Allontanare lo spettro di Auschwitz dalla Calabria, dall’Italia, dalle nostre coscienze

di Pino Tripodi

Ho visto. So. Tutti sappiamo e tutti abbiamo visto. Non posso serrare la mia coscienza solo individuando le colpe, né semplicemente attendere che qualcuno faccia giustizia. I fatti di Rosarno denunciano un fallimento totale e generale, una vergogna che deve essere riscattata con la consapevolezza che qualsiasi società o economia che permette o lucra da una simile miseria è un crimine. Ciò che avviene a Rosarno e in molti altri luoghi della nostra Terra esige un moto di repulsione profondo e definitivo. Un impegno a non tollerare e a combattere l’apartheid, lo schiavismo, il razzismo, la deportazione a cui uomini e donne come me sono costretti quotidianamente.

Invito tutte le donne e gli uomini di Rosarno, della Calabria e dell’Italia intera che hanno provato il mio stesso sentimento di vergogna e la mia stessa repulsione a condividere il mio impegno pubblicamente a Rosarno domenica 17 gennaio alle ore 12.00. Mi piacerebbe che tutti i migranti deportati tornassero in questa occasione a Rosarno per testimoniare con me e gli altri che ci saranno che il pregiudizio è la peggiore malattia dell’umanità e il colore della pelle non nasconde la vergogna.

Pino Tripodi, insegnante, Milano

Per adesioni: firmiamo.it/appelloperrosarno

25 COMMENTS

  1. Il titulo mi sembra spropositato. Ma la richiesta viene da una bellissima iniziativa. Mi chiedo sempre in quale misura posso firmare un appello, essente straniera.

  2. Il paragone con Auschwitz non è appropriato: a Rosarno non è in atto alcun programma di sterminio, più semplicemente è stato delegato alla mafia il governo della società e dell’economia rosarnesi, e quelli che abbiamo visto sono i risultati. In quanto calabrese condivido il sentimento di vergogna espresso da Pino Tripodi.

  3. Sì che c’erano i politici di sinistra a Rosarno!
    Se guardate bene le immagini potete riconoscere il Sindaco di Padova con il casco della Celere, mentre quello di Pisa se ne sta nell’angolo parlando alla ricetrasmittente, in collegamento diretto con Bersani, il quale, per non apparire troppo, delega a Franceschini e a ignoti militanti del territorio la stesura di un comunicato dove viene espressa solidarietà con i cittadini onesti e i lavoratori non clandestinizzati, e naturalmente dove si esprime rammarico e contrarietà per la violenza delle orde barbariche scese a Rosarno, di qualsiasi colore esse siano (colore di pelle, non politico). Inoltre, è notizia di poco fa, Bersani stesso incontrerà domani i cittadini e le associazioni di Rosarno, e naturalmente il parrocco (non sia mai che le vie del cielo …).

    Insomma, erano anni che si conosceva la situazione di sfruttamento e la gestione mafiosa del territorio, ma c’è voluta la forza bruta per risvegliarli dal letargo! Però l’opposizione indice manifestazione “per la legalità” … Non c’è fine al peggio!

    Saverio

  4. A Salvatore Talia,

    “Il paragone con Auschwitz”…

    Tripodi però parla di “Lo spettro di Auschwitz” e non solo sulla calabria. Premetto che non mi interessa per nulla entrare in una disquisizione sulla nominabilità o meno di Auschwitz. Posso, però, rispondere per me, pur non essendo l’autore dell’appello. L’offuscamento progressivo della coscienza civile e morale che vedo nel mio paese da anni, nelle condizioni specifiche in cui si verifica, non fa che richiamare alla mente proprio quello spettro, estremo, e non altri. Credo che – conoscendo bene i suoi scritti – Primo Levi non avrebbe avuto paura a evocare, per tempi come questi, quello spettro. Uno spettro è qualcosa d’intangibile, assente, eppure di terrificante. Se non lo si vede non fa paura. Se non fa paura, si può andare avanti con la coscienza tranquilla dei tempi normali.

  5. Evocando Auschwitz rischiamo di usare categorie che ci impediscono di rappresentare adeguatamente la realtà. Anche se è lecito definire il nostro regime attuale “fascismo democratico”, è improprio fare paralleli col nazismo, non foss’altro per la differente statura di Berlusconi rispetto a Hitler. Intanto il secondo godeva dell’appoggio esplicito del grande capitale, mentre Berlusconi, al di là delle alleanze momentanee, è per esso capitale una palla-al-piede; o comunque lo è per quella parte di imprenditoria maggiormente legata all’ambito internazionale (Fiat su tutti). Questa differenza è sostanziale. I centri di accoglienza per immigrati, inoltre, per quanto obbrobriosi, non potranno mai diventare quello che sono stati i campi di sterminio: non conviene a nessuno, tanto meno a chi gestisce il potere. E non ci sono segnali che si possa andare in quella direzione. Qui gioverebbe fermarsi a ragionare su quale sia, nella nostra situazione, la vera funzione dell’immigrazione clandestina. Spinti a fuori-uscire dalla condizione di povertà, i migranti diventano “ostaggio” dei datori di lavoro, praticamente non difesi dalla normativa (e dai sindacati) e ricattabili attraverso l’espulsione. Di Rosarno si sapeva tutto, ma nessuno faceva niente: perché conveniva a tutti mantenere la situazione. Alla criminalità perché controllava il territorio e faceva affari, allo stato perché si garantiva consenso, al vaticano perché poteva agire caritatevolmente nei confronti degli ultimi. La deportazione è stato l’esito – del tutto pubblicitario, così come lo è stato l’arresto di affiliati alla criminalità – della rivolta degli immigrati, e non l’esito di una volontà di annientamento. Fare un accostamento tra le deportazioni di Rosarno e i forni di Auschwitz è fermarsi alle apparenze. Non giova a noi, e non giova ai migranti.

    Saverio

  6. Lo spettro, come lo capisco io (e lo vivo), di Auschwitz, non ha portata politica (non è un paragone né un modello di analisi), è un monito, un’ossessione morale. Ogni nero sprangato nell’indifferenza generale, ogni accampamento rom assalito con le molotov, ogni forma di schiavismo legittimata da una mentalità razzista è una nuova ferita, che per “piccola” che sia, riattiva lo spettro di quell’altra ferita fondamentale, IL trauma storico europeo, bianco e civilizzato per eccellenza, quello dello sterminio nazista. Ma qui non siamo nel campo dell’analisi politica, ma in quello dei sentimenti morali. Non è una questione di prove da esibire, è una questione di immagini (spettri) che si associano e vengono patiti.

    Spero di essermi, questa volta, spiegato.

  7. concordo con Andrea Inglese, e ritengo anch’io di scarsa importanza la questione della liceità o meno dell’analogia con Auschwitz…ma vorrei tuttavia ricollegarmi ad un paio di frasi di Adorno che secondo me esplicitano ciò che è “in nuce” nell’accostamento del prof. Tripodi:

    “Le atrocità sollevano un’indignazione minore, quanto più le vittime sono dissimili dai normali lettori, quanto più sono “more”, “sudice”, dago. Questo fatto illumina le atrocità non meno che le reazioni degli spettatori. Forse lo schema sociale della percezione presso gli antisemiti è fatto in modo che essi non vedono gli ebrei come uomini. L’affermazione ricorrente che i selvaggi, i negri, i giapponesi, somigliano ad animali, o a scimmie, contiene già la chiave del pogrom. Della cui possibilità si decide nell’istante in cui l’occhio di un animale ferito a morte colpisce l’uomo. L’ostinazione con cui egli devia da sé quello sguardo – “non è che un animale” – si ripete incessantemente nelle crudeltà commesse sugli uomini, in cui gli esecutori devono sempre di nuovo confermare a se stessi il “non è che un animale”, a cui non riuscivano a credere neppure nel caso dell’animale. Nella società repressiva il concetto stesso dell’uomo è la parodia dell’uguaglianza di tutto ciò che è fatto ad immagine di Dio. Fa parte del meccanismo della “proiezione morbosa” che i detentori del potere avvertano come uomo solo la propria immagine, anziché riflettere l’umano proprio come il diverso. L’assassinio è quindi il tentativo di raddrizzare la follia di questa falsa percezione con una follia ancora maggiore: ciò che non è stato visto come uomo, eppure lo è, viene trasformato in cosa, perché non possa confutare, con un movimento, lo sguardo del pazzo”. (T.W.Adorno, Minima moralia, 68)

    La negazione dell’umanità, la riduzione dell’uomo a cosa, “negro”, “frocio”, quello che vi pare, è per l’appunto lo spettro di Auschwitz, precondizione per la camera a gas come per il tiro a segno con sassi e fucili a pallini. La stessa disumanizzazione che si è avuta, per dire, nei confronti dei prigionieri di Guantanamo: anche lì nessuno sterminio premeditato, certo, ma un’identica (per me) riduzione dell’uomo a materiale inerte innanzi al quale non scatta nessun riconoscimento, nessuna empatia e qundi nessuna pietà è più possibile.

    “Finchè un uomo ti incontra e non si riconosce”, canta De Andrè in Khorakanè.

    Lo spettro di Auschwitz risiede quindi, per me come penso per l’autore dell’articolo, nella prima delle follie di cui parla Adorno; la follia dell’omicidio è successiva, come le sevizie di Guantanamo, il pogrom o il pestaggio razzista. Il paragone tra queste “follie seconde”, distinguendole per grado di “matta bestialità”, per maggiore o minore efferatezza e conseguenze, non ha senso.
    Porle in analogia tra loro, rivelandone così la comune causa segreta, invece, ne ha.

  8. @ Andrea Inglese

    Anch’io sono ossessionato dallo spettro del nazifascismo che ogni giorno di più mi appare incombente sull’Italia. Però dubito che evocare lo spettro ci aiuti veramente a combatterlo. Hai scritto: “ogni forma di schiavismo legittimata da una mentalità razzista”… Ecco, questa legittimazione “a posteriori” non è un elemento necessario della prassi schiavista. Quanti “bravi cittadini” di Rosarno hanno partecipato al pogrom contro i migranti e il giorno dopo hanno manifestato per protestare contro i giornalisti (che li accusano “ingiustamente” di razzismo) portandosi dietro alcuni compaesani di colore per dimostrare la falsità dell’accusa? Chi discrimina, anche se lo metti davanti allo specchio non ci vedrà mai la faccia di Adolf Hitler; anzi così facendo lo tranquillizzi: “non sono mai stato nazista, quindi perché dovrei sentirmi in colpa?” Il razzismo non inizia né finisce con Hitler e andrebbe riconosciuto e denunciato nelle sue varie specificità, in modo che nessuno possa lavarsi la coscienza semplicemente allegando di non essere iscritto allo NSDAP.

  9. @ Andrea Inglese
    Ti sei spiegato, ma non sei convincente lo stesso. Forse ciò dipende dalla mia assolita insensibilità ai “sentimenti morali” … In fondo, anche chi ha “linciato” gli immigrati a Rosarno ha dato la precedenza a istinti irrazionali, e cioè a sentimenti pre-politici. Come stabilire quale sentimento sia più sensato? Dai comportamenti che un sentimento fa scasturire, ovviamente. Il discrimine è allora politico: è sempre e solo politico, anche se ad essere messi in gioco sono i “sentimenti morali”.

    @ Matteo Rocca
    E se la “proiezione morbosa” di cui parla Adorno riguardasse anche l’altra parte? Sei così certo che quelli che protestano per i pogrom subiti dagli immigrati non avvertono i cittadini di Rosarno come “animali”? In quanti, tra i solidarizzanti coi migranti, non hanno ridotto il cittadino di Rosarno, come dici tu, “a materiale inerte innanzi al quale non scatta nessun riconoscimento, nessuna empatia e quindi nessuna pietà è più possibile”? Se da una parte agisce lo spettro di Auschwitz, non è che dall’altra agisce quello di Stalin?

    E poi dire “non è che un animale” è diverso da dire “non sono razzista”. La percezione si sposta dall’uomo colpito a quello che colpisce. E qui raccolgo il commento di Salvatore Talia: evocare Auschwitz è tranquillizzare la coscienza di chi sta compiendo il gesto.

    Saverio

  10. a saverio

    scusami non ti seguo io; fai piazza pulita di ogni dimensione morale, per parlare in termini solo politici? Per me non ha semplicemente senso.

  11. no, Andrea; dico solo che la dimensione morale si traduce in comportamenti (sempre!) e che i comportamenti sono politica ..

    s.

  12. Bene, appunto, sono i comportamenti che contano, in questo momento sopratutto. E tutti, da quelli verbali quotidiani a quelli più esplicitamente politici dell’andare in piazza, dal pagare o meno in nero i lavori dell’artigiano immigrato, e via dicendo. Che poi una lo veda o meno lo spettro di Auschwitz non è la questione fondamentale: mi basta che veda il razzismo in atto, sia dal basso sia dall’alto, dalla strada come dalla paolitica, e di quello violento, che ammazza. E che non ci si bendi gli occhi.

  13. @ Saverio

    Hai scritto: “Sei così certo che quelli che protestano per i pogrom subiti dagli immigrati non avvertono i cittadini di Rosarno come animali?” – E tu sei così certo che in molti di noi calabresi non ci sia una tendenza a rappresentarci sempre e solo come vittime, e che questo atteggiamento non funga spesso da comodo alibi per rifuggire da qualsiasi responsabilità morale e/o politica? A questo proposito mi permetto di ricopiare qui di seguito alcune battute dall’intervista a Peppino Lavorato, ex sindaco comunista di Rosarno, pubblicata sul “manifesto” di ieri. Inutile aggiungere che concordo con quanto dice Lavorato.

    “D: Perché i rosarnesi hanno partecipato alla cacciata degli africani?
    R: I rosarnesi purtroppo soffrono in silenzio perché la ‘ndrangheta impone anche pensieri e comportamenti. Su questo però dobbiamo essere chiari: a cacciare gli immigrati sono stati pochi gruppi di criminali, non tutti i rosarnesi. Ma i rosarnesi non devono avere ambiguità.
    D: A cosa si riferisce?
    R: Alla manifestazione di lunedì.
    D: L’ha trovata ipocrita?
    R: L’ho trovata assurda. Se davvero Rosarno voleva togliersi l’etichetta di paese razzista avrebbe dovuto fare una manifestazione con una sola parola d’ordine ma chiara: no al razzismo e alla mafia. Invece se la sono presa con la stampa, hanno condannato genericamente la violenza, tutte chiacchiere. Dicessero chiaramente che sono contro la mafia e i razzisti, senza scuse.”

  14. Grazie Talia, grazie Lavorato. Di tanto in tanto, qualcuno parla con lingua chiara (né biforcuta né offuscata). E qui parlare sta per “sentire” e per “pensare”.

  15. Sì, certo, ci può stare anche l’auto-rappresentazione dei rosarnesi come vittime. Credo però che lo siano davvero, vittime. Non a caso si è parlato, in merito ai fatti di Rosarno, di guerra tra poveri. Ora, le parole dell’ex-sindaco sono condivisibili, direi persino scontate. Il problema vero è capire le motivazioni che spingono i cittadini di Rosarno a non schierarsi apertamente contro mafia e razzisti. Io abito al Nord, per me è facile fare il moralista. Ho un lavoro stabile, nella mia zona non esiste criminalità organizzata, partecipo attivamente alla politica … Sono un privilegiato. E mi indigno per il razzismo, per la sempre maggiore inconsistenza della coscienza civile, per il modo in cui sono trattati gli immigrati … Se fossi nato e cresciuto in quelle zone, però, il mio punto di vista sarebbe meno tranquillo; diciamo che avrei bisogno di un surplus di impegno e di coraggio. Lo hanno detto in tanti: a Rosarno (e non solo) si sentono abbandonati: dallo stato, in primis, che non agisce efficacemente contro la criminalità, e poi dalle istituzioni, partiti e sindacati compresi, incapaci di proporre alternative credibili, soprattutto in tema di lavoro. La criminalità fa tessuto sociale, crea occupazione, sostiene alcune famiglie; e sfrutta i lavoratori immigrati. Se a tutto questo si aggiunge la vergognosa campagna dei media contro i clandestini, allora la rabbia di quella popolazione si sfoga spontaneamente contro i più deboli, percepiti come la causa del loro sfascio. Per questo, più che di sentimenti morali, mi piacerebbe si discutesse di soluzioni politiche. Solo così smetteranno, i cittadini di Rosarno e gli immigrati, di essere vittime.

    Saverio

  16. segnalo una vignetta geniale di ellekappa su repubblica di lunedì scorso, in cui uno dei suoi soliti personaggi leggeva un giornale e diceva: “la rivolta degli immigrati contro la mafia”, e l’altro rispondeva: “uno di quei lavori che gli italiani non vogliono più fare”.

  17. @ Saverio:

    sì, indubbiamente “evocare Auschwitz è tranquillizzare la coscienza di chi sta compiendo il gesto”, perchè appunto il confronto diretto tra tali gesti appare improponibile, una vera bestemmia; tant’è che, consegnata la Shoah alla Storia e resala paradigma di male assoluto, l’immagine che ne abbiamo è quella di un “unicum” irripetibile, che non ammette confronti. D’altronde credo che nemmeno gli stessi nazisti posti davanti allo specchio si sarebbero potuti vedere come li vediamo noi oggi, cioè come campioni dell’assassinio di massa. Accostarli ha senso solo per chi decida di riflettere sulla radice comune di tali gesti. Ed evita di “tranquillizzare” la propria coscienza, dicendosi: tanto non è la stessa cosa.

    “Sei così certo che quelli che protestano per i pogrom subiti dagli immigrati non avvertono i cittadini di Rosarno come “animali”?, mi chiedi.
    No, non ne sono certo, ma occorre assolutamente distinguere.
    La questione che sollevi, quella dello sguardo rivolto agli autori di raid razzisti, è davvero interessante, e può essere che talvolta accada qualcosa di simile. Ma la repulsione per i comportamenti razzisti non può essere equiparata al razzismo stesso: da una parte c’è il rifiuto di un comportamento che come dici tu è sempre politico, dall’altra il rifiuto è per l’essere umano misconosciuto come tale.
    Lo “spettro di Stalin” è gemello di quello nazista, naturalmente. Non c’è differenza. Ma la volontà politica di bandire il razzismo e di non trovargli giustificazioni, quale può essere la mia e la tua, è ancora molto al di qua della riduzione del razzista o del neofascista a “cosa spregevole”, e anzi, ci si interroga politicamente sul da farsi, proprio perchè il razzismo si rivela come atteggiamento fin troppo umano.
    La discussione è interessantissima, temo di dilungarmi e divagare. Saluti.

  18. @ Matteo Rocca
    Sono d’accordo su molte cose che scrivi, e in particolare sulla necessità di distinguere. Il mio voleva essere un paradosso, forse perché ho in odio le generalizzazioni. Perché è vero che i cittadini di Rosarno sono stati dipinti come xenofobi; anche l’intervista all’ex-sindaco di Rosarno lo adombra. Ma lo sono davvero? Uno degli striscioni esposto durante la manifestazione dei cittadini di Rosarno riportava la scritta “20 anni di convivenza non sono razzismo”. Io credo che ci sia della verità, in questa scritta. Tant’è che le realtà impegnate nella zona (Rete Migranti Reggina, Rete Antirazzista Cosentina, etc.) precisano sempre che la xenofobia riguarda “una parte” della popolazione rosarnese.

    Troverei utile anche distinguere tra chi si professa a parole anti-razzista, e magari sostiene scioperi dei lavoratori migranti, mentre poi, nei fatti, fa tutt’altro. Mi riferisco, in particolare, al centro-sinistra, che governa la Regione Calabria, ed ha tollerato questa situazione. È facile prendersela col razzismo legislativo del centro-destra; in fondo nessuno di noi ama Berlusconi. Una settimana fa, a Cosenza, c’è stato lo sgombro forzato di una comunità Rom; è stato eseguito sulla base di ordinanze emesse dal Governo Prodi. Sì, distinguiamo; ne possiamo guadagnare tutti …

    Saverio

    consiglio la lettura di questo articolo; inquadra molto bene i fatti di Rosarno

  19. @ Saverio

    Anch’io oggi abito nel nord Italia. Però provengo da una zona ad alta “densità mafiosa” e ricordo bene il ritornello: “E’ tutta colpa dei giornalisti!” Ora, è vero che i giornali spesso pubblicano sciocchezze e luoghi comuni sulla Calabria (non dimenticherò mai una serie di incredibili articoli di Alberto Arbasino su “Repubblica”, fine anni ’80 – inizio anni ’90, in cui il grande scrittore non solo aderiva alle tesi antimeridionaliste dell’allora Lega Lombarda, ma giungeva sino a richiamare Lombroso e i sociologi positivisti dell’800 circa la presunta inferiorità antropologica e razziale dei calabresi), tuttavia è chiaro che la ‘ndrangheta esiste, e non se la sono inventata i giornalisti.
    Inoltre: è giusto denunciare l’inaccettabile situazione di uno Stato che, anziché svolgere il suo compito di detentore del “monopolio della violenza legittima” (Weber), ha storicamente scelto di condividere il potere con la criminalità organizzata. Ed è anche vero che vivere in certe zone della Calabria non è molto diverso da vivere sotto una dittatura, che sfidare apertamente il potere della ‘ndrangheta è pericoloso, ecc. Tuttavia c’è differenza tra subire una dittatura, accettarla, darle il proprio consenso e collaborare con essa. Al limite anche emigrare può essere una scelta di non collaborazione, per chi come me non ha la tempra del lottatore.
    In ogni caso un conto è “non schierarsi apertamente contro mafia e razzisti”, un conto è schierarsi apertamente a favore. Mi lancio anch’io in una comparazione storica azzardata e impropria: Primo Levi aveva qualcosa da rimproverare anche ai comuni cittadini tedeschi che aderivano entusiasticamente al nazismo quando avrebbero potuto tutto sommato farne a meno senza correre rischi esorbitanti.

  20. Mah, più leggo articoli o ascolto reportage su questa faccenda di Rosarno, più mi sembra che ci sia qualcosa, anzi molto, che non torna. Intanto si dice che c’è sotto la ‘ndrangheta. E questo mette d’accordo destra e “sinistra”. Ma sotto a che cosa c’è la ‘ndrangheta? Se la ‘ndrangheta organizza e taglieggia la forza-lavoro degli immigrati extracomunitari, può essere contro la propria organizzazione del lavoro? Oppure si dice che gli immigrati africani di Rosarno si sono ribellati alla ‘ndrangheta. Ma in nessuna intervista fatta a loro è venuta fuori questa ribellione. Tutti hanno detto che vogliono solo lavorare, che sono scesi a Rosarno peché c’era il lavoro di raccolta, e che hanno pagato regolarmente i 5 euri al giorno ai caporali che li portavano al lavoro. Eppoi perché si dovrebbero ribellare contro i loro “datori di lavoro”? Mi pare che i lavoratori extracomunitari vogliano lavorare per sopravvivere, non risolvere i problemi socio-politici e mafiosi degli italiani. Quello che resta da dire è che gli abitanti di Rosarno hanno oggettivamente rotto un equilibrio (al di là del “razzismo”), e adesso alla classe politica tocca prenderne atto, scoprire che in Calabria c’è la ‘ndrangheta (scoperta dell’acqua calda, come quelle che qui seguono), che i caporali taglieggiano e pretendono il pizzo, che le condizioni di vita degli extracomunitari sono bestiali, che lavorano come schiavi, mentre prima, almeno stando alle cronache, tutto andava bene, c’era insomma un equilibrio (tra mafia, Stato e imprenditoria), un modus vivendi. Be’, di fonte a questo equilibrio rotto, mi pare naturale che i rosarnesi siano costretti a fare il capro espiatorio.
    A meno che… a qualcuno desse noia la presenza di lavoratori extracomunitari africani a Rosarno, e li volesse sostituire con quelli comunitari (rumeni) o quasi (bulgari), come puntualmente è avvenuto, mantenendo il sistema di reclutamento, lavorativo e di sfruttamento uguale.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.