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Una dolce preghiera

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Dio è con noi
di
Franco Arminio

quello che conta per chi scrive
è solo la furia
la commozione lo smarrimento,
la vita è vera quando è spezzata
quando la testa brucia.
dio non c’è quando siamo gentili
quando siamo pazienti
quando crediamo agli altri
quando aspettiamo.
dio crede in noi quando siamo in croce
quando buttiamo fuori l’inferno
che abbiamo dentro
quando non misuriamo niente
ma vaghiamo fuori dai nostri nidi
nell’aria appestata di questo cimitero
incapaci di prendere e di dare
incapaci di commerciare
con il visibile e il mistero

112 COMMENTS

  1. mi piace, mi piace soprattutto l’idea che la poesia esprime, ma qui e lì ci sono scelte linguistiche – a mio gusto – stridenti

    … non mi piace quel “quando crediamo agli altri” ad esempio.
    nel complesso, piacevole.

    ma di Arminio ne ho lette di molto più belle nella loro disarmante – apparente – semplicità.

  2. cara natalia
    ormi scirvo versi solo raramente
    e per polluzioni improvvise. non ho nessuna voglia di rimestare nella materia che mi esce.
    insomma, non mi interessa il lezio, l’ornamento, la confezione.
    leggo troppe poesie in giro che invece stanno in piedi solo su questo.

  3. non so.
    ma so che Franco mi parla di un dio che conosco. la creatività, e me lo sono talvolta chiesto se sia così, sembra una sorella sana della sindrome bipolare. ed è là che Franco, e anch’io, trova il dio delle parole.
    cristiano

  4. ma non era una critica, né un invito al lezioso ed all’orpello,
    mi pare fosse chiaro…
    del resto ho già in altre sedi sottolineato d’apprezzare proprio la naturale “fuoriuscita” del verso dall’Arminio
    ma tant’è…

  5. “incapaci di commerciare
    con il visibile e il mistero”

    un’immagine forte ed autentica quanto un tavolo ribaltato ed una sferza di cordicelle … complimenti.

  6. sottoscrivo Arminio con Cristiano:

    “sembra una sorella sana della sindrome bipolare. ed è là che Franco, e anch’io, trova il dio delle parole”.

  7. non so gli altri, ma ormai a me le parole, in versi e in prosa,
    mi suonano solo quando le estraggo dal mio corpo come si estrae un corpo estraneo che altrimenti potrebbe soffocarci.
    ripeto: non è stagione per estetismi e sperimentalismi alla buona. sono per una letteratura fisiologica….

  8. @arminio
    Affermi: “ormai a me le parole, in versi e in prosa,
    mi suonano solo quando le estraggo dal mio corpo come si estrae un corpo estraneo che altrimenti potrebbe soffocarci.
    ripeto: non è stagione per estetismi e sperimentalismi alla buona. sono per una letteratura fisiologica.” Anch’io credo che la letteatura autentica sia fisiologica e non ornamentale, ma la forma resta essenziale. E, come dice Natalia, alcune volte la forma del tuo componimento stride, sembra un po’ sciatta. In tal modo, viene meno la vertigine che l’estrazione dolorosa del corpo estraneo avrebbe potuto produrre. In A SE STESSO, Leopardi vomita letteralmente il suo odio nei confronti dell’esistenza; ma poi incanala il vomito in una forma perfetta, cosicché noi beviamo il suo vomito dalla prima all’ultima goccia. Angosciati ma grati.

  9. doppio accordo con arminio

    nessuna parola, in versi e prosa, che non si imponga per necessità, come quando “gli stimoli che irritano le terminazioni nervose della mucosa nasale” ti costringono a starnutire

  10. va bene che la poesia nasca da necessità – vedi Rilke, etc. etc. etc. – ma signori miei farne un duplicato dell’inno al corpo sciolto … mi pare eccessivo.

    detto ciò, confermo quanto di apprezzabile abbia sempre trovato e lodato in Arminio.

  11. @ Natàlia

    la metafora mi aveva tentato, ma non l’ho fatto, sicuro che qualcun altro ci avrebbe pensato

    ma non è sbagliato nemmeno quello che indichi tu

    la necessaria presenza del “corpo” nella “letteratura fisiologica” di cui parla Arminio non è una presenza totalizzante da parte del fisico, del greve

    se posso darne una spiegazione che coinvolge solo me, parafrasando uno scienziato cognitivo che così rispondeva a chi gli chiedeva che cosa fosse la “mente”: “la mente è quello che il cervello fa”, così la “letteratura fisiologica” è quella che il corpo fa, senza dimenticare che il cervello è una parte, nemmeno tanto grande, di questo

  12. È sempre pericoloso discettare sulla necessità di qualcosa. Ad esempio, l’autore quale necessità aveva di far pubblicare questo post? Nessuna, suppongo! E neanche l’urgenza…
    Fra le necessità fisiologiche poi non c’è quella di emettere parole. Così come ti vengono. Senza mediazione stilistica o di tono.
    E poi tutta la solita fuffa sull’ornamento, la confezione e bla bla bla. Ma perché, questa poesia di Arminio starebbe in piedi per cosa? Non sta in piedi proprio per mancanza di confezionamento.

  13. in questi giorni mi occupo soprattutto di politica, cioè di merda
    ed è strano leggere tanti commenti a una poesia che ho scritto in due minuti e che ho spedito senza neppure rileggerla. questo non per mancanza di rispetto, ma proprio perché lavoro senza il bisogno di affermare questa o quella idea di letteratura.

  14. Arminio poi crede che le sue parole suonino solo quando le estrae dal suo corpo come corpo estraneo. E no, carino, le parole suonano solo quando le fai vibrare sulle corde. Infatti i tuoi versi non suonano.

  15. in questi giorni mi occupo soprattutto di politica, cioè di merda
    ed è strano leggere tanti commenti a una poesia che ho scritto in due minuti e che ho spedito senza neppure rileggerla. questo non per mancanza di rispetto, ma proprio perché lavoro senza il bisogno di affermare questa o quella idea di letteratura”.

    E allora cosa vuoi da noi? Perchè l’hai fatta pubblicare? La poesiola… Sono i tuoi commenti comunque che mi lasciano ancora più perplesso.

  16. La Forza gli è con noi

    Quello che e honta per chi scrive
    un n’è di scrivere per dire e nemmen tanto hontare
    [du’ minuti…]
    gli è solo la furia
    la hommozione, lo smarrimento,
    la vita gli è vera quando gli è spezzata
    quando gli è tritata e ritritata insomma,
    quando la testa la brucia e la piglia foco.
    Dio un c’è [mai]
    ma parecchio un c’è quando e siamo gentili
    quando e siamo pazienti,
    quando e crediamo a quegli artri,
    quando e s’aspettano.
    Dio e crede in noi quando e siamo [fissati] in croce,
    quando e si butta fori l’inferno
    che e s’ha dentro,
    quando e un si misura nulla,
    ma e si vaga fori da’ nostri nidi
    nell’aria ‘mpestata di questo cimitero
    inhapaci di prendere e di dare
    inhapaci di hommerciare
    co’ i’ visibile e co’ i’ mistero arminiano.

    Tre minuti: gli aveo da mettere quarche maiuscola e quarche virgola. Poi gli ho postao.

  17. Sono perplessa anch’io. Molto!
    Oltre all’espellere incoscientemente liquidi organici e al confezionare pacchetti leziosi mi pare che ci sia uno spazio sterminato di tutt’altra geografia, dove la forma aderisce in modo tanto preciso quanto misterioso al contenuto, e lo rafforza e lo rende bella poesia. Forma e contenuto si avvinghiano l’una all’altro e vanno su insieme… e se no è prosa, oppure poesia che non riesce. Senza offesa, questo scritto mi pare carente in entrambe le dimensioni. Che c’è Arminio, sei risentito per qualcosa?

  18. un blog non funziona come esibizione dell’opera omnia.
    mi piace postare testi anche quando sono imperfetti, mi piace postare testi che azzardano verso qualcosa, cercano un bersaglio che magari diventerà più limpido in un’altra occasione.

  19. @soldato blu
    Dici che “la “letteratura fisiologica” è quella che il corpo fa, senza dimenticare che il cervello è una parte, nemmeno tanto grande, di questo.”
    Beh, il cervello: cosa c’è di più grande? E pensare che è proprio il tuo cervello a farti sottovalutare così il tuo cervello. Nemmeno un nichilista convinto, quale tu credo sia, dovrebbe arrivare a tanto nei confronti di se stesso.

  20. A cosa è servita la poesia di Arminio?
    A provocare così tanti commenti.

    A farci ricordare, banalmente, che esiste anche un altro metro,
    per misurare la poesia, e che ai suoi estremi porta:

    corposa…….concettuale

    e chi dà per scontato che la poesia “corposa o fisiologica”
    sia una banalità estemporanea inventata da “risentiti”,
    potrebbe far mente locale, e, con un balzo di generosità,
    vedere in questo un tentativo, aggiornato, di discussione
    sulla poesia, qualcosa di simile all’oggetto discusso
    nello “Ione” e nel “Fedro” platonici.

    “Ma chi giunga alle soglie della poesia senza il delirio delle Muse,
    convinto che la sola abilità lo renda poeta, sarà un poeta incompiuto
    e la poesia del savio sarà offuscata da quella dei poeti in delirio.” [Fedro].

    @ Diamante!

    le tue bacchettate, ti assicuro, sono proprio fuori luogo.
    Penso di avere informazioni su cosa dicono che sia il cervello gli scienziati che lo studiano, da poter rischiare di fare affermazioni più che dignitose, almeno in questa sede non specialistica.
    Posso sembrare poco chiaro, perché è difficile avere gli stessi riferimenti e difficile riportare teorie complesse in poche parole.
    “Il cervello è una parte, nemmeno tanto grande, del corpo” era un modo spiccio di accennare al carattere olistico del sistema cerebro-spinale, che
    tende a ridimensionare – certo non ad escludere – la supposta dai più egemonia assoluta della corteccia cerebrale, la parte più recente, e in particolare dell’emisfero sinistro, dove vengono collocate alcune funzioni più ” dignitosamente cerebrali”, appunto.

    La mia curiosità su queste cose venne sollecitata da un bellissimo libro che, se non l’hai letto, sarebbe di gran soddisfazione anche per te:

    Julian Jaynes, Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza,
    Adelphi 1984.

    Potresti aggiungerci tutto quello che è stato pubblicato in italiano, a iniziare dai capostipi, di: Gregory Bateson e Jean-pierre Changeux, continuando con un italiano: Massimo Piatelli Palmarini, e poi i botti finali: Gerald M. Edelman, Antonio Damasio e, in fondo, la ciliegina appena colta: Derek Denton, Le emozioni primordiali. Gli albori della coscienza. Bollati Boringhieri 2009.

    Quanto al “nichilista” che tu credi io sia, tu credi di saperlo, e io potrei, sinceramente, far mia la tua definizione, ma, altrettanto sinceramente, dirti che, malgrado questo, tu non puoi assolutamente sapere in quale “modo” lo sia.

    Sono invece, Diamante, un monista materialista[felice che questa parola ne contenga anche un’altra], ma tu mi sembri correre il rischio del duale.

  21. certo di rischiare il cartellino rosso dei lettori, annoiati per “imposta presenza”, ma per dire quanto l’argomento mi affascina, e non solo teoricamente, riesumo e do un nuovo titolo a una vecchia poesia [1986] che, assicuro, venne scritta in quella condizione che io considero “fisiologica” (mi piace la definizione di Cristiano Prakash: “una sorella sana della sindrome bipolare”. non certo alla ricerca di un giudizio di qualità, ma per mostrare tutta la “corposità”

    mi scuso perchè a trasferirla nei commenti di N.I può risultarne stravolta l’impostazione grafica

    CORPO DI BACCO

    a Natàlia e Arminio

    Tu omuncolo peloso
    che sbalzi da acredini e malizie
    in mille e mille rivoli di sterco gesso per gerundi e genitivi
    per posteri

    Tu gargantua peloso
    che scalzi l’ora onesta
    e accendi rami ulivi di inessenze
    sfruttando acumi
    e accumulate spoglie di morti
    mai morti
    aspettando che l’ora torni

    Tu nasci nel pantano

    Avverandoti Avverbandoti

    Avvinghiandoti ( perché nel bosco vigilia è attesa morte? )

    Quanto fa 2 + 2 tu sei

    Scegli la strada per avverarti
    avverbati, avvinghiati
    moltiplica le azioni
    accogli in mense
    fagocita in usura pregna feti incunaboli
    raglia storie di mestieri
    estinti
    tu stupido e incalzante
    io non ci sto
    (nevose vette d’acciaio )
    e non abbaiare ancora
    : l’ho pensato prima io.

    *

    Guido Guinizelli, in un sonetto che accompagnava una canzone inviata a Guittone d’Arezzo, scriveva:

    Prendete la canzon, la qual io porgo
    al saver vostro, che l’aguinchi e cimi

    Di questo aguinchi dice Gianfranco Contini in una nota di “Letteratura italiana delle origini”:

    “variante dialettale di avvinchi (avvinchiare che precede avvinghiare, è ben documentato) : la canzone è rappresentata come un fascio di componenti da legare e cimare”

    ***

    Guido Guinizelli, in un sonetto che accompagnava una canzone inviata a Guittone d’Arezzo, scriveva:

    Prendete la canzon, la qual io porgo
    al saver vostro, che l’aguinchi e cimi

    Di questo aguinchi dice Gianfranco Contini in una nota di “Letteratura italiana delle origini”:

    “variante dialettale di avvinchi (avvinchiare che precede avvinghiare, è ben documentato) : la canzone è rappresentata come un fascio di componenti da legare e cimare”

    Il “non abbaiare” è quello zanzottiano di ‘Come ultime cene’ in “Fosfeni”

  22. @lambertibocconi
    “Forma e contenuto si avvinghiano l’una all’altro e vanno su insieme… e se no è prosa”.
    insomma le parole dello scrivere non poetico possono fare un po’ quello che vogliono?
    davvero?
    e dovendo proprio usare categorie come forma & contenuto, non sarà invece che le parole *sono* il contenuto sia della poesia che della non poesia?
    credo che la non poesia, la così detta prosa, sia una struttura di parole più labile e allentata, ma sempre indispensabile a se stessa.

  23. @Tashtego: una prosa può essere sciatta e “brutta” ma dire lo stesso delle cose che valgono la pena; invece una poesia se è “brutta” ha finito di esistere.
    Io la vedo così, che le parole sono il mezzo, la materia, mentre il contenuto è quello che con le parole viene detto e trasmesso. Questo sia in prosa che in poesia. Ma nella poesia forma e contenuto sono legati più strettamente, anzi sono inscindibili e si aiutano a vicenda nella costruzione del testo.
    Scusate la semplicità dell’esposizione: ho studiato… :-)

  24. di franco arminio ho letto alcune cose molto belle, qui e altrove. mi piace la sua presa diretta. non sopporto infatti certi cerebralismi da macchietta che non li capisce forse nemmeno chi li scrive: e allora appare, a chi legge, il vate, quel “”I’mi son un che, quando, Amor mi spira, noto, e a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”. ma sono in totale disaccordo con l’idea che lavorare il testo sia contrario alla po(i)esia. c’è invece necessità di burchio e cesello: per affinare, rendere comprensibile e comprensivo. basta con la chiacchiera compiaciuta, il delirio narcisistico e basta con il romanticume del vomito tiepido di umori. è ora di una terza via alla letteratura, e alla poesia in particolare.
    franco arminio può anche scrivere una poesia non riuscita: non casca il mondo! nelle intenzioni, che immagino pure, è poesia. nei risultati non lo è del tutto. pazienza. ma un errore non può indurci a dire che poesia è “polluzione improvvisa” su cui non s’ha voglia di rimestare. mette in discussione altro che abbiamo fatto, mette un’ipoteca su quanto scriveremo ancora. ogni artista assomma diverse “maniere” nella sua carriera. ma giustificarle tutte teorizzando di volta in volta ad hoc mi sembra un peccato di superbia.

  25. Non sono credente e non voglio che un dio creda in me quando butto fuori l’inferno, non voglio nemmeno che ci sia un dio, quando aspetto, voglio che ci sia qualcuno, una donna, un amico, qualcuno in carne e ossa destinato a finire. Spesso, quando sono gentile con gli altri, rivelo meschinità, sottintendo ipocrisia e se un dio è con me, in quei momenti, vuole dire che è un dio meschino e ipocrita

    p.s. in ogni caso trovo questa poesia splendida

    marco

  26. io non so un teorico della letteratura, né della mia né quella altrui. lavoravo e molto con la lima, ma adesso preferisco scrivere così. non è una regola né per me né per gli altri.

  27. Questione vecchia come il cucco e molto italiana.

    In UK hanno appena nominato “Poeta Laureato” Carol Ann Duffy, scontrosa scozzese apertamente gay che non si fa problemi di vedere poesia nel poetichese dei titoli di giornale, delle canzoni, degli stili e della moda, ecc. Un atteggiamento, un’intuizione prima di una forma.

    Arminio, nella sua bipolarita’ depressivo/narcisistica, vorrebbe saltare a pie’ pari la forma/poesia in favore del contenuto/poetichese. In Italia, da Petrarca in giu’, non si puo’ fare. Dubito che Arminio senta il bisogno di Petrarca perche’, per sua connotazione umano/letteraria, il nocciolo ispirativo e’ altrove, introvertito, incarognito (invece che ingentilito).

    Pero’ quel che i commentatori contestano, al fondo, e’ altro, non meno depressivo/narcisistico: che cioe’ NI, per il suo status di “sito guida della blogosfera letteraria italiana”, debba ospitare sempre e solo pezzi finiti, perfetti, informati. Petrarca o meno, mi pare un errore, visto che i compitini ini ini, specie in poesia, sono buoni per il circolo del ricamo.

  28. copio incollo da un mio vecchissimo NI comment: tu jane della neolaureata:) carol ann duffy

    TU JANE

    La notte le mollo addosso una scoreggia all’olezzo di guinnes,
    a mia moglie, che mi si rannicchia contro dopo che l’ho scopata
    al ritorno dal Dog and Fox. Son tutto muscoli. Puoi tirar di boxe
    contro il mio stomaco fin che ti pare, non mi tiro indietro. Prova.

    Capofamiglia. Padrone a casa mia. Quadrato.

    Guarda questo bicipite. Servito a tavola
    e camicia fresca di bucato, ma rispetto il suo punto di vista.
    Mi ha dato due figli in otto anni, sa
    quando cucirla. Ha messo su un po’ di ciccia
    ma al week end, in reggicalze, il culo me lo da ancora.

    Questa è la vita. L’anno prossimo in Australia, e la suocera
    che si fotta. Ma senti queste cosce.
    Il karate mi mantiene di granito. La forza di un toro.
    La birra la reggo benissimo. Qualche pinta
    coi ragazzi, una risata, poi a casa da lei.

    Lei dice, hai sognato tesoro? Non sogno
    mai, io. Un sonno opaco come una bella pinta.
    Mi sveglio che ce l’ho duro, mezzo sopito glielo ficco dentro.

    Lei non protesta. Quando ho una sensazione, è qui
    che la sento, dove la vena violetta del collo pulsa.

  29. mi permetta di osservare, giusco, che per quanto mi riguarda non sostenevo la necessità di pezzi (o -ttini ini ini) impeccabili. non ho espresso un giudizio sulla poesia, ma sul fatto che l’autore alla prima critica non del tutto favorevole esprima un’opinione di estremo relativismo (tipo: mo me va de fa così) che non rende giustizia né alle sue reali capacità, né alla poesia, secondo me condannata a riproporre sempre un’immagine di ingenuità, immediatezza, emergenza e urgenza del proprio io, lava fuoriuscente dal genio. con questo scherzetto passa sia robaccia ingarbugliata stonata sgrammaticata (eh, il genio! l’inconscio, questo insieme di infiniti bi-logici) sia spontanea che di più non si può, che neanche teresa vispa su l’erbetta.
    non ho capito “da petrarca in giù”: prima di lui niente? dopo di lui le deluge? dalla cintola in giù? cosa?

  30. Mi piace il nucleo del dolore che sento in la poesia di Franco Arminio.
    Il corpo è presente, come mancazza dell’amore, come grido, come lotta per trovare un senso, una pace in assenza.
    Solo la scritura sembra placare l’angoscia di vivere, l’infierno, segno dell’umanità: ” quando siamo in croce”.
    Forse nella preghiera si nasconde una gioa, quella di dare nomi alla poesia, trovare una parola per fratturare la dolore, fare esplodere la furia.

  31. quello che conta per chi scrive
    è solo la furia
    la commozione lo smarrimento

    … e la sintesi, aggiungerei, che non vuol dire togliere ma cogliere l’essenziale.
    o quello che da un particolare ci sembra essere essenziale.

    Ho sempre cercato questo nella poesia, quando la leggo:
    la furia, la commozione, lo smarrimento.
    E la forma, secondo me, viene da sè.
    L’inconscio trova da sè le metafore.

    Mai, mai la poesia come puro esercizio di forma.
    Soprattutto la poesia, che la prosa è aggiustare, ma la poesia no.
    Nasce da una furia espressiva che poi si può anche, forse correggere ma è come rompere il momento magico, il momento di poesia, appunto.

  32. quando scrivo sono padrone e vittima di me, come trascinato da qualcosa di mio ( in fin dei conti sono io che scrivo) che si presenta quando vuole. e quando si presenta non so se dico qualcosa che ha senso compiuto, ma so che dico la verità.
    quando invece scrivo perché voglio scrivere, ormai so come si fa, lo faccio e traccio un sentiero che parte da qui e arriva lì, dove volevo io.
    la scrittura vive di questo e di quello, di maestri del trasporto o di quelli della volontà.
    mi sembra che Arminio ci dica che sta roba che ha scritto, l’ha scritta perché gli è traboccata, gli è venuta fuori con quella proporzione, con quella forma, con quell’estetica. che a me piace, che ad altri non piace.
    la teoria della letteratura, gli aforismi, la cultura, non riusciranno mai a influenzare quel movimento spontaneo che certe parole spostano in ciascuno di noi, in modo diverso in ognuno di noi.
    io amo il talento più che il sapere.

  33. @ GiusCo

    hai sfiorato il centro del problema… solo che il “core” sta non tanto nell’ino ino ino quanto nel circol-etto etto etto
    ottimo il tuo commento sarebbe se non fosse tutto appartenente a quell’etto el-etto
    quel che appare è che sia pure “etto de merd o de citroles” sempre dello stesso etto si tratta ….

    :-)

    Vs. MeretrixBaldraque

  34. NI non esistere
    esistere solo redattori
    redattori pubblicare testi piacere essi solo
    se testi piacere tutti tanto meglio
    se testi non piacere tutti cazzi loro
    effeffe pubblicare testo arminio
    perché lui piacere lui
    allora effeffe postare e mandare rete
    NI non esistere come non esistere colore rosso
    esistere solo chi essere noi
    chi essere noi?
    Gianni Biondillo, Franco Buffoni, Francesco Forlani, Andrea Inglese, Helena Janeczek, Francesca Matteoni, Mattia Paganelli, Domenico Pinto, Orsola Puecher, Andrea Raos, Jan Reister, Massimo Rizzante, Marco Rovelli, Roberto Saviano, Piero Sorrentino, Antonio Sparzani, Chiara Valerio, Maria Luisa Venuta.
    effeffe essere francesco forlani
    arminio detto franco scrivere francesco forlani
    mandare cosa dire questa buona secondo me
    effeffe dire cosa buona secondo me
    cosa pubblicata effeffe su NI
    cosa chiamare poesia
    cosa chiamare prosa
    bella cosa essere bella per effeffe
    effeffe pubblicare

  35. […] quello che conta per chi scrive è solo la furia la commozione lo smarrimento, la vita è vera quando è spezzata quando la testa brucia. dio non c’è quando siamo gentili quando siamo pazienti quando crediamo agli altri quando aspettiamo. dio crede in noi quando siamo in croce quando buttiamo fuori l’inferno che abbiamo dentro quando non misuriamo niente ma vaghiamo fuori dai nostri nidi nell’aria appestata di questo cimitero incapaci di prendere e di dare incapaci di commerciare con il visibile e il mistero via nazioneindiana.com […]

  36. […] quello che conta per chi scrive è solo la furia la commozione lo smarrimento, la vita è vera quando è spezzata quando la testa brucia. dio non c’è quando siamo gentili quando siamo pazienti quando crediamo agli altri quando aspettiamo. dio crede in noi quando siamo in croce quando buttiamo fuori l’inferno che abbiamo dentro quando non misuriamo niente ma vaghiamo fuori dai nostri nidi nell’aria appestata di questo cimitero incapaci di prendere e di dare incapaci di commerciare con il visibile e il mistero via nazioneindiana.com […]

  37. Sottoscrivo prakash, aggiungendo Rimbaud: “Je est un Autre” e “Se l’ottone si sveglia tromba non è colpa sua.”
    @soldato blu
    Ti ringrazio della bibliografia. Ci darò un’occhiata. Ma mi resta il dubbio che tu consideri l’atto di creazione poetica un fenomeno esclusivamente chimico/biologico, e là diventiamo due rette parallele. Quanto al mio dualismo, certo che ce l’ho. Tutti siamo duali, che lo vogliamo o no. E’ la condanna della coscienza. Tu per esempio, proclamandoti monista materialista, prendi le distanze da qaulcos’altro, ti distacchi, ti laceri. Anche il più convinto nichilista dubita, anche il santo più fanatico – sennò che santo sarebbe? Nel dubbio, che spalanca la dualità, sta quella zona in cui s’esercitano il coraggio e la libertà dell’essere umano. Adesso basta però, sennò sembriamo Augias e Mancuso – la qual cosa, spero converrai con me, è alquanto malinconica.

  38. Io a queste sbrodolate non mi sento neanche di prendere parte:non saprei neanche da dove iniziare!

    Scrivo solo una cosa… L’atto della defecazione è fisiologico, ma la merda è frutto di un processo complesso di assimilazione e trasformazione. Ecco, l’atto dello scrivere potrebbe essere simile a quello dell’espellere cacca. Il corpo della poesia. Altrimenti le parole sono solo flautolenze. O urti di vomito.

  39. @ Meretrix: abbia pazienza, il solo circoletto che mi torna a mente e’ il circoletto rosso. E prima che abbia di nuovo a pensar male, le specifico trattarsi di quello di Rino Tommasi. Omaggi.

    @ Lucy: “non ho capito “da petrarca in giù”: prima di lui niente? dopo di lui le deluge? dalla cintola in giù? cosa?” … tradizione petrarchesca che furoreggia qui in NI, nei contributi postati di recente; bellettrismo. Poi lei ha ragione su forma e altre lime… eppero’, proprio a sostegno, citavo la Carol Ann Duffy: Arminio sara’ un mediocre poeta e nessuno ricordera’ questo testo, ma il suo scaracchio ha spesso qualcosa di originale, una voce propria. Di cittadinanza importante in un Paese come l’Italia, nel quale tanta parte di popolazione ancora vive in piccoli centri. Petrarca si e’ fermato ad Avignone.

  40. io non so se chi parla di poesia.non.poesia, nella discussione in un blog, si dia poi pena di leggere gli altri, se ha voglia di capire gli altri

    sembrerebbe che a uno che fa dichiarazione di “monismo materialista”, debba corrispondere una poesia fatta soltanto di flatulenze, di allentamenti fecali del “corpo”

    ma è proprio questo che si vuole negare, correggere l’idea sbagliata che ne hanno i dualisti

    come si vuole negare che la “vera” poesia sia “solo” quella concettuale, quella controllata, quella risolta

    il nodo sta proprio dove Diamante dice che “si spalanca la dualità”

    perché, se una dualità esiste, a questa corrisponde una realtà dove uno dei due corni è quello “culturale” – già dato, già fatto, già consumato – e l’altro è quello, diciamo così, “naturale” dove rimangono nascoste tutte le possibilità altre – non ancora scoperte, non ancora dette

    fare poesia significa, secondo me, prendere posizione, scegliere da che parte stare e contro quale parte agire, negandola

    *

    perché, prima, ho chiesto se si leggono gli altri commenti?
    perché questo mi sembrava chiaro:

    Tu omuncolo peloso
    che sbalzi da acredini e malizie
    in mille e mille rivoli di sterco gesso per gerundi e genitivi
    per posteri

    Tu gargantua peloso
    che scalzi l’ora onesta
    e accendi rami ulivi di inessenze
    sfruttando acumi
    e accumulate spoglie di morti
    mai morti
    aspettando che l’ora torni

    che avesi chiaramente indicato quale fosse, per me, la differerenza tra l'”omunculus” dell’alchimia e l’ossessivo raccoglitore di citazioni, lasciando intendere, poi, come questo confronto si dovesse muovere

    in questo sta anche un’altra risposta a Diamante, oltre il “monismo”:

    il “nichilsmo”

    poiché non ho alcun timore di usare parole che, quasi per tutti, significano cose che non mi appartengono, le utilizzerò perché mi aiutino a fare chiarezza sull’aspetto fenomenologico di un certo modo di far poesia, dal momento che “ispirazione” è diventata una parola oscena:

    “il fenomeno-limite del nichilismo mistico, della distruzione di ogni autorità in nome dell’esperienza mistica o della stessa illuminazione.
    Il mistico nichilista sembra il più libero, colui che è più fedele alla proprio ispirazione, si sarebbe tentati di dire; e infatti, poiché ha realizzato, nell’esperienza mistica, quella demolizione di ogni forma che gli appare come il supremo valore ora effettua anche tale demolizione in rapporto al mondo esterno, e cioè anzitutto la demolizione dei valori e dell’autorità che garantisce la validità dei valori.”

    Gershom Scholem, La kabbala e il suo simbolismo, Einaudi 1980, pag. 37.

  41. Ma siete proprio sicuri che la poesia in questione , con tutti i suoi limiti, non abbia una sua struttura “efficace” ( e dunque comunicativa?)….
    Su ragazzi, “applichiamoci di più”!

  42. @gianni biondillo
    NO, fai bene. anzi benissimo.

    @franco arminio

    Dio è con noi
    di
    Franco Arminio (riattraversato da salvatore d’angelo)

    quello che conta per chi scrive
    è solo la furia
    la commozione lo smarrimento,
    la vita è vera quando è spezzata
    quando la testa brucia.
    dio non c’è
    quando siamo gentili
    quando siamo pazienti
    quando crediamo agli altri
    ( e non siamo dolenti).
    dio crede in noi
    quando siamo in croce
    quando buttiamo fuori l’inferno
    che abbiamo dentro
    quando non misuriamo niente
    ma – fuori dai nidi – vaghiamo
    nell’aria appestata di questo cimitero
    incapaci di prendere e di dare
    incapaci di commerciare
    con il visibile e il mistero

    ….giusto per dare più equilibrio al metro interno, al ritmo ancipite stemperato dalla sorta di quartina finale a schema a-b-b-a.
    Ma , stante l’incipit del tuo componimento, di certo non sarai d’accordo, com’è giusto che sia.

  43. franco ha il coraggio di mostrarsi nudo con tutte le imperfezioni del caso. pensa che il tempo è quasi scaduto e scrive come se dovesse morire subito. così lascia il materiale grezzo, come l’incompiuto voluto.

    non permetto a nessuno di parlare di “scaracchi”; credo sia diamante; si sciacqui la bocca prima di parlare così di franco arminio.

  44. ho scritto nella mia vita almeno cinquemila poesie, ho scritto versi a oltranza, con puntiglio e cura.
    adesso la faccenda sta come la dice franz
    è una faccenda mia e alcuni sta anche bene.
    recentemente su repubblica saviano mi definiva uno dei più importanti poeti del paese. mi ha hatto piacere perché in poesia non pubblico libri da tanti anni e quando l’ho fatto erano editori minuscoli.

  45. Volete un franco arminio più sulfureo, più fisiologico, un po’ cecco angiolieri? E io ve lo dò

    la fabbrica

    pensavo che la fabbrica della merda

    fosse l’intestino.

    la fabbrica della merda è la politica.

    e su questa merda

    pure se già secca

    vecchi mosconi e moscerini

    fanno a gara a chi più lecca.

    franco arminio

    lo trovate su “comunità provvisoria…paesi paesaggi paesologia…”

  46. A proposito del post “Tomada, un attraversamento” , un po’ più su

    @francesco tomada

    anch’io sono un estimatore di arminio. Tuttavia, come gli ho detto anche privatamente, una maggiore attenzione al “respiro interno” della sua poesia (metro, ritmo) non sarebbe male, perche la sua, proprio per la semplicità, ha una grazia e forza che lo avvicina ai lirici greci antichi (mito e proporzioni a parte), e ciò rende a mio avviso,la sua poesia “uno splendido anacronismo”, nel senso letterale e nobile del termine. Ma so già che -adesso- lui non è d’accordo, com’è giusto che sia. Infatti io trovo queste tue poesie assai vicine a quelle di arminio, ma a primo acchito v’ho trovato un maggiore equilibrio nel metro e nel ritmo. Senza voler con questo fare alcuna classifica, ché le classifiche, si sa, lasciano il tempo che trovano.
    E poi io so perchè arminio ora pone l’accento più su “quello che conta per chi scrive
    è solo la furia
    la commozione lo smarrimento”…

  47. @ krauspenhaar
    Non ho mai parlato di “scaracchi” a proposito di Franco Arminio: come ti permetti di tapparmi la bocca senza nemmeno prenderti la briga di controllare quello che ho detto? E come puoi, di grazia, impedire qualcosa a chicchessia?
    @soldato blu
    Ok, tu non sei Augias e io non sono Mancuso. Parliamo di poesia, però: non è vero che esista una necessaria distinzione fra poesia “naturale” e poesia “culturale”; esistono poeti coltissimi che sembrano – anzi sono – naturalissimi. Un esempio su tutti? Baudelaire. Si è sporcato le mani, ma di bagliore; o se vogliamo si è illuminato di sterchi vari. Ma pure Campana, per dire un irregolare purissimo, conosceva a menadito tantissima poesia importante. Quanto al labor limae, è necessario: la parola va cercata in fondo al pozzo, quando l’ispirazione ha fornito il suo lampo autre, la sua traccia, terminando così il proprio compito. Il resto è montaliano smeriglio, da seguire al buio, armati di terribile pazienza.

  48. molti poeti italiani sono morti a furia di limarsi le unghie….
    secondo me oggi è proprio fuori luogo il vezzo e il merletto intorno ai versi.

  49. Il muratore
    dispose
    i mattoni.
    Mescolò la calce, lavorò
    con la sabbia.
    Senza fretta, senza parole,
    fece i suoi movimenti
    erigendo la scala …
    Lento andava e veniva,
    e dalla sua mano
    il muro
    cresceva.

    Pablo Neruda

    non so se ha superato le 5000 …. ma era Neruda.

  50. A me Neruda un n’è mai piaciuto anche se gli era Neruda. Preferisco Arminio, ora e non rihordo se in trentasei o trentasette poesie delle cinquemila che gli ha homposto. O cahao, sehondo gli Annihiliani i punti di vista.

    Più che commovessi lui, e gli avrebbe da commovere quegli artri, sehondo me, i’ poeta. E più che smarrissi lui, e gli avrebbe da dire quarche hosa agli smarriti. Poi fate voi. A me un n’interessa convincere quarcuno di quarche hosa e ognuno e fa un pohino come gli pare, questo gli è sottinteso: e un c’è da pigliassela in maniera esagerata, e un siamo miha all’asilo. E siamo a i’ mondo, e si more, bambini, e gli è primavera, alle cascine.

  51. Mi pare che non tutti, in questa discussione, miriamo allo stesso punto.

    Infatti, non si tratta tanto della “forma” con cui la poesia si presenta una volta che ha preso corpo, ma della sostanza di cui si è nutrita e che ne condiziona anche gli aspetti formali.

    Francesco Tomada, un poeta che, per gli aspetti formali e di contenuto, non potrebbe apparire meno vicino ad Arminio, in alcune risposte nel post a lui dedicato da Domenico Pinto – in cui vengono presentate sue poesie scelte da Francesco Marotta, dichiara:

    “sono in origine scritte per essere scritte, prima che per essere lette.”

    Poi esprimere poi tutta la sua stima per Arminio:

    “Salvatore: anche io trovo questa grazia e forza in Arminio, sono d’accordo con te. Non so, lo ammetto, quanti e quali testi siano stati pubblicati qui. Di recente ne ho letti diversi sul blog di Francesco Marotta, e lì secondo me il “respiro interno” di cui parli era raggiunto pienamente. Mi piace poi che Arminio non parli di poesia in senso stretto, ma pieghi la forma alla necessità, e poi spetti agli altri, se vogliono, classificarla. Io penso che la forma si costruisca attorno alla scrittura – e dico scrittura, non poesia; riuscire poi a riempirla in modo che calzi è un discorso molto più difficile, ma qui parlo di me e non di Arminio”.

    Mi pare che “respiro interno” sia locuzione di Salvatore D’Angelo. Semplice, ma difficile delimitarne un un significato preciso.

    Pare si tratti di una specie di interfaccia concettuale che vorrebbe indicare, da una parte, la disposizione del poeta al momento della creazione, e dall’altra, il fatto che questa venga colta, poi, nella lettura.

    Ma senza che, materialmente, faccia parte del testo – l’”aura”, insomma, come dicono alcuni – e che non viene, “percepita” – difficile formulare proposizioni verificabili su queste sensazioni date – ma comunque “sentita”.

    XEROX COPPIA

    Una fotocopiatrice (lattea)
    si è innamorata di me
    e io di lei

    l’amore lo facciamo a strappi
    , a ogni luce
    scambiandoci le parti

    e senza gestazione
    partoriamo assieme

    : un foglio

    Giovanni Cossu, I tabù dell’incerto, Cesati editore 1985.

  52. chiedo scusa a diamante: devo aver davvero preso lucciole per lanterne. sarà la simpatia che gli porto, non so… però ho controllato, di scaracchi qualcuno ha scritto, e ora non lo si legge più. meglio così. se ho avuto una visione sono contento, se invece il redattore del pezzo ha censurato amen.

  53. Franz, il post sullo scaracchio c’è sempre, nel caso in cui non lo avessi visto, è di Giusco. Metto sotto te:

    #
    GiusCo
    Pubblicato 4 Maggio 2009 alle 00:54 | Permalink

    @ Meretrix: abbia pazienza, il solo circoletto che mi torna a mente e’ il circoletto rosso. E prima che abbia di nuovo a pensar male, le specifico trattarsi di quello di Rino Tommasi. Omaggi.

    @ Lucy: “non ho capito “da petrarca in giù”: prima di lui niente? dopo di lui le deluge? dalla cintola in giù? cosa?” … tradizione petrarchesca che furoreggia qui in NI, nei contributi postati di recente; bellettrismo. Poi lei ha ragione su forma e altre lime… eppero’, proprio a sostegno, citavo la Carol Ann Duffy: Arminio sara’ un mediocre poeta e nessuno ricordera’ questo testo, ma il suo scaracchio ha spesso qualcosa di originale, una voce propria. Di cittadinanza importante in un Paese come l’Italia, nel quale tanta parte di popolazione ancora vive in piccoli centri. Petrarca si e’ fermato ad Avignone.

  54. @soldato blu

    il senso del “respiro interno”, ho cercato di esprimerlo plasticamente nel mio commento delle 13.29 del 4.5.2009, dove “riattraversavo” la poesia di franco arminio con delle “leggere varianti” di “forma”. Se confronti il testo originale e la variante da me proposta, la cosa appare chiara: insomma, non volevo fare un’altra tirata sugli accenti , a danno della bellezza e semplicità del testo, così come si presentava (che ha comunque una sua struttura “interna”). Coglievo il ritmo “ancipite” (vale a dire fatto dell’ambiguità degli accenti sulle parole, a volte brevi a volte lunghi, e a volte “indistinguibili” (ecco quell'”ancipite”): il che è caratteristica della poesia di arminio, almeno per quella che ho fin qui conosciuto, un tratto caratteristico del suo stile, costruito sull’immediatezza e semplicità della “scrittura” (in questo son d’accordo con Tomada), ed è nell’immediatezza e nel magma di quella scrittura che sta la sua forza , denotata da un tratto di stile immediatamente riconoscibile in arminio, che è quello di avere sempre una “coda ritmata” da una rima, intrecciata e/ o baciata. Ne segue che il “respiro” della poesia di arminio è “ancipite” perchè dato da una costruzione , nel corpo del testo, di un passo fatto di “accenti” lunghi/brevi/brevi o brevi/brevi/lunghi che, alla prova della lettrura, gli danno quel ritmo caratteristico , che avvicina la sua poesia ai frammenti della lirica greca antica. Nel brano proposto, semplicemente rilevavo un “allungamento del metro nella parte centrale, a danno di una maggiore “fluidità” del ritmo, senza nulla togliere all’equilibrio contenuto/forma. Ecco perchè mi sono permesso di “riattraversarlo”. E’ operazione arbitraria, lo so. Ma l’ho dato per scontato e l’ho precisato. L’ho fatto perchè so che Arminio accetta questo tipo di contributo. Poi è chiaro che ciò che vale, in definitiva, è la sua scelta.
    Certo che Tomada e Arminio sono diversi. Ma se li rileggi alla luce di quanto ho (forse confusamente) cercato di dire, vedrai che hanno “molta forma” in comune. E, leggendo i testi di Tomada, accanto a quello proposto da Arminio, nel primo mi ha colpito questa maggiore attenzione alla forma interna (il metro dato dalla misura degli accenti, non dalla rima, naturalmente). Tutto qua.
    Viva Arminio e Viva Tomada ( e Francesco Marotta che ce l’ha proposto e che se ne intende).

  55. Questione fuori tema, dal principio, mi chiedo che dolce rappesenta l’immagine? ha un nome. C’è una ricetta.

  56. cerco la linea retta,
    non cerco diversivi e belletti.
    molta poesia mi pare inutilmente incipriata e contorta.

  57. @ Salvatore D’Angelo

    abbia letto o no il tuo intervento precedente – più no che sì – niente avevo capito della tua espressione “respiro interno”, e così, come capita nell’ignoranza, l’avevo riferita a ciò che era nella mia testa.
    Perciò ti ringrazio, davvero, per i chiarimenti.

    Ma ora, tu e Arminio, mi mettete nuovamente in difficoltà con “linea retta”.

    E’ qualcosa che riguarda l'”oggetto”, la forma compiuta, o tenta di descrivere anche l’atto creativo, in statu nascenti?

    Perché non vorrei intervenire, ancora una volta, fuori da ciò che si sta discutendo

    Sin dall’inizio mi aveva incuriosito l’espressione di Arminio “letteratura fisiologica”.

    E poichè si trattava, in qualche modo di poesia, la prima cosa che mi era venuta in mente è la poesia arcaica, in cui il ritmo e la lunghezza stessa del verso sono determinati da respiro, dal canto – come d’altronde chiunque può ancora constatare che avvenga, se gli capita di assistere, in qualche festa paesana, in Sardegna, all’esibizione di “cantadores”.

    Diverso ancora, e proprio nella struttura, il caso del ditirambo, che presupponeva, almeno alle origini, in qualche modo, una “fisiologia alterata”.

    Quindi, domanda finale, nella poesia contemporanea, possiamo dire che ci sono poeti, o momenti nella vita di un poeta, in cui il ritmo, la forma, di una poesia, non vengono scelti in modo petrarchesco, a freddo, ma si presentano spontaneamente, quasi necessariamente, in quanto parte dell’esigenza espressiva emozionale, quindi del corpo, quindi fisiologica, come lo stesso contenuto?

    Certo, poi, ognuno decide di “aguinchiare e cimare” come vuole, ma il modo in cui il fatto ha avuto origine resta.

    Per finire: mi pare si possa indicare come esempio la differenza tra pittura e scultura.

    In pittura colori e tela bianca, senza alcun vincolo particolare. In scultura, per quanto amorfo sia il marmo o quan’altro, sei vincolato, dalla forma, dalla durezza, dalla grana, dalle imperfezioni ecc. ecc.

    Poeti pittori e poeti scultori?

  58. i pittori aggiungono e gli scultori sottraggono
    questa differenza mi ha sempre affascinata

  59. si scrive perché qualcuno ci butta via di casa
    e ogni volta cerchiamo di tornare.
    parlo della scrittura necessaria, della poesia….

  60. @soldato blu
    Per me “linea retta” è riferibile all'”oggetto nella sua forma compiuta” (e dunque alla leggera opera di cesello, nel caso di “quella” poesia di Arminio)
    Per come conosco arminio – e per quello che lui precisa- “linea retta” per lui è riferibile “all’atto creativo in statu nascenti”, per stare alle tue parole.
    Diceva Marx che “la forma è il contenuto”. E io sono d’accordo con lui. Ma, data questa affermazione, siamo proprio sicuri che poi ci sia tanta differenza tra le due sfumature ? (quella che io suppongo arminiana e quella da me proposta?)
    Quanto alla tua domanda finale “nella poesia contemporanea, possiamo dire che ci sono poeti, o momenti nella vita di un poeta, in cui il ritmo, la forma, di una poesia, non vengono scelti in modo petrarchesco, a freddo, ma si presentano spontaneamente, quasi necessariamente, in quanto parte dell’esigenza espressiva emozionale, quindi del corpo, quindi fisiologica, come lo stesso contenuto?”
    Secondo me sì, possiamo dirlo. Per me arminio, per come l’ho letto, appartiene a questo secondo “lotto”, con un dono in più che “ritmo e forma” li ha incorporati già in quella “necessità espressiva, fisiologica”. Io, pero, aggiungo che ciò non basta: il diamante, infatti, per splendere, va “sgrezzato”. Ed è quello che ci ha insegnato Petrarca, che ha lavorato “ex post” di cesello, su una materia “incandescente” (e mi riferisco al “Canzoniere”, dal quale, come si sa, lui non si aspettava gran che, vittima del “pregiudizio culturale” e degli “stilemi retorici” del suo tempo. Se leggiamo ORA i “Trionfi” o “L’Africa”, c’è da svenire…. Quanto al Canzoniere, certo, anche lì, ogni tanto, torna il “vezzo culturale” e non è tutt’oro : L’ho riletto di recente, con interesse e commozione (perchè sono uno studioso “dilettante” del sonetto come “forma” della poesia), e sono rimasto strabiliato dal fatto che dopo settecento e passa anni, molte di quelle poesie hanno una forza e una attualità straordinarie…
    E dulcis in fundo, Petrarca forse poeta “scultore”, Arminio (l’accostamento è puramente casuale, nessuno se ne adonti) poeta “pittore” di “splendidi scaracchi” (caro Franz, in fondo Giusco non aveva usato la parola colorita in senso spregiativo nei confronti di arminio… il guaio è che in rete si va veloci…).
    Comunque, meglio le nostre “polemiche” che l’inverecondo spettacolo del Cartaro in TV!… Come dire, il narcisismo spudorato all’ennesima potenza.

  61. non so scrivere e non ho alcuno strumento o capacità di critica o comprensione appropriata, ma anche se alla prima lettura non mi son trovata in accordo con nulla di quello che franco arminio diceva ho sentito e visto e entrare in me un mondo, e torno delle volte a leggerla, continuando ad essere in disaccordo eppure torno a leggerla e anche senza rileggerla in qualche modo mi suona dentro.

  62. Ancora una volta, grazie a Salvatore per i chiarimenti.

    Ma vorrei chiarire che io non sono “antipetrarca”. L’ho letto, a lungo, per anni. Lo abbiamo – assieme a un gruppo di amici – musicato, cantato.

    Quello che voglio capire sono i modi diversi di “fare poesia” e come tra poeti, apparentemente lontanissimi – Arminio e Tomada p. es. – ci possa invece essere un base comune del sentire e del fare.

    Se è comune, è oggettivabile. E quindi, a quel punto, ci si può chiedere: cos’è? com’è? come funziona?

    Un po’ come una via archetipica alla poesia, come Schneider ha fatto per la musica. Se ci si ferma alla forma, scusate il bisticcio voluto, si rischia di non andare abbastanza a fondo.

  63. d’angelo è ammirevole.
    se in italia ci fosse più gente come lui poesia avrebbe molto più rispetto.
    ma l’italia ormai è finita
    e vedere il pagliaccio ieri sera per due minuti in televisione mi è sembrato di vedere un esercizio di estrema unzione.

  64. @lucia cossu
    …e infatti cara lucia, si può (e talvolta si deve) essere in disaccordo con quello che dice arminio, ma è il COME lo sente ( e dice) che cattura…semnplicemente perchè è un poeta.
    @ soldato blu
    “Quello che voglio capire sono i modi diversi di “fare poesia” e come tra poeti, apparentemente lontanissimi – Arminio e Tomada p. es. – ci possa invece essere un base comune del sentire e del fare.

    Se è comune, è oggettivabile. E quindi, a quel punto, ci si può chiedere: cos’è? com’è? come funziona?”

    Esatto, caro soldato. E’ proprio così..e queste sono le domande che anch’io mi pongo e a cui da “dilettante” (nel senso che trovo “diletto” a pormele e a praticare i sentieri della poesia, non per mestiere, ma perchè essa mi nutre e mi parla) provo ad “oggettivare” gli elementi di “comunanza”. E mi andrebbe proprio di farlo, questo “lavoro” tra tomada e arminio, a proposito di “comunanza” di “forme” – e la forma E’ sostanza-, al di là della crosta dei significati/ significanti dei loro rispettivi temi o della loro poetica. Ma gli è che se ci provo, in questa sede, per la sua velocità ed effimerità, si corre il rischio di essere fraintesi o di “ammannire” lezioncine. E l’ultima cosa che voglio è passare per “professore”. Come Lucia, dico che, quando una poesia ci “tocca”, essa mette in moto dei processi che non sono solo “emotivi”, ma anche “associativi” in quella parte del cervello ove sono stivate le conoscenze razionali relative a quelle “forme specifiche di espressione” . E questo, secondo me, ha a che vedere con un altro dato della creatività: la “fecondità”. Quando un testo è fecondo, attiva facilmente quei “recettori associativi”.
    Infatti, lo so che non sei antipetrarca; non mi riferivo a te, ma a quella tendenza generale agli “schieramenti”. Che vanno , anzi DEVONO andar bene in politica. Più complesso è farlo con l’arte e la letteratura in genere. Terreni privilegiati per gli incontri e gli ibridamenti. Qui ciò che stona sono gli eccessi. E dunque l’eccessivo “formalismo” o, viceversa, il suo contrario, l’eccessivo “contenutismo”. O l’ideologismo circa l’uno o l’altro. Per capirsi, prendi FT Marinetti. Come teorico del futurismo, lo si legge con un certo interesse. Ma come “creatore di poesia” futurista.a leggerlo ora, a me suona patetico, insulso.
    Ma basta così, sento la “dolce ala” …del luogo comune appressarsi sul mio capo.
    Beh, ti lascio con un’ultimissima “linea retta” di arminio (troppo buono nei miei confronti)

    non c´è via d´uscita
    da nessuna parte.
    il reale è un muro di cemento
    l´irreale è un muro di piombo.
    così è adesso
    nella prigione del mondo.

    (Franco Arminio.)

  65. @arminio
    Anch’io detesto la poesia infiorettata, di cui purtroppo oggi la nostra letteratura pullula. E credo, con Eliot, che ogni vera poesia debba cambiare il mondo. A tal punto diffido dell’artificio che persino Baudelaire, alle volte, mi sembra “troppo artista”, come lo accusò Rimbaud. Ma la forma è essenziale in poesia; è la forma che distingue la poesia da una qualsiasi intuizione, per quanto profonda possa essere. Anzi dirò di più: una qualsiasi profonda intuizione, se non è espressa in una forma adeguata (che sia lirica, aforisma, saggio ecc), non raggiunge davvero l’animo dei fruitori, ed è un’intuizione almeno in parte sprecata – ovvero un danno arrecato all’umanità.

  66. Un diamante è un diamante è un diamante è un diamante…
    E bravo(a) Diamante! E anzi, aggiungo questa sentenza: una poesia brutta porta sfortuna.

  67. prendete questo verso che ho scritto ieri:

    DENTRO IL CANILE DEL MIO CUORE…..

    vi piace?

  68. non è Montale ma non è male

    “dentro il canile del mio cuore”

    dentro il guaire del mio cuore

    me ne sto nel guaire del cuore

    canile – cuore

    muscolo-battito-vita-/reclusa-offesa-negata

    guaire

    recinto

    chiuso

    desolazione/affollamento

    abbandono

    ogni parola ne tira un’altra

    per questo ogni parola ha la sua importanza (evocativa) … soprattutto in poesia.

    @Anna…. braccio mi ha fatto pensare ad “ombrello” … ;-)
    quien sabe el porque!?!

  69. Posso essere d’accordo con Diamante su alcune cose, ma non certo su ciò che afferma Eliot. Ognuno ha i suoi santi:

    “La poesia è un abbraccio carnale, un corpo di parole, che non promette di cambiare il mondo. Non trasforma neppure i poeti. Intreccia corone di desideri. Sfide impossibili. Genera ancora parole. Eppure in questo abbraccio, nel cuore della dimenticanza, i fiori si schiudono.”

    ANTONIO PRETE, Il demone dell’analogia. Da Leopardi a Valéry: studi di poetica. Feltrinelli 1986.

  70. Natalia, no! Pensa che ho cercato apposta una parola che fosse fisica ma neutrale, che non avesse nessuna sfumatura irridente…

  71. @ diamante
    sono d’accordo con te , la scelta delle parole,la loro “composizione”,quella che non è un vuoto infiocchettato,fa la differenza e permette ad una poesia di giungere al cuore e alla mente delle persone,di andare oltre il tempo,di far provare un’emozione.
    A volte capita di avere intuizioni anche profonde,ma al momento di dare loro corpo con le parole la banalità della forma imbruttisce l’intuizione e ne distrugge anche la profondità.
    @ arminio
    mi piace il tuo verso ,evoca un’immagine triste ed angosciante di libertà repressa….e poi che è successo nel tuo cuore?
    @lambertibocconi
    prendi la parola TELA prodotta dalla mia mente oggi….

  72. @ Natàlia

    pensare “ombrello” quando si sente “braccio”, in questo caso, si può affermare – poiché l’ha scritto lambertibocconi che subito prima aveva scritto “brutta porta sfortuna” – che l’associazione avvenga attraverso
    la figura del “menagramo”.

    Che porta sfortuna ed è rappresentato da un uomo brutto, vestito di nero, con l’ombrello chiuso appeso al braccio.

    Ma si può intravedere, in trasparenza, anche il gesto apotropaico
    detto “manichetto” [Varchi] con cui, appoggiando la mano sinistra nel posto in cui il menagramo tiene l’ombrello, si rispedisce al mittente l’augurio di brutto tempo attribuito al desiderio di quello.

  73. ma sai, Soldato, in vero la tua spiegazione è affascinante quanto il tuo dire, ma l’immagine è molto più semplice di quanto ti sia dato da fare a spiegare…

  74. …E TUTTI SCAPPARONO PER LA.. ..TANGENTE, come me, che son scappato in Tangenziale ( e qui a Napoli, v’assicuro non è uno scherzo, specie a certe ore!).
    Ragazzi prendiamo tempo! Raccogliamo l’invito del Soldato e…proviamo a SPIEGARCI, non a parlarci addosso, magari sapendo che nessuno “detta la linea”, ma che comunque, dato un testo, così come ci viene presentato, che lo si apprezzi o meno, esso è comunque il frutto di una FORMA, la quale è contenuto e FOGGIA, la quale “foggia”, a sua volta, si può presentare in vario modo (vedesi il track back sotto…quella è “una ” foggia, esterna, un ELEMENTO della forma. Poi – altro elemento della forma- c’è il RITMO, che è dato dal’accostamento delle parole, dai suoni, che si formano (ritmo e suoni) dalla QUANTITA’ delle BATTUTE (cioè gli accenti, che sono lunghi , brevi e/o l’uno e l’altro. La loro COMPOSIZIONE generale CREA il ritmo proprio del componimento. (il respiro interno) Poi ci sono ( o meno) le rime, di varia fattura, intrecciate, baciate, alternate, allitteranti eccetera. Tutto questo forma il corpo, la STRUTTURA, del testo. E comunque tutto ciò non basta,perchè questo scheletro ha una sua polpa (IL CONTENUTO), il significante , il significato eccetera eccetera….insomma ci siamo intesi.
    Se tutto questo, SEMPLICE o COMPLESSO che sia o altrimenti presentato, ATTRAVERSA la sensibilità di chi legge (l’altro polo), allora si accende tutto: significante, significato,comunicazione.
    A questo punto occorrerebbe “analizzare” l’altra polarità, cioè il “recettore” , il “pubblico leggente ( e non pagante). E qui, lo capite da soli, il discorso s’allunga e si complica. E non è cosa. A me mi ( lo so che non si dice “a me mi”) viene in mente, tanto per chiudere, che all’epoca del primo teatro latino antico, il pubblico (pagante) aveva il diritto di portarsi da case i “sediles” (le segge, le sedie), perchè se lo spettacolo non gli piaceva, le poteva scassare in testa agli attori e all’autore. E meno male che siamo su NI , e siamo pubblico non pagante… sennò , povero arminio ! o chi ci capita!. Però, certe volte, paganti o meno, le sedie volano lo stesso, ci avete fatto caso?

  75. @soldato blu
    Eliot mi piace poco, però concordo con lui: la poesia vera è per me un atto d’insurrezione, e in quanto tale trasforma il mondo; e lo trasforma perchè trasforma le coscienze (se non vogliamo parlare di anime) di chi la legge e se ne fa leggere. Siamo, infatti, cera docile nelle mani dei grandi creatori, i quali ci modellano in profondità, più di quanto riusciamo a renderci conto. Dirò di più: siamo intrisi di Dante, Shakespeare, Dostoevskij e Kafka ecc. ecc. anche se non li conosciamo e non li abbiamo mai letti. Non significa, questo, trasfomare il mondo? Fra l’altro anche Prete, alla fine, afferma che i fiori si schiudono. E con essi, interi mondi.
    @natalia castaldi, meretrixbaldraque e anna (che non ho capito se sia meretrixbaldraque o un’altra persona): grazie per l’apprezzamento.
    A presto.

  76. Non sono meretrixbaldraque, ma zero proprio Diamond! A me piace firmarmi “vera”, sono Lamberti-Bocconi. Ciao. Anna
    (La vera poesia è rivoluzionaria dentro, basti pensare che appena va su una dittatura, vengono fatti fuori i poeti e i cantori).

  77. @ Diamante

    chissà perchè con te mi va di fare il diplomatico.

    Diciamo così: la poesia ci aiuta a non essere trasformati dal mondo.

  78. dalle mie parti fanno un dolce buonissimo, si chiama “diplomatico”, è composto da tre strati di sfoglia e tre diversi strati di creme: gialla (ovvero quella che si fa con l’uovo), nera (cioccolato) e bianca (vanigliata) … a dire il vero preferisco il classico cannolo alla ricotta, ma il diplomatico pare abbia molti estimatori e dia la “pace” alla fine di molti lugulliosi pasti.

    tanto per dire… si sa! … ha da passà a nuttata!

  79. i poeti fanno fuori i poeti
    Nerone, Mussolini, Stalin…

    “Brucia la città come un grano d’incenso,/
    in quel fumo pure la nostra coscienza serpeggia.”
    scriveva Radovan, Karadzic ( poesia Sarajevo)

    effeffe

  80. cara verò
    si tratta di un dolce molisano
    Ostie ripiene – ostia rechiena
    per la dolce preghiera

    effeffe

  81. questa di farminio me la sono scritta sul mio quadernino delle parole essenziali
    se d’improvviso una sera
    pure in questa lieve e perenne
    insofferenza ci guardassimo negli occhi
    e negli occhi si trovassero le mani fuggendo
    dentro vicoli e cortili fino a un bacio breve
    o lungo avremmo fatto un buon uso
    un uso semplice e profondo
    di noi e del mondo
    un vero “atto” d’insurrezione.
    molti baci
    la funambola

  82. forse ho scritto una cinquantina di belle poesie, ma andare a pescarle tra le cinquemila è un’impresa

  83. grazie funambola. Se uno ha scritto non casualmente delle belle cose, credo, bizzarramente e in qualche modo si ritrovino anche in quelle meno compiute e forse per quello anche ugualmente compiute.

  84. anche molte ma molte più di 50 , Arminio, a volte è difficile capirsi anche se si parla la stessa lingua.

    Sono le esasperazioni in ogni senso ad inficiare la comunicazione di cose semplici come le parole della tua poesia, è il voler scavare e scovare a tutti i costi sensazionalismi che danneggia la poesia.

    Quando leggo una bella poesia, provo gioia interna, è un attimo di pace o di elevazione che non dipende certo dallo sfoggio di virtuosismi metrici o enjambements o rime … ma dal suono semplice delle parole che tirano fuori ad una ad una una fotografia, un intero pensiero, un’immagine, un tormento … non attaccherei mai la poesia per partito preso né altrettanto la difenderei per partito preso.

    “la poesia è la magia dell’incontro” queste parole di recente me le ha detto una persona per me “grande” e le ritengo estremamente vere.

    Una poesia “brutta” scherzando si è detto, “poesia brutta” un ossimero di per sé

    la poesia è espressione vitale vecchia come l’uomo, da rispettare e coltivare e amare, da non offendere, da non frustrare, da non ridurre a proprio gioco di potere.

    probabilmente verrò presa per scema, ma poco, davvero poco mi importa, come mi dico sempre “non ho nulla da perdere”, non ho che un blog e la mia passione.

  85. Natalia, sottoscrivo tutto.
    E Arminio ha scritto molte poesie belle, certamente più di 50…

    Francesco t.

  86. E’ evidente come effeffe abbia contribuito, scegliendo l’ambiguo titolo del post: “Una dolce preghiera” – e rafforzandolo, poi, con la scelta dell'”ostia rechiena” come illustrazione – a letteralizzare il titolo dato da Arminio alla sua magnifica poesia: “Dio è con noi”.

    In un luogo d’incontro come Nazione Indiana – al contrario di altri blog in cui certe parole paiono attardarsi in una connessione “necessaria” con la “tradizione” più vieta, e in cui sembrerebbe necessario, per sentirsi a casa, indossare abiti acconci – pare necessario spogliarsi.
    E spogliare conseguentemente le parole dei loro vecchi abiti.

    Io non ho avuto nessuna remora a utilizzare in questo trhead parole come “santi” o “misticismo”, sicuro che a nessuno sarebbe mai venuto in mente di pensare a Padre Pio o a Santa Teresa.

    L’appropriazione della religione, col suo linguaggio, di terreni di esperienza del tutto laici, e che apparvero così, semplicemente umani, sin dalle origini, seppure mediati da nomi di figure mitiche che però niente di “religioso” avevano – nemmeno la parola per definirli tali – ci impedisce oggi, è questa la mia convinzione, di portare la discussione che si è svolta a partire dalla poesia di Arminio, fino alla sua naturale conclusione.
    Lasciando a ognuno di noi, solo ognuno, di completarne il tragitto.

    Proibita la comunicazione, per non incappare nel “blasfemo”: tale è infatti l’ultimo tratto, necessario, nella strada che porta a noi stessi.

    Se ognuno ha i suoi santi, i suoi padri, infatti, non c’è però nessuna ortodossia.

    Chiunque è libero di costruire da sé la propria patristica:

    “L’essenza del poetico, per i poeti, è il movimento verso il *dire*: dallo stupore al nome, dal silenzio al ritmo, dall’inerzia della parola alla passione della parola. In questo movimento la lingua fa esperienza del suo limite: ma è su questo confine che essa dà un ritmo alle iridiscenze del non vissuto e dell’impossibile. E il senso – le sue ferite e le sue vanità – è portato in quell’oltre, privo di protezione e di sapere, dove la parola è sogno di una musica.”

    ANTONIO PRETE, op. cit.

  87. (Arminio)
    “l’italia ormai è finita”.

    I’ pessimismo provinciale (non-hosmico) dell’Arminio.

  88. “L’essenza del poetico, per i poeti, è il movimento verso il *dire*: dallo stupore al nome, dal silenzio al ritmo, dall’inerzia della parola alla passione della parola. In questo movimento la lingua fa esperienza del suo limite: ma è su questo confine che essa dà un ritmo alle iridiscenze del non vissuto e dell’impossibile. E il senso – le sue ferite e le sue vanità – è portato in quell’oltre, privo di protezione e di sapere, dove la parola è sogno di una musica.”

    ANTONIO PRETE

    Appunto!!!!!!

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francesco forlani
francesco forlani
Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017