La coazione a godere – Su “Leggere Lacan” di Slavoj Žižek

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di Isabella Mattazzi
« Le Roi est mort, Vive le Roi ! » Ogni morte, si sa, comprende già in sé la propria rinascita. A fare da spoglia regale, in questo caso, sembra essere oggi il corpo ingombrante di uno dei saperi più rivoluzionari del secolo appena passato: la psicoanalisi. Condannata a morte, data per persa dal nuovo modello cognitivista-neurobiologico della mente umana e dallo strapotere contemporaneo della “pillola” sulla parola. Risorta (o meglio, mai deceduta), attualissima e persino chiaroveggente per Slavoj Žižek, che in Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo, pubblicato da Bollati Boringhieri con la bella prefazione di Mauro Carbone, dichiara ancora una volta il suo amore assoluto per il pensiero psicoanalitico, riuscendo nell’intento quasi miracoloso di rendere immediatamente comprensibili la voce e il pensiero di Jacques Lacan e di portarli a noi in uno stato di grazia dei più singolari.
Ma qual è il tipo di sapere specialistico che secondo Žižek è oggi tutt’altro che morto? Chi è questo Lacan diventato improvvisamente nostro fratello, comune amico, imprevisto spettatore di Alien o di Eyes Wide Shut? Certamente non il Lacan della pratica clinica, e neppure lo psicoanalista dello studio di rue de Lille n. 5. Piuttosto invece il Lacan “filosofo”. Il Lacan lettore di Husserl, Heidegger e Kojève. Il teorico nell’atto di intessere e far brillare i fili più disparati del pensiero a lui contemporaneo, dall’antropologia strutturalista, alla teoria matematica degli insiemi, agli studi linguistici saussuriani. Per Lacan-Žižek, “la psicoanalisi non consiste in una teoria e in una tecnica volte a curare i disturbi psichici, ma in una teoria e in una pratica che pone l’individuo a confronto con gli aspetti più profondi dell’esistenza umana”. Tolta di mezzo quindi ogni preoccupazione di carattere strettamente clinico (che pure ha un peso, e non da poco, nella pratica lacaniana), di Lacan rimane il pensiero critico come puro metodo di lettura, la sua teoria come microscopio ermeneutico, lente puntata a illuminare e stanare i movimenti contratti, le zampette svelte e la corazza sottile di noi poveri abitatori del mondo moderno. In questo caso la natura “strumentale” dell’operazione è fin troppo ovvia. Che Žižek utilizzi la psicoanalisi per una riflessione sociologica del tutto sua è evidente. Il “noi” di cui parla Leggere Lacan non è un noi-singolare, un noi-pazienti sdraiati sul lettino ad aspettare che il miracolo si compia, che il sintomo venga rivelato e che il re taumaturgo compia il proprio rito. Il “noi” di Žižek è un noi astratto, un noi-società, un “noi” in quanto struttura, insieme di regole che a un tempo ci comprendono e ci oltrepassano (un “noi-grande Altro”, avrebbe detto Lacan). Ciononostante, la cosa sembra funzionare perfettamente. La lente ingrandisce a dovere. Le zampette si agitano sotto il microscopio. Attraverso alcuni punti nevralgici della teoria lacaniana, la nostra società si fa unico corpo malato, materia visibile, gigantesco paziente inerme in attesa di essere esaminato. Uno su tutti, il problema della jouissance. “Godi!”sembra essere l’imperativo ossessivo del nostro tempo, “Godi fino allo sfinimento!”, o meglio, “Godi perché devi godere!”. All’interno di un universo, come il nostro, libero da ogni tabù sessuofobico, un “mondo in cui Dio è morto” lasciando aperta la gabbia in cui eravamo stati confinati un tempo dagli ordini simbolici tradizionali, il soggetto contemporaneo sembra essere diventato il luogo di possibilità e di messa in atto di ogni trasgressione. L’eccesso come ingiunzione generalizzata è il nuovo paradigma con cui confrontarsi all’interno della costruzione e della sperimentazione del nostro desiderio. “Godimento” quindi non è più una tenace rivolta, una lotta condotta palmo a palmo contro un sistema sociale dalla morale repressiva e dallo sguardo accigliato e reazionario. Godere oggi è la regola. È diventato il nostro lavoro. Da qui, secondo Žižek-Lacan, lo stravolgimento (la perversione nella sua accezione filologica di per-vertere, deviare, scartare di lato) delle categorie di formazione e di strutturazione del soggetto, con un Super-io (la parte più rigidamente punitiva del nostro essere psichico) diventato oggi, certamente ancora l’assoluto e tirannico depositario del Divieto, ma questa volta del Divieto di non godere (con il risultato, inevitabile, di renderci tutti frigidi, incapaci di far fronte a un simile mostro). Da qui il continuo, contraddittorio gioco delle parti tra edonismo e disciplina ascetica che permea ogni scelta, ogni istante della nostra quotidianità. Birra sì, ma senza alcol. Panna senza grassi. Sesso senza corpo. Da qui infine, la nostra posizione sempre più interpassiva nei confronti del mondo, continuamente sollecitati a “concedere all’altro l’aspetto passivo (il godimento) della nostra esperienza”, con le risate preregistrate delle sitcom televisive che ci sollevano dall’impegno di ridere o i videoregistratori che registrano (che “si godono” il film in tv) mentre noi lavoriamo. “Un tempo, si contava sulla psicoanalisi affinché consentisse al paziente di superare gli ostacoli che gli impedivano l’accesso a una normale soddisfazione sessuale (…). Oggi il godimento funziona effettivamente come uno strano dovere etico: gli individui si sentono in colpa non tanto perché, nel darsi a piaceri illeciti, violano le proibizioni morali, quanto perché non sono capaci di godere”.
Di tutto questo, del perché siamo arrivati fin qui, Žižek non spiega le cause. Alla fine di ogni capitolo toglie il vetrino dalla macchina ottica e ce lo restituisce in mano, dandoci come sua personalissima soluzione al problema l’augurio di un mondo (di un discorso psicoanalitico) “nel quale ti è consentito di non godere; non che sia vietato godere: solo che è alleviata la pressione del doverlo fare”. È possibile allora immaginare una società senza imperativi, senza “doveri etici” (di qualsiasi natura essi siano, leciti o illeciti)?  Può un sistema sociale essere trattato in tutto e per tutto come un soggetto psichico, e quindi “guarire”? Probabilmente non è questo il luogo per discuterne, anche se la perplessità rimane. Intanto, non godiamo finché siamo ancora in tempo.

Slavoj Žižek, Leggere Lacan. Guida perversa al vivere contemporaneo (prefazione di Mauro Carbone), Bollati Boringhieri, 2009, pp.134, 15 euro.

(pubblicato su il manifesto, 20/10/2009)

16 COMMENTS

  1. suggestioni poco scientifiche.
    ricordo l’insistenza di un mio supervisore lacaniano nel sottolineare la differenza tra godimento e piacere, dando a quest’ultimo un’accezione positiva: un diritto di cui spesso facciamo a meno, cedendo invece al “godimento perverso”.
    e poi mi vengono in mente le letture di alcuni “maestri orientali” , le quali sostengono, per farla breve, che il desiderio è alle origini del nostro stare male occidentale.
    riconosco entrambe come veritiere, mischiando malamente piacere come reazione al desiderio e, quindi, facendomi sentire al contempo capace di comprendere ma incapace di elevarmi.
    insomma, per ora convivo con le mie contarddizioni, cercando di riconoscere le radici della mia-nostra schiavitù.
    cristiano

  2. Singolare come la prospettiva di questo libro di Žižek vada ad incrociare in questo caso quella “neocinica” di Sloterdijk: nella recente lectio tenuta a “Pordenonelegge” a partire dal sonetto di Rilke sul “torso di Apollo” (che dice a un certo punto “cambia la tua vita”), Sloterdjik notava infatti proprio come la rinuncia al numinoso nel moderno abbia di fatto determinato una mistica del corpo “laico”, con la conseguenza dell’imperativo categorico del godimento: l’istruttore di fitness, diceva Sloterdijk, è il sostituto del dio, che t’impone una condotta per essere “bello, sano” e “dunque, godere”. L’aspetto però più interessante era a margine di questa riflessione: l’imperativo categorico si esprime col “tu”, evidentemente: l’istruttore di fitness si rivolge a “te”, sei “tu” che devi star bene, essere bello, forte e godere. Un corollario di questo recupero žižekiano del “diritto a non godere” potrebbe allora darsi come recupero di un “noi” non solo come Grande Altro, ma come premessa di nuove forme di interrogazione su un senso, una direzione “comune”, in un percorso di emancipazione dal malessere sociale, se non di accrescimento del benessere collettivo, che sia meno autocentrato. E che il corpo collettivo sia stato considerato emblema dei totalitarismi di ogni colore è un gran limite della modernità (altro Žižek, quello delle “Cause perse”, Ponte alle Grazie).

  3. Mi ha sempre stupito la passione di Zizek per il dottor Lacan, non c’è suo scritto in cui non ce lo faccia in qualche modo entrare, di sghembo o per intero. E la ragione del mio stupore è che l’idealismo soggettivo della psicoanalisi lacaniana (perché di questo si tratta, e giustamente qui si ricorda la formazione fenomenologica di Lacan) dovrebbe situarsi a una distanza astrale dal pensiero zizekiano, che idealista non è. Altro elemento idealista nella piscoanalisi lacaniana è la rimozione (forclusione?) del corpo e della corporeità.
    E’ lo stesso stupore che provavo quando leggevo della “sbandata” althusseriana per Lacan. Poi, sull’ultimo, Althusser confessò che del pensiero lacaniano ci aveva capito poco o nulla. Che succeda così anche per Zizek?

  4. Sì, Roberto, c’è evidente contraddizione tra il voler ripetere Lenin e insistere con Lacan. Forse, però, Lacan, a differenza del corpus unitario del pensiero leniniano, è un grumo di pensieri contraddittorio in sé, e magari in parte leggibile – come dire? – materialisticamente. O almeno è quel che prova a fare Zizek, il cui discorso è comunque credibile, e lo è a dispetto della sua lettura di Lacan e delle sue eventuali forzature interpretative. In fondo, Zizek USA Lacan. Mi ricorda Carmelo Bene che ricrea Shakespeare “secondo CB”: non è Shakespeare, ma è CB che utilizza Shakespeare per fare passare il suo discorso (anti)estetico. Tutto ciò è filologicamente sbagliato? Può darsi. O può anche darsi che veramente, come dici tu, Zizek non abbia capito Lacan. Questo però nulla toglie all’importanza dell’opera di Zizek, che resta uno dei pochi pensatori in grado, oggi, di accantonare una volta per tutte quella debilitante alea di sconfitta che ci siamo portati sulle spalle per anni. E il libro “In difesa delle cause perse” citato dalla Policastro, per quanto possa sembrare banale a tratti (almeno per chi è cresciuto a “leninismo&fumetti”), è un libro fondamentale … E poi, a dirla tutta, rifare Shakespeare, oltre che essere impossibile, non ha senso.

    PS: Roberto, dovresti riproporre il saggio su Lacan che pubblicasti sull’ottimo “Le parole di Mefisto” …

    ng

  5. Ciao Nevio, non solo mi hai sgamato, ma fai anche dell’archeologia démodée sulle “parole di Mefisto”, e questo è eccessivo… :-)
    Quanto a Lacan, so che identificare la complessità della sua “filosofia” con una linea di pensiero idealista è, quanto meno, riduttivo, anche perché in campo teorico-speculativo non ci sono linee, semmai scarti e fratture (i francesi ci hanno pur insegnato qualcosa, no?), ma confrontare il sofisticato e talvolta criptico pensiero lacaniano con, fermandoci in ambito moderno, il vescovo Berkeley, quello dell'”esse is percipi”, e con i suoi nipotini primonovecenteschi, può essere utile per mettere meglio a fuoco certi aspetti del lacanpensiero.
    Quanto poi al corpo e alla juissance (tra l’altro quest’ultima, ai tempi di Barthes, veniva rivendicata come valore), mi trovo dalla parte di Badiou (l’amico di Zizek), quando, nella sua critica dura al relativismo, attacca la conclusione fatta dal pensiero relativista: “non ci sono che corpi e linguaggi”, rivendicando il tertium datur, ossia la verità (per dirla in soldoni).
    In conclusione, direi in riferimento al corpo e alla corporalità: né il neomisticismo dell’estetica del corpo propria di questa epoca neoliberista, né però il neoascetismo di chi condanna il corpo reo della juissance.

  6. PS a ng: “rifare Shakepeare”, sono d’accordo, non ha senso, difatti nessuno si è allontanato da Freud più del dottor Lacan che ha cominciato la sua demolizione sotto il lemma: “ritornare a Freud”

  7. Credo che per capire come Zizek interpreti ed utilizzi i principi marxisti e lacaniani, apparentemente incurante delle contraddizioni, il primo scarto da considerare è quello del suo modo di vedere le cose (quello che lui chiama “looking awry”).

    Zizek è un “outsider” che opera in ambiti ortodossi (l’accademia, la clinica), al riparo dall’emarginazione culturale in virtù della sua estesa e approfondita preparazione.
    Non sembra aderire a ideologie e teorie quanto piùttosto interpretarle in maniera strumentale ai fini di una sua analisi personale.

    Il Marxismo di Zizek è più utopico ed anarchico del materialismo classico ed altrettanto eterodossa è la sua visione del pensiero di Lacan. Proprio in virtà di questo suo non aderire, in mano a Zizek marxismo e psicoanalisi smettono di essere dottrine e diventano strumenti di analisi: della realtà quanto l’uno dell’altro.

    Tipico delle analisi a loro contemporanee del pensiero degli “outsider” della filosofia, è spesso questa sensazione, questa idea che maneggino le idee in modo improprio; che nascosta da qualche parte vi sia una tara nel modo in cui soppesano le cose.

    Questa contraddizione interna, questo elemento di disturbo, esiste innegabilmente, ma a mio parere è intrinsecamente connesso al loro “metodo”. Un metodo che si forma in corso d’opera, che fa passi avanti e passi indietro, non si dispiace di contraddirsi e predilige il percorso alla cristallizzazione di un sistema, di cui il pensiero di Lacan è il primo esempio che viene alla mente.

    Un metodo sicuramente fin troppo tendente all’autoindulgenza, come indulgente è Zizek quando nel giro di poche pagine o capitoli passa da analisi materialistiche ciniche e spietate a pensieri caratterizzati dall’ingenuità tipiche dell’idealista e dell’utopista, senza premurarsi di riflettere sulla natura e le radici di questi balzi quantici.

    Questa autoindulgenza però può anche essere letta come una forma di purezza: Zizek non mostra pudore né preoccupazione a mostrarsi nudo nelle sue contraddizioni al suo Grande Altro (lettori e studiosi), un gesto carico di quel carattere sovversivo che è solito auspicare nei suoi momenti più utopici.

  8. Il dibattito è troppo elevato per le mie modeste capacità intellettuali. Tuttavia, così a naso, non trovo affatto convincente affermare che viviamo in un universo “libero da ogni tabù sessuofobico”. Quando, come e ad opera di chi sarebbe avvenuta questa rivoluzione?
    In realtà non c’è contraddizione tra l’imperativo di godere (consumando e spendendo) e repressione sessuale, e del piacere in generale.
    Anzi, è caratteristico del capitalismo di affermare ideali e promettere ricompense, cui la maggioranza degli uomini, in realtà non può accedere (se non altro, perché schiava del lavoro salariato).
    Posso capire il senso della provocazione di Zizek, ma dubito che si possano fondare istanze di liberazione che aspirino ad avere un seguito sul paradigma del “non godere”.
    Scopo della vita è la felicita, secondo Freud. Questo resta un punto di partenza ineludibile.

  9. @ g: ciò che dici spiega, almeno in parte, la questione delle contraddizioni di cui si avvale Zizek saltando da una certa prospettiva di marxismo critico (non ortodosso, direi di neo-marxismo) a quella di un lacanismo introdotto nel suo discorso per lacerti di citazioni, per “esempi” ad hoc (di solito con funzione analogica). Ma il problema a mio avviso consiste nella tenuta del suo discorso complessivo. Ossia, nella coerenza. In questo direi che Zizek soffre un po’ di quel “male” postmoderno che consiste in una eccentricità consapevole, in un gigionismo teorico di cui i francesi sono maestri, che passa, senza soluzione di continuità, da una citazione di T.S. Eliot alla pittura di Edward Hopper alla coppia Bergman-Bogart in “Casablanca”. Questo mi sembra il suo “fascino” ma anche il suo limite.
    Beh, poi Zizek non è soltanto l’autore di plaquettes brillanti e acute, ma anche di testi più monumentali come “Le sujet qui fache”, e lì mi pare che il suo pensiero sia meno gigione e indubbiamente più sistematico. Cmq, ce ne fossero di Zizek (e di Badiou) qui da noi, in Italia.

  10. Concordo con Marco. Dove starebbe la “coazione a godere”, se non nell’universo consumistico? E la sessualità libera dal senso di colpa, aperta ad ogni gioco di azione e reazione dove si sarebbe realizzata? Devo essermi perso qualcosa. Fatemi sapere dove si trova questa bengodi che mi organizzo…

  11. se vuoi,paolod,ti mando l’indirizzo. Ma il Paese dei Balocchi non ti piacerà. I bagordi ci sono tutti e l’ingresso è libero, le consumazioni anche, e persino le indulgenze plenarie, una sorta di pillole del giorno dopo per rimuovere la nausea da jet lag ( rimorsi? ) eventuali. Sai, come quel principe che diceva al suo cameriere ; ” Sono bello, sono giovane, sono ricco…..ch’è me manca? A’ capa, eccellenza……” be, li, ti mancherà il rimorso, ti mancherò il contrasto, ti mancherà il desiderio…….( e guarda che io non sono un prete…….au contraire)

  12. @robugliani ma la sistematicità possiede ancora il significato che poteva avere una volta? Il “fascino” di Zizek, come tu giustamento lo chiami, non credo sia da trovarsi nel suo saltare da filosofici pali alle frasche dell’entertainment, quanto nel fatto che queste “acrobazie” intellettuale riflettano l’acrobaticità del mondo contemporaneo…un’acrobaticità che non è una qualità o un’abilità positiva quanto un dato di fatto…sacro e profano, alto e basso, istituzionale e pornografico ormai non sono più (per chiarezza aggiungo: purtroppo) elementi di una antitesi quanto piùttosto ingredienti che si mescolano e combinano a restituirci questo spettacolo un po’ triste che è il mondo odierno…uno spettacolo simile si ritrova in certe opere di Zizek e di quelli come lui, che forse, da uomo del suo tempo, non riesce a sottrarsene…il calderone di Zizek però, ha un po’ più di sapore e spessore, per così dire

    In linea di principio capisco e condivido il tuo pensiero…ma mi chiedo se questo mondo così caotico e disordinato possa più essere rappresentato e interpretato da dei sistemi rigidi e coerenti

  13. A me Zizek ricorda molto, seppure ad un livello dieci volte superiore, il Costanzo Preve di una quindicina di anni fa. La sensazione di un certo eclettismo è la stessa. C’è, com’è stato detto sopra, un certo gigionismo, un voler dimostrare di poter prendere il meglio da qualche corrente politica, filosofica, artistica, scientifica. Poi, concordo: ce ne fossero di più, di Zizek!

  14. @ g: è solo un mio modo di vedere il mondo, quindi vale quello che vale, ma penso che al fondo di questa sorta di caos-mondo, tale anche perché mancano le analisi d’insieme, e più complicato che complesso, vi sia una unità, quella stessa del famoso detto per cui il battito d’ali d’una farfalla a Pechino provoca una tempesta a New York (o pressapoco). Quello che mi pare manchi nel pensiero odierno è la ricerca di una verità, naturalmente frutto del suo tempo storico, ma che vada al di là del relativismo dominante (per questo, apprezzo Badiou).

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Marco Rovelli nasce nel 1969 a Massa. Scrive e canta. Come scrittore, dopo il libro di poesie Corpo esposto, pubblicato nel 2004, ha pubblicato Lager italiani, un "reportage narrativo" interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (CPT), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi e analizzati dal punto di vista politico e filosofico. Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide, un nuovo reportage narrativo dedicato ad un'analisi critica del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia. Nel 2009 ha pubblicato Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Sempre nel 2009 ha pubblicato il secondo libro di poesie, L'inappartenenza. Suoi racconti e reportage sono apparsi su diverse riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Collabora con il manifesto e l'Unità, sulla quale tiene una rubrica settimanale. Fa parte della redazione della rivista online Nazione Indiana. Collabora con Transeuropa Edizioni, per cui cura la collana "Margini a fuoco" insieme a Marco Revelli. Come musicista, dopo l'esperienza col gruppo degli Swan Crash, dal 2001 al 2006 fa parte (come cantante e autore di canzoni) dei Les Anarchistes, gruppo vincitore, fra le altre cose, del premio Ciampi 2002 per il miglior album d'esordio, gruppo che spesso ha rivisitato antichi canti della tradizione anarchica e popolare italiana. Nel 2007 ha lasciato il vecchio gruppo e ha iniziato un percorso come solista. Nel 2009 ha pubblicato il primo cd, libertAria, nel quale ci sono canzoni scritte insieme a Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2, e al quale hanno collaborato Yo Yo Mundi e Daniele Sepe. A Rovelli è stato assegnato il Premio Fuori dal controllo 2009 nell'ambito del Meeting Etichette Indipendenti. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo "racconto teatrale e musicale" che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa. Nel 2011 ha scritto un nuovo racconto teatrale e musicale, Homo Migrans, diretto ancora da Renato Sarti: in scena, insieme a Rovelli, Moni Ovadia, Mohamed Ba, il maestro di fisarmonica cromatica rom serbo Jovica Jovic e Camilla Barone.