Paesaggio italiano

sughi-il-prete-nella-scatola-69.jpg

di Anna Setari

Come stracci, non come “coriandoli”,
stiamo già (basta leggere il giornale)
svolazzando, eminente cardinale,
noi di questo paese che soltanto
se umiliato e a pezzi, sfilacciato,
vi conforta al sorriso.
Voi, ilari come i banchieri,
festeggianti come i condannati
che vi baciano i piedi,
o i prigionieri che dai finestrini
salutano con gesto da regine
i vassalli, gli osannanti fedeli,
voi, nei secoli sempre tra i potenti,
voi, stabili e radicati nel paese
come i furbi e i protervi
che benedite complici e materni,
lieti dell’ignoranza e del karma
o vocazione antica a trovar pace
nella livrea di servi e battistrada,
voi non volate. Nemmeno un tremito
vi scuote. Stabili tra i crolli,
immuni tra bufere e recessioni,
inamovibili punti di riferimento
identitario nel paesaggio, quali
forse soltanto le ecoballe,
vi divertite al peggio, e dai balconi
sorridete allo sfascio, confidando
nel regno vostro, qui, di questo mondo.

(Immagine: Alberto Sughi – Il prete nella scatola, 1969)

24 COMMENTS

  1. Bel paesaggio, Franz
    Scorto attraverso il finestrino di un’auto
    rigato da una cacca di piccione.

  2. Per il significato mi rifaccio a De Mauro:
    sfà|scio
    s.m. CO
    1 grave deterioramento di un edificio o danneggiamento, distruzione spec. di un veicolo: una casa che è ormai allo s., mandare allo s. una vecchia auto
    2 fig., grave decadenza politica, economica, culturale, ecc., di uno stato, di una società, di un’istituzione e sim.: andare, essere allo s., lo s. della classe politica.

    Per la retorica il discorso è più lungo, come per ogni parola di uso corrente e giornalistico, inflazionata (come l’aggettivo “inflazionato”) che venga ripresa in contesto diverso ecc. Sarebbe interessante sentire il tuo parere.

  3. Ricordo vagamente una versione di Anna giovinetta:

    sorridete al fascio, confidando
    nel regno vostro, lì, dell’altro mondo.

    (Onestamente non so se sia meglio questa o quella.)

  4. Anna, la tua poesia mi sembra bellissima e ti chiedo perdono se per collaborare con tashtego tento di seguire l’orme tue .(l=r,balcone=barcone)

    Stamo, come li stracci
    sull’arberi d’estate.

    Buttati a fiume quannno c’è la piena,
    appesi ai rami quanno viè la secca.
    Però ‘sto fiume lo misura uno,
    che dice che c’ha er metro de San Pietro,
    uno che parla ancora dar barcone,
    dice: V’avviso tutti, er fiume è in piena!
    Sta quasi pe’scì fora! E voi che fate?
    E’ inutile fa’ barche e muraglioni.
    Pregate perché dio nun faccia piove!

    Stamo, come i cojioni
    appesi alli barconi.

    lucio

  5. La poesia non è sullo “sfascio”, mi pare.
    E a me piace.
    Contiene la parola “sfascio”, che da un po’ di tempo si legge ovunque, si sente dire ad ogni angolo di strada, in ogni angiporto, nei cessi pubblici, da Babington, negli uffici nelle banche sulle barche nei treni sugli aerei aliscafi traghetti, ai caselli autostradali, al capezzale dei morenti, nelle sale parto, in chiesa, al mercato, al super-mercato, dal droghiere macellaio fruttarolo barbiere benzinaio, in palestra, in piscina, sul ring dei ritrovi pugilistici, la pronunciano i body builders mentre sollevano i pesi, nello sforzo dicono “sfaaaassscio”, ve la dice il massaggiatore, dice “siamo allo sfascio”, lo dice il giornalaio, anch’egli lo deve dire: “siamo allo sfascio”, il giornalista cita la casta, il vescovo di avverte che sei sfarinato e scoriandolato (da qui la poesia) e sfasciato, quindi lo ripete il prete in chiesa, l’impiegato dietro lo sportello “signore mio siamo allo sfascio”, al pronto soccorso non si sente dire altro e il meccanico non è da meno.
    Nessuno che si preoccupi di andare oltre la parola “sfascio” per spiegare cosa possa mai significare: cosa si è sfasciato che prima era sano?
    Non mi si venga a dire la Democrazia, la Res Publica, che è da quando sono ragazzino, cioè dagli anni cinquanta che sento dire sfascio, signora mia siamo allo sfascio.
    Dunque niente era intero prima che si sfasciasse.
    Dunque forse le democrazie sono di per se stesse destrutturate, perennemente in trasformazione, crisi, transizione verso qualcos’altro, occorre abituarsi.
    Le economie contemporanee non sono da meno, anzi: tutto è in dis-equilibrio, deve esserlo, che altrimenti arriva l’economista e dice che si ristagna, non si cresce non si rischia non si investe.
    Siamo allo sfascio perché è tutto un magna magna?
    Forse siamo allo sfascio per carenza di “galant’uomini?”
    In politica, voglio dire.
    Da quando esisto, respiro, vedo e, moderatamente, penso, non ho mai sentito di “galantuomini” in politica.
    I “galantuomini” italiani sono solo quattro o cinque.
    Vediamo:
    Luigi Einaudi
    Cesare Merzagora
    Norberto Bobbio
    E qui mi fermo, perché altri non ne ricordo e di questi nomi non mi fido, e dei galantuomini in fondo non mi importa nulla.
    Lo sfascio se c’è è un mix di parole continuamente ripetute, è memoria corta ed è che la gente non ricca guadagna meno soldi perché la gente ricca ne guadagna di più.
    L’Italia è un paese in declino, è vero, ma non significa sfascio, significa che si torna nell’alveo che dal Seicento in poi ci ha accolto per secoli, come paese minore, infognato più di altri nella cultura cattolica, privo di risorse, di impero, eccetera.
    Poi c’è lo sfascio vero, ma quello riguarda il Pianeta.

  6. Beh, il Seicento almeno è nel capitolo di “Storia moderna”.
    C’è anche chi si rifà per paragone al tempo di Annibale. Come Bossi, che ascoltavo ieri in diretta mentre chiedeva ai suoi accompagnatori di ricordare il nome di “quell’insubre che uccise il console Flaminio che aveva distrutto Milano….Come si chiamava? come si chiamava?..” chiedeva, un po’ stizzito che nessuno avesse quel nome sulla punta della lingua.
    Nella sua ampia visione storica, a lui pareva che i tempi nostri somigliassero a quelli, e quelli somigliassero agli altri di Alberto da Giussano e che i suoi accoliti somigliassero o dovessero proporsi di somigliare a quegli Insubri d’antan, pronti alla vendetta contro il Romano.
    (L’insubre, a proposito, si chiamava Ducario e la sua storia è raccontata da Tito Livio)

    Sì, è vero, @Tash, la parola è più che abusata.

  7. Mi appare un perfetto epitaffio alla cacciata, finalmente, di quel buffone di Prodi. Scusate la libera interpretazione.

    Blackjack.

  8. sì però signor francesco, uno sfasciapalle come lei ce n’è pochi in giro nè!
    con affetto e sempre in empatia con lei, malgrado lei :)
    baci
    la fu

    …ogni sfascio c’ha il suo tempo, ogni tempo c’ha il suo sfascio…

  9. non mi lamentavo dell’abuso.
    ma dell’uso senza specificazioni.
    era un tentativo di parlare concretamente della “sensazione di sfascio” e della sua autenticità all’interno di un’orchestrazione mediatica come l’attuale con tanto di contributo vescovile.
    io per esempio, biondillo, non credo allo “sfascio” tout court, per me non significa niente.

  10. Macchè poetare omerico, Iannox, semmai questa poesia di Anna ricorda il Pasolini più “civile” e sdegnato con le faccende e i faccendieri d’Italia.

  11. Un’altra parola che piace, e che riconforta (diversamente da “sfascio”), è un aggettivo: civile.
    E’ poesia civile, questa di Anna, nel senso pieno dell’espressione.
    Ed è vicile anche nel senso che denuncia lo sfascio (ma non solo quello) con compostezza e decoro, pur nei nei toni di spietata e sarcastica invettiva.
    Ecco: la rabbia e l’indignazione si possono esprimere senza sputare addosso a chi non la pensa come te e senza urlargli “sei una merda”.
    Se solo gli onorevoli senatori andassero a scuola di retorica da alcuni poeti-blogger ! (intendendo la “retorica” in senso classico, come nobile disciplina dell’esporre il proprio pensiero con eleganza, incisività, espressività e forza di persuasione).

    Non sfugga che la poesia è rivolta al presidente della Cei cardinale Angelo Bagnasco, che aveva definito l’Italia un paese “ridotto in coriandoli”. Di chi credete che stia parlando Anna quando dice: “voi, ilari come banchieri [….] voi, nei secoli sempre tra i potenti”?

  12. sfascio o non sfascio (che è una parola con una sua lunga storia e tante assonanze in un paese che fa di ogni erba un fascio e che ne ha avuti tanti di littorii), sfascio o non sfascio, dicevo, il verso freme e il finale è contundente e piacerebbe che contundentemente arrivasse in faccia a chi ci sfascia, si sfascia e sorride

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