da “Numeri primi”

di Marco Giovenale

7.

porta: una durezza di acqua rappresentata. Figlia molto piccola, quasi non si tiene in piedi. Però riesce a sollevare il sasso e massacrare mucchi di formiche nella terra chiara. Rischia di farsi male nella furia. Per questo le tolgono la pietra di mano. Dicono imparerà a non ferirsi; allora bene

*

11.

Non c’è resurrezione, non è necessario. Grazie, solo un bicchier d’acqua. Possibile così tanto? Ecco le monete.

Questo posto ha pochi anni di vita. Della specie animale che cifra e decifra restano miliardi di manufatti. Bisogna trovare qualche tutore, e ma tanto non torneranno dopo. E ma probabilmente va bene anche bruciare.

Le macchine frenano sull’asfalto, o: un tipo di mare che non lo aggiri. O: non sa come sarà il viaggio, inutile scoprire le braccia, nutrire la mascotte, sapere il ticchettio delle membrane degli uccelli – sulle grate cementate. Con i loro petti di iridescenze verdi sotto il ritmo delle pale di elicotteri fanno grandi gesti volando intorno per evitare eppure tenere sott’occhio la carcassa al centro, in vista, sotto mira. Eroismo zero.

Fosse distinguibile da qui la massa emittente, il coro

*
13.

I due veneziani negli assi sbilenchi di fronte ai sedili hanno scavalcato alla fine il muro, tolte le schede ai cellulari scendono ai bastioni lì contrattano con i fratelli piccoli o quelli che chiamano gli slavi. L’irrigazione automatica è interrotta per via dei lavori ai tubi di linea. Sono poi sospesi dall’uscita di catrame ai giunti, lungo l’asse fognario. Possono stare le ore a bere sotto i rottami prima sotto i festoni crani di marmo nelle teche di cristallo, le ossa di consumo per gli occhi, i laminati gialli delle istruzioni per le visite al rostro rudere. Le bucce, i pruriti per via delle piccole zecche. Torna indietro, dice molto in fondo in uno di loro una voce campita, piccola flussione d’aspetto bizantino, a vocali riflesse una in una. Torna a: quando non eri questa spesa. A quando non c’era il lavoro e stavi a rovistare nella scatola cobalto a rovesciare la colazione in piccoli colpi scalciando l’estensione la domenica. La mitezza del vento: il viale che la giustifica, che la fa canale. Lo sporgersi della campanella sul bordo vitreo della tortora, o bestia sottile vera poi non ritrovata. Allora il freddo delle barre orizzontali per la schiena. La scrittura delle svolte catrame, sgranature, lutto A e B, lineare, lineamenti. Come: delle cose semplici. Ma ancora un globo centrale, accomodandosi intera la nervatura, della massa di sera o un meccano che ingrana; è acceso nel dittico. Meno, indaco nero al centro di quello che in memoria non ha centro, una stanza con due finestre, una somiglianza all’inizio del gesto di ricordare, se così si chiama quella cosa, se è. È se è ricordata:

*

17.

Falsch nella stanza

Lo scatto di serratura che dà dicembre, invecchiate di un anno le ante, lo dà la piazza vuota aprendo. In mezzo al semiarco di panchine. Via subito in troncamento. La polvere, dice lui osservando da casa, si accumula qui sulle cose come le guardasse. E volesse proprio a loro dire poco, copre di sguardo – una tenda tirata o un tovagliolo che nasconde male degli eccedenti per niente chiari.

Ma, dice lui balbettando intenzionalmente sul verbo «balbettare», è così che l’intero sentire e sentirsi funziona. Dichiarazioni inverificabili.

Guardare è comunque: cercare di incastrare un colpevole che sorride e ha sulla coscienza molti più crimini di quanto immagini. Più crimini, meno immagini. Tò, uno slogan. Si stacca allora dalla finestra e dal pensiero di scendere nella piazza perché entra – con uno strano gesto delle spalle quasi invece uscendo o come un’ombra sbagliata – Falsch nella stanza

*

19.

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L’invariante semina il fondo, il bordo, sé, tende a enne.

Che il lungo blackout sia finito è anche annunciato dalla tosse delle campane elettriche della chiesa. Però in ritardo rispetto agli allarmi delle case, che urlano, tendono aria contro aria. Già il bronzo è qualcosa di stereo. Ed è un fatto; o moneta.

Prima di tanti watt di eco, arrivano giù più jingles della proprietà privata, presunta lesa. Sirene. Cigolano, sono le bandierine del vento, si sa, seriali. Rilke, inizio dell’inverno, il resto. Ma segnalini cicalini cafoni, metastasi la voce che presiede. Aquile in microtoni, troni, sémine di povertà dentro: plastiche di povertà ancora maggiore Un’aria chiusissima, comunissima. Coperta dal tentativo di pioggia. Dopo città banale bianco cielo-cera, un latte per domeniche, per la giustezza dei contorni – sparizione, flatland, fatland.

Hanno. E quasi dodici ore di buio unito sono state in qualche modo una purezza, una cosa lontana, un non avere almeno una cosa, chiaro. Riaprendo, ecco. Spingi qualsiasi tasto, sono superfici, si equivalgono

*

23.

: così era stato anche per la brace e polvere dei paesi prima. Ora per questo. Raccolte le punte mozze dei resti, le scaglie, il carbone in grani i più fini, in una sola settimana, dopo la distruzione completa.

Una macchina pensa a quel che serve, include. Il tracciato viene ricostruito. Rifatto interamente – nuovo, è nuovo. Le lamentazioni – in sostanza – non prendono rilievo per nessuno. Chi poi si lamenta? Stanno azzerati.

Sono nella calotta ossea, nel memento infisso – e costato nulla. Il tondo stilizzato che ricorda la città precedente viene sorretto da due torsi a cornice, senza proporzioni, due bambocci lignei stuccati che tendono muscoli dei gomiti perché quella posa da Atlante li appiattisce in prospettiva, e le ombre sono in crescita, è possibile farci affidamento.

La costruzione come sempre cupa blu verde nera e ancora nera chiede di essere descritta, ha i compilatori della pietra, più di un testimone.

Gli incendi dimenticano sé; allora man mano che le case ricrescono, i travertini i legni vengono legati a intarsio e i piani sovrastano i piani, le parentesi di ordini e acanto moltiplicano gradi di subordinazione, stalli, specchi cornei, feritoie, vedi che ricrescono di numero i notai che cifrano integralmente la fabbricazione, i narratori, i copisti che si istoriano le gale, i magazzinieri di manoscritti, loro stessi incapsulati, trattenuti, nelle arche di frassino, in lacche.

Quando l’insieme di torrette drappi terra pesta di erbe e anzi regni e principati è ricostruito, riedificato, e anche riscritto, e al suo interno dall’infimo interruttore alla perla centrale della tiara del gran prete è tutto inastato, innestato, e così brilla nella propria funzione vincolata, si può tornare al fuoco, possono essere ritratti inutilmente di mano in mano i secchi, e donne spezzare il fiato, soffocazione, distorti i segni dei bambini, le solite cose, gli uomini, arsi, salvarsi nessuno, niente dare spessore: nessuno spessore sulla cenere da principio, chiusa, velo nemmeno

*

29.

A miliardi. Spazi minimi. È come lo scarafaggio nelle vecchie case, ai piani alti, color ruggine perché ha attraversato quei metri di tubi su.

O non appena preso il «passero caduto dal nido» i parassiti sciamano nella mano e dorso, trasmessi dai ponti delle dita, in caccia di pelli sollevate, di radici.

O i bei vermi come fanno che tendono da dentro il drappo minuto della ciliegia presa in bocca e si danno in quei grovigli fotosensibili nelle orbite invarianti degli occhi ben morti per definizione dopo spostano brevissimi il peso stesso verso la loro stessa morte, perché – finito intorno cibo – si divorano fra loro compostamente.

O la parola su ciglia appena nate, che sia umana non c’è dubbio. Niente si vanta bello se non guarda fisso vedendo nulla, e meno

*

31.

Succede sempre qualcosa per cui bisogna andarsene. Il secondo fotografo cambia rollino accanto. Il muratore nella palazzina di fronte oltre il flusso dei tornanti o i ragazzi che fischiano valzer sta in bilico in piedi sulla soglia o margine della finestra (non una porta-finestra) e toglie con la raspa la vernice che poi rimetterà.

Qui i colombi condannati si inseguono in cerchio. Soltanto slogato il pusher pedalando fa cenno ai ciechi, dai lecci nei viali decifra niente affatto bene quali clienti sì, quali no. Chi c’è manca chi sta inseguendo. Guarendo. Inclinazione del collo, del poco sonno, il sì e il forse. Cadono insetti dai rami, si rilacera tessuto per una madre prezioso alcune sue definizioni prima, luci prima

*

Da Marco Giovanale, Numeri primi, Arcipelago, Milano, 2006.

9 COMMENTS

  1. Caro Marco, la numero 7 è una delle poesie per me più belle in assoluto.
    Sai, stavo proprio rileggendo in questi giorni i tuoi Numeri Primi e mi è accaduta una cosa singolare…io ti ho ascoltato dal vivo solo una volta, e si sa che le voci come i volti fanno in fretta a sbiadire, ma in queste poesie, per non so quale artificio, e secondo me pure involontario, perché so che la parte performativa non è assolutamente una tua priorità a fronte di quella installativa, resta perfettamente impresso il timbro della tua voce, cioè ad ogni mia lettura muta, mentale, se mi astengo dal sovraccaricarle con la mia voce, è veramente come se azionassi un registratore che mi restituisce integra e nitida la tua, che pure ho ascolatato solo una volta e che non è neanche una voce che spicchi, piuttosto bassa, non di timbro particolrmente scuro, abbastanza sottile ma impura, non proprio rauca, non proprio schiarita, con intonazione ambigua, con torsioni imprevedibili, non prende fiato e non fa pause secondo il normale metodo di lettura, procede autonoma, per suo conto, con un percorso alternativo e parallelo al testo…io la tua voce, ogni volta che leggo questi numeri primi, ce qua, l’ho scolpita nelle orecchie, è pazzesco.

  2. Sono d’accordo con Maria Valente. E’ splendido, celeste.
    La numero 7 accenna ad une scena d’infanzia -un batter d’occhio- vedo un gesto crudele rivelando alla figlia la sua propia violenza, la catastrofe “magica”: massacrare mucchi di formiche.
    La “suite poetica” è fatta di rottami e scogli strappati al nostro mondo. da questi frammenti nascono pitture con colori insoliti – iridescenze verdi, indaco nero, che persistono nella memoria.
    Per la prima volta ho letto Marco Giovenale in Action Poétique 177 che presenta una piccola antologia accompagnata da un articolo notevole di Andrea Raos.

  3. E’ vero della voce. Ma a me è accaduto che leggerla adesso m’è piaciuta di più.
    La durezza dell’acqua s’è rotta al primo verso e m’ha fatto scendere. E alla fine avevo come perso le parole e sono dovuta tornare indietro per cercarle ancora.

  4. sì, la 7 è splendida. è come pensare a certe donne, che sorreggono il mondo con la loro apparente fragilità.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.