Sax in the city

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Ho chiesto a Franco Bergoglio, polemista e attento studioso del jazz, di presentare il suo ultimo libro Sassofoni e pistole. Quello che leggerete è uno spin-off su uno dei mille mondi che non hanno trovato dimora nel lavoro. (effeffe)

Il Crime jazz al cinema
di
Franco Bergoglio

L’immaginario noir del jazz è sterminato: concentrandomi su quello “letterario” dei romanzi e dei racconti brevi, ho lasciato volutamente fuori il fumetto e il cinema. Verso il cinema il mio pudore è doppio: se per analizzare i romanzi ho impiegato otto anni, il cinema mi avrebbe portato via almeno il doppio. E poi David Butler ha scritto un bel libro sul tema, Jazz Noir (Praeger, 2002); invece del rapporto tra romanzi noir e jazz non se ne era occupato ancora nessuno in termini tanto ampi. Un vero cold case da detective melomane! Senza concorrenza, e senza tema di farsi sbranare da cinefili super-competenti ma sanguinari. Ovviamente l’immaginario “giallo-nero” legato al jazz finisce per rendere labili i confini tra pagina scritta e celluloide. Ieri flirtavano con il cinema Hammett e Chandler, oggi lo fanno Ellroy o Patterson. Molti lettori precoci del libro mi chiedono continuamente di parlare di cinema, di indicare pellicole, di stilare classifiche…nonostante io continui a ribadire che NON sono in grado di affrontare anche quest’indagine. Allora da detective passo al ruolo di testimone e semino alcuni indizi. Dice James Ellroy: il romanzo noir è come il jazz: gli americani lo fanno meglio. Elenco quindi quattro scene memorabili tratte da altrettante pellicole. Tutti film rigorosamente americani –Ellroy oblige- e non tutti capolavori (quello di Altman, forse sì). Il jazz vi gioca un grande ruolo. Entra nella trama, detta le atmosfere e solo uno, Il lungo addio, è emanazione diretta di un romanzo-capolavoro. Non ho saputo resistere. Après moi le déluge diceva qualcuno più importante del sottoscritto; spero solo, lasciando campo libero a curiosi ed esperti, di non trovarmi sommerso da tuoni, fulmini e chicchi di grandine.

Collateral (2004), diretto da Michael Mann.
La scena nel Jazz Club è un tributo a Miles Davis: l’improvvisazione del trombettista arriva da Spanish Key, tratta dall’album Bitches Brew e il divino principe della tromba viene evocato più volte nel teso dialogo che occupa la sequenza. Un Tom Cruise assai cool veste i panni di un killer/esperto di jazz quasi tarantiniano (Critici: non picchiatemi!).

American Hustle – L’apparenza inganna (2013), diretto da David O. Russell.

Tutta la colonna sonora di questo disco è una miniera di preziosi, ma a noi interessa la scena dell’incontro tra i due protagonisti interpretati da Amy Adams e Christian Bale, un gioiello che rasenta l’assoluto cinematografico: i movimenti di macchina seguono fedeli i pensieri dei due e le musiche (e pensieri, gesti e musiche si trovano sullo stesso piano!). Il party anni Settanta ha il suono dei Chicago con Does Anybody Really Know What Time It Is. Seguono due minuti indimenticabili con Jeep’s blues di Duke Ellington. La versione è quella del Live at Newport 1956, come mostra bene la copertina del disco inquadrata dalla camera. La canzone entra prepotente e scava “da dentro” la trama.

Johnny Staccato-The Naked Truth (1959), diretto da Joseph Pevney

I telefilm hanno fornito tanto materiale al cliché jazz-noir. Qui gli esperti di televisione mi tireranno le pietre, ma tra tanto materiale scelgo il primo episodio della serie: didascalico nel presentare l’ambiente e I personaggi. Il detective suona il piano, il suo ufficio è un jazz club. La presenza di John Cassavetes nei panni del protagonista sigilla il quadro, mentre sul palco stanno come figuranti Pete Candoli, Barney Kessel, Shelly Manne, Red Mitchell, Red Norvo…

https://www.youtube.com/watch?v=2Yl_CfXCpzA

The Long Goodbye/Il lungo addio (1973), diretto da Robert Altman

La colonna sonora del film consiste in due sole canzoni, la prima Urrà per Hollywood e un’altra intitolata The Long Goodbye. Ogni volta che si sente, c’è una variazione nell’arrangiamento del tema composto da John Williams. La vita di questo Marlowe è intrisa di una solitudine che si rinnova, come un refrain. La canzone torna, sempre lei, ma sempre diversa. La vita è sempre maledettamente uguale, ma sempre diversa. Elliott Gould incarna questo Marlowe esistenzialista indossandone alla perfezione le note musicali.

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francesco forlani
francesco forlani
Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017