Gradazioni di Viola

viola2

(labirinto)
di
Viola Amarelli

La forma delle dita, dei tuoi piedi
si accartoccia e che verrà dopo
è un bel imbroglio o, più esatto, il garbuglio
lo stesso per cui ridiamo insieme ora
bevendo l’aria, attenti alla suonata venisse
alcuno – non viene mai nessuno
per fortuna,
la forma temporanea che è il mondo
questo qui ora, lacrime e sangue
non tante storie, asciuga entrambi
con la sabbia e poi versaci l’acqua
dissalando il tuono delle
armi, fragore ogni secondo
in fuga ora tu baci
un bacio senza forma, s’è rotto il filo
inutile Arianna.

39 COMMENTS

  1. Matta matassa, filo filando, folle me lassa, riso giocando pianto d’insana pianta, ma frutto me la lontana porge costrutto senso, non senso, come distrutto corda ripenso, nulla di tutto questo dì, notte tempo che passo passa d’edotte non sa, compasso, giro girando, torce d’intorno, foco chiamando quello ritorno

  2. Mia spiegazione: due innamorati passeggiano a piedi nudi sulla sabbia (nominata nel sestultimo verso), probabilmente gli occhi negli occhi e qindi senza far caso al resto. Sembra loro quasi di “bere” l’aria così ricca di iodio. D’improviso gli occhi dell’uomo si abbassano sui piedi di lei e ne colgono la deludente forma a cartoccio. Lì per lì scappa a entrambi da ridere, poi, all’improvviso, l’uomo, colto da raptus, tira fuori una tonante arma (un kalashnikov?) e glieli centra con una pallottola. La ragazza, alla vista del sangue, piange (“lacrime e sangue”), poi si versa dell’acqua di mare (opportunamente dissalandola) sulle ferite. Ormai l’incanto è rotto e la ragazza si dà alla fuga.

  3. Melassa folle
    me lassi acceso
    di riso tua sottile forma
    in-viso
    carezza,
    ghigno d’edotta sapienza
    disegni,
    vuoto sospeso d’incerta uscita,
    fuga fugata
    serrata in vico,
    infida trama
    virtuoso arti-ficio,
    spengi l’armigeri fochi
    in umide labbra,
    tumide appese
    sospiro spirante
    di cieche attese.

    Sorridi Arianna
    fato di-vino
    mescerà alle tue labbra
    fruttato destino.

    2@_ 2@_ n.c./a.f.

  4. l’improvvisazione, questa parola così volatile
    fugace
    eppure resa forma nel catturare l’attimo
    nel bere l’aria
    un’aria intima
    e ricca di quel – noi –

  5. “la forma temporanea che è il mondo”

    con quel filo che si è rotto a ricordarci cosa?
    che tutto passa forse.

    un saluto

  6. Io capisco così:
    Ad ogni passo su questa sabbia creiamo un labirinto di granelli del quale ridiamo, e dal quale non sappiamo più fuggire, soli come siamo, inutili figure di amanti da mito classico senza un filo che ci tiri fuori dalle nostre forme. Bellissimo cielo viola sullo sfondo con all’orizzonte indaco di nuvole che tuonano. Ottobre (credo).

  7. voglio tentarla anch’io la parafrasi:

    il tuo piede s’inconchiglia al mio
    come l’aria fa dei nostri respiri
    un unico sorso

    mentre giochiamo al timore

    dimentichi
    usiamo il non.ricordo
    per ridimenticare

    ora
    resti in bilico

    ma deciso
    ti adagi tra i due corni

    inutile distrarsi

  8. Che sintassi! che palpito dedalico!
    tutt’altro che pedestre ovver podalico!
    ogni partenza viòlea è un parto tale
    di virtù, ch’esce il frutto senza male;
    né tu vorresti s’arrivasse mai,
    ma i versi ognor facessero viavai.

  9. Concordo con la vena surreale indicata da Lucio Angelini, di certo una delle poesie più riuscite di Viola per musicalità e invenzione. Un caro saluto, Abele

  10. ringrazio molto per le parafrasi (incluse quelle *surreali..!!), le glosse e le risposte “versificate”, tutte molto azzeccate . Il fonosimbolismo della *poesia* (vedi sotto il bel post di Voce) le consente di essere, più della prosa, un’ autonoma cassa di risonanza per ogni lettore.Un grazie particolare a Effeeffe, che come sempre anche nelle immagini dà filo da torcere, Viola

  11. c’è un approccio alla poesa che reputo assolutamente “insano” e dovuto – a mio avviso – al cattivo approccio ed “imprinting” che più o meno tutti abbiamo dovuto “sub-ire” ad opera dei programmi didattici e delle metodologie formative della scuola dell’obbligo che insegnano a “tradurre/trad-ire” il verbo in qualcosa di “svelato”, e-semplificando il tutto in una trasposizione prosaica che annulla la magia evocativa ed intuitiva propria della poesia stessa.
    “Spiegare” una poesia è quanto di più banale si possa ad essa fare, la poesia si deve “sentire”, “ascoltare” (a qualcuno piace dire che la si dovrebbe “abitare”) … ma ad ognuno essa darà il “poprio” messaggio, e in ognuno giocherà il proprio personale “gusto” nella lettura e fruizione della stessa.

    dalla poesia dovrebbe nascere poesia. questo per me.

    sempre brava Viola.

  12. Completamente d’accordo con Natàlia. Non occorre interpretare troppo. La poesia è bella per come suona (anzi ri-suona), mentre ciò che dice non m’interessa molto. L’ho letta rapito dal ritmo, dal mondo “altro” evocato. Il resto è…silenzio.

  13. avendo azzeccato tutti dei versi la risposta che si sia forse azzecca garbugli doctor pettole sommersi di sale i nostri testi o testa zucca testè detta recondita incondita? con dita informi di te dite a dite od erinnidi vedette su meschite: mina reti! miniata casta avita minuta buratta io di ciarla corusca! ma estro di fili se cerne sé in vece sua se n’avvita viticchio di biece parole a vite – singolare crusca plurale di sfarinata – e re sia arco con volvolo te senza dia

  14. Mi piace molto l’iconografia proposta da Soldato Blu, merci.
    caro teqno: un testo una volta *pubblicato* non è più nostro..va in giro con le sue gambe, ammesso le abbia..come i figli.. Non sono per le interpretazioni infinite ma il surreale, la leggerezza, l’amoroso e soprattutto la morfologia – proprio il problema della forma che sono i nostri mondi – erano anche nelle intenzioni della me medesma.. La poesia è suono ma anche simbolo, appunto, e le parafrasi – come osservato anche Berardinelli/Grass- se son noiose comunque servono a soffermarsi sulla valenza di comunicazione che la poesia come ogni linguaggio ha geneticamente, nel dire e nel dare. Un abbraccio, V.

  15. ma appunto, cara viola: senza te, volgerei al dìa rio, nel mentre con te volvolo altr’ove: come coti dia n’affili, e pietra e pietre, e fili e frecce infili dianesca caccia

  16. “un testo una volta *pubblicato* non è più nostro..va in giro con le sue gambe”: è quello che dicevo a natalia ieri

  17. E’ la mia preferita, Viola.
    Non so bene spiegare la mia attrazione per questa poesia in particolare.
    E’ il simbolo dell’ammore? l’immagine dell’imbroglio dei corpi? L’immagine dell’imbroglio davanti al mistero del corpo altro?
    Il gusto liquido, di sabbia, di sangue nella musica dei versi, l’arsura del dolore e del ridere. Si incontrano. L’unione della complicità e della pena.
    O allora il filo d’Ariane? Ariane dimenticata sulla spiaggia senza speranza del ritorno.

  18. @ db

    con “la poesia è una carcassa di sonanza” ti sei avvicinato pericolosamente al post di Sparzani “Achille e la tartaruga”, il cui tema è l’infinito.

    Cosa diceva K., a proposito della poesia, nell’incipit de “La ripetizione”?

  19. scusate il il refuso: nell’incipit de “La ripetizione” Kierkegaard ovviamente diceva che la poesia è una cassa di risonanza.

  20. Belle le suggestioni, molti i rimandi alla simbologia del labirinto che ossessivamente si ripresenta in natura (e in letteratura) con le sue forme ipnotiche…

  21. io tendo a sostenere che le scritture non siano “aperte”, ma abbiano un senso almeno dominante, o una linea di pendenza obbligata. qui ipotizzo che si tratti semplicemente del racconto, nella gradazione di viola di un qualche tramonto, di una “perdita di contatto” fra 2 amanti, lo sfumare di un momento di coincidenza emotiva in una bacio senza forma… con ciò senza delegittimare la metalettura di angelini…

  22. Bella la carcassa di carapece, non a caso storicamente all’origine dei caratteri cinesi (e dei Ching); ringrazio tutti gli intervenuti, Viola

  23. @ viola

    non solo dei I Ching, ma anche della lira creata da Hermes, che mettendo in relazione poesia e canto, e quindi misura, dà alla tartaruga di Zenone un valore non solo amblematico, ma, forse, simbolico.

  24. Dico la verità: di Viola ho letto qui cose ben più interessanti. Qui è come se lasciasse andare su una sedia con un ventaglio in mano per il gran caldo.

    Esilarante l’intervento in verso di Filosofipercaso: quando leggo di questi post, non riesco a capire bene se al postante interessi cosa ha letto in homepage o cosa vuole sfoggiare nel sottoscala. Ma no, lo capisco bene, invece.

  25. Dico la verità: di Viola ho letto qui cose ben più interessanti. Qui è come se si lasciasse andare su una sedia con un ventaglio in mano per il gran caldo.

    Esilarante l’intervento in verso di Filosofipercaso: quando leggo di questi post, non riesco a capire bene se al postante interessi cosa ha letto in homepage o cosa vuole sfoggiare nel sottoscala. Ma no, lo capisco bene, invece.

  26. caro Franz, mi spiace leggere quel che dici…
    che dire? pazienza, prospettive diverse.
    ti dirò la mia però … sai, preferisco la (com)partecipazione attiva a tanti commenti che si limitano a non “dare” null’altro che la propria cortigiana approvazione dicendo “brava, bello, complimenti, sei fantastica, e bla bla bla…” da gatti di cortile che segnano e marcano il territorio del proprio orticello d’appartenenza ed aspirazione.

    quando una cosa non mi piace preferisco dirlo chiaramente (quando reputo l’interessato degno di sprecare il mio tempo) o tacere e sorvolare (quando la stima mi cala sotto i tacchi delle scarpe), invece se una cosa mi piace davvero “la faccio mia” con lo spirito di chi rispetta ed ama la scrittura e non il mondo dorato di vassallaggi e signorotti.

    grazie comunque con la stima di sempre (diversamente avrei anche qui taciuto).
    una dei filosofipercaso: natàlia

  27. “Il filo è un corpo filiforme costituito a sua volta di filamenti intecciati tra loro”.

    La *forma fonica* di Viola – l’inciso il reciso – profila e plasma. Suona e risuona. Narciso rovina. Eco rimane.

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francesco forlani
francesco forlani
Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017