il livello risaliva un po’, ma nel giro di poche ore le acque tornavano a scorrere verso il fiume aperto, sempre più spesse, perché si portavano via il fango del fondo.
Il Boga e il cane baio erano coperti di sporcizia dalla testa ai piedi. Il cane sembrava contento. Negli altri cresceva una sorda e costante irritazione. Di notte il Boga dormiva sulla veranda con il cane disteso di traverso ai suoi piedi, sentendo il fango che gli si seccava sul corpo e gli tirava la pelle. Gli infiniti fossi e rii che si scaricavano nel canale producevano un mormorio soporifero, sempre più intenso nella notte, fino a penetrare nelle vene. Il rumore secco dei pesci gatto che cercavano di uscire nel fiume aperto spaventava il cane baio. Allora il Boga prendeva la lampada e scendeva giù verso la metà del canale. Si appostava dove trovava un fondale basso e li ammazzava a bastonate. La pinna dorsale del pesce spuntava fuori dall’acqua e lui, per colpire, scaricava il colpo un po’ più avanti. Andò avanti così una notte dopo l’altra.
La mattina del sesto giorno tutta la zona era inondata. Alle ore piccole si alzò il vento di sudest e l’acqua cominciò a espandersi con una velocità incredibile.
La prima cosa che fece il Boga fu di gettarsi in acqua e levarsi di dosso la sporcizia. Poi lui e il cane uscirono ben oltre la foce, fino in mezzo al banco. L’acqua era altissima e loro sembravano sperduti in un mare infinito. Però, con l’acqua alta e il cielo rannuvolato, i rumori risuonavano più vicini.
Gli parve di sentire delle voci dalla parte del fiume, finché scorse, ben oltre il banco, la figura indistinta di un battello che avanzava con tutte le vele spiegate. Lì c’era poco fondale, ma lo yacht ci si era avventurato sfruttando la piena. In effetti era la prima volta che vedeva una simile imbarcazione da quelle parti, sicché l’acqua doveva essere davvero molto alta. Sembrava un grande uccello intento a eseguire dolci e maestose virate. Dalla struttura, gli parve di riconoscere il Pintarrojo, un ketch con le vele alla vecchia maniera.
Ne fu quasi abbagliato. Rimase in piedi in mezzo alla barca contemplandolo a lungo in silenzio. Il vento di sudest continuava a soffiare, ma più leggero, e portava con sé un odore come quello del mare. Il cielo cominciò ad aprirsi sopra l’orizzonte, verso est, e la luce penetrò di lì. Il Pintarrojo virò lentamente e mise la prua in quella direzione. Lo vide allontanarsi e sparire in una lama di luce.

Poteva considerarlo davvero come un segno.
Il giorno stesso andò fino alla capanna del Bastos e quando tornò mise tutte le sue cose in una sacca di tela incatramata. Il cane baio si mise a mugolare e a inseguirlo dappertutto, e lo guardava con aria agitata. Alla fine, il Boga si affacciò alla cucina e disse:
– Nonna, sei lì?
– Ti ascolto –⁠ disse la voce, dal buio.
Gli ci volle un po’ per decidersi.
– Nonna, me ne vado –⁠ disse alla fine, facendo uno sforzo.
– Lo vedo.
Capì che la vecchia si era alzata e veniva da lui. Quando gli fu davanti, lo guardò negli occhi.
– Come vuoi, ragazzo mio –⁠ disse con la sua voce piena di calma, che non si turbava mai.
Lui rimase in silenzio, senza saper che fare.
– Non preoccuparti per me, se è per questo.
Anche lui la guardò.
Lei li conosceva bene questi uomini.
– Ho parlato col Bastos… verrà qui lui… mi sembra la cosa migliore…
– Come vuoi, ma non preoccuparti per me.
– Sì, sì…
– Mi pare che il vecchio ti doveva dei soldi…
– Non voglio niente.
– Non è giusto.
– No, no. Non voglio.
– Vabbè, allora prendi il fucile del vecchio.
– No. Servirà a te… prendo la barca del Bastos, e il tramaglio, quello piccolo, e qualche palamito.
– È poca roba.
– A me sta bene così.
– Quella barca non è nostra, ed è marcia.
– Mi sta bene così.
– Che tipo che sei!
Il Boga si grattò la zucca.
– Quel coltello del vecchio… ti serve quel coltello?
La vecchia ebbe un debole sorriso.
– Che me ne faccio di un coltello?
Lui sorrise a sua volta e tornò a grattarsi la zucca.

La barca del Bastos, come ogni cosa, ha la sua storia. Adesso in pochi pagherebbero qualcosa per averla, ma a suo tempo era stata un’ottima barca e perfino qualcosa di più di una semplice barca. Anche oggi un occhio esperto si rende conto di quanto sia ben fatta. Il Bastos l’aveva comprata dal vecchio Messali quando era già vecchia. Il vecchio Messali, a sua volta, l’aveva comprata dal vecchio Sotelo. Fu quando avevano cambiato alcune assi della chiglia. Quanto al vecchio Sotelo, pare che avesse ricevuto la barca dalle mani del turco Zarur in cambio di una vacca che, pure lei, aveva la sua storia. Ma questi sono fatti troppo lontani e in verità, a partire dal vecchio Sotelo, esistono versioni discordanti. Tante volte si confondono le barche e si confondono le storie. Uno crede di parlare di una barca sola e in realtà sta parlando di due o tre. Per di più, la stessa barca dà luogo a diverse storie. A un certo punto la barca ha subìto tante di quelle modifiche che uno la prende per nuova. Capita che una barca, dopo un certo tempo, non sia più la stessa, salvo per la forma o per quello spirito che vive in lei, perché attraverso gli anni non c’è tavola, non c’è chiodo, non c’è niente che non sia stato sostituito. E non è affatto strano che una barca di una certa lunghezza finisca per diventare un’eccellente lancia. Era questa l’idea del vecchio Messali quando fu sul punto di montarci un motorino Lauson da 2 Hp. Li avevano messi in commercio nel ’38, molto a buon mercato, compreso asse, elica e premistoppa. Ma il destino decise altrimenti.

NdR: il testo è un estratto di Sudeste, romanzo di Haroldo Conti, nella traduzione di Marino Magliani e Riccardo Ferrazzi, pubblicato recentemente da Exorma, che ringraziamo; Ferrazzi ne parla qui

 

Haroldo Conti (1925-1976) è stato uno scrittore e giornalista argentino.
Nel 1962 vince il premio Fabril per il suo primo romanzo Sudeste con cui diventa una delle figure di riferimento della cosiddetta «Generación de Contorno» (nello stesso anno pubblicano autori come Sábato, Mujica Lainez, Cortázar, Marta Lynch). Pubblica inoltre i romanzi Alrededor de la jaula (Premio Universidad de Veracruz, Messico) – poi trasposto per il cinema da Sergio Renán con il titolo Crecer de golpe – e En vida (Premio Barral, Spagna, della cui giuria facevano parte Mario Vargas Llosa e Gabriel García Márquez).
Nel 1975 pubblica il romanzo Mascaró, el cazador americano, che vince il Premio Casa de las Américas (Cuba), tradotto in Italia con prefazione di Gabriel García Márquez, Milano, Bompiani, 1983.
Il 5 maggio 1976, a seguito del golpe militare in Argentina, Haroldo Conti viene sequestrato. Il suo nome figura fra quelli dei desaparecidos. Molti anni più tardi il Generale Videla fu costretto ad ammettere il suo omicidio; probabilmente Conti è stato gettato in mare come molti suoi connazionali.

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