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Breaking news: la verità sull’ISIS e Raqqa

 Breaking-News-NI

di David Remnick

Traduzione di Barbara Waschimps

 

L’organizzazione Raqqa is Being Slaughtered Silently è sotto costante minaccia da parte dell’ISIS poiché riporta clandestinamente informazioni su quello che accade nella città siriana.

(articolo pubblicato sul sito del New Yorker il 22.11.2015 con il titolo “Telling the Truth About ISIS and Raqqa”)

Sabato sera cinque giovani siriani si rilassano in un piccolo locale di New York e ordinano da bere. Quando il barista chiede se può servire loro una vodka di seconda scelta hanno un sorriso forzato . Sono tutti esuli provenienti da Raqqa, città di provincia nel nord della Siria che l’ISIS ha scelto come base operativa e capitale di fatto dello Stato Islamico. Nessuno di loro ha bisogno di roba di prima classe, solo di bere qualcosa.

Lavorano tutti per Raqqa is Being Slaughtered Silently (RBSS – Raqqa viene massacrata silenziosamente – ndt), una sorta di organizzazione giornalistica clandestina di attivisti che, sotto la spada di Damocle di una fine orribile, fa uscire immagini e resoconti sull’ ISIS da Raqqa, distribuiti poi dai suoi alleati all’estero. I colleghi postano a turno i reportage sui social network e sul loro sito. L’ISIS controlla Raqqa da circa due anni e la stampa estera fa riferimento al RBSS per le notizie di prima mano riguardanti la vita quotidiana e le devastazioni che hanno luogo a Raqqa. E poiché hanno avuto il coraggio di denunciare crocifissioni, decapitazioni, abusi sessuali e altri crimini, alcuni membri del RBSS sono stati uccisi dall’ ISIS a causa del loro lavoro, sia all’interno della città di Raqqa che all’estero.

Abdel Aziz al-Hamza, un uomo esile di ventiquattro anni, fa da portavoce. Non più tardi di qualche anno fa era studente di biologia presso l’Università di Raqqa e sognava di studiare farmacologia in Giordania o in Turchia, per poi rientrare a casa e costruire una carriera e una famiglia. “Ero un ragazzo normale”, dice dopo il primo sorso di vodka&sprite. “Passavo il tempo con gli amici al caffè o al bar. Nessuno di noi era politicamente impegnato. In Siria prima della rivoluzione era un crimine essere impegnati, in qualsiasi modo “. Raqqa era una città relativamente fiorente, con risorse energetiche ed una base agricola. Inoltre le grandi dighe della zona rappresentano un’importante fonte di energia per la Siria.

Quando le manifestazioni anti-regime scoppiarono nel marzo 2011 a Dara’a, una città del sud, e si seppe in tutta la Siria che le forze di sicurezza di Bashar al-Assad sparavano sui civili, Hamza e molti altri si unirono alle rivolte. “Volevamo essere liberi”, dice. “Ci sembrava una cosa ovvia.” Man mano che la rivolta contro Assad si diffondeva in tutto il paese e il conto delle vittime aumentava, decine di migliaia di persone lasciarono Aleppo, Homs, Idlib e altre città e paesi sotto attacco e arrivarono a Raqqa, che si trova sulla riva settentrionale del fiume Eufrate. La città crebbe e divenne nota per un po’ come “l’hotel della rivoluzione.”

Nel marzo 2013 l’Esercito Siriano Libero (FSA) insieme alle forze ribelli islamiste, tra cui al-Nusra, acquisì il controllo della città e per festeggiare abbatté una statua del padre di Assad, Hafez al-Assad. “Raqqa fu la prima città liberata in Siria”, dice Hamza. Ma all’incirca nello stesso momento membri dell’ ISIS (o Stato Islamico), sventolando le loro bandiere nere hanno cominciato a raggrupparsi nella vicina città di Slouk. “In un primo momento non si trattava che di quindici persone all’incirca”, racconta Hamza. “Nessuno di noi se ne rese conto “, fino a quando i combattenti di al-Nusra non cominciarono a passare all’ ISIS – che aveva la sua origine in Iraq. “Nel corso del tempo circa il novanta per cento dei combattenti di al-Nusra della zona divenne parte dell’ISIS, e solo il dieci per cento di essi si rifiuto’”.

A maggio del 2013 i combattenti dell’ ISIS iniziarono a compiere incursioni per sequestrare e attaccare i leader dell’Esercito Siriano Libero, ed entro la fine dell’estate si verificarono scontri di vasta portata con le truppe del FSA. Quando quest’ultimo inizio’ a subire le sconfitte, le autobombe, i rapimenti e le esecuzioni, ci dice uno dei giornalisti al tavolo, alcuni dei suoi soldati piombarono “in uno stato di totale terrore” e si unirono all’ ISIS. La popolazione di Raqqa poté vedere che l’ISIS diventava sempre più forte, acquisendo armi pesanti provenienti dall’Iraq e soldati esperti che avevano combattuto nell’esercito iracheno sotto Saddam Hussein. All’inizio del 2014 l’ ISIS aveva il controllo assoluto della città. Moschee invase, la popolazione cristiana scacciata dalla città, i principali edifici comunali trasformati in quartier generali. La campagna di propaganda che lo Stato Islamico mise in campo in seguito alla presa di Raqqa ebbe come conseguenza un’ondata di arrivi stranieri.

“Nessuno considerò realmente il califfato fino al 2014, quando dichiararono Raqqa la loro capitale e questi tizi cominciarono ad arrivare da tutto il mondo,” mi dice uno dei giornalisti del RBSS. “Era come a New York, una seconda New York! Persone provenienti dall’ Australia, dal Belgio, dalla Germania, dalla Francia! Una marea universale! ” “Forse la prossima Coppa del Mondo sarà a Raqqa”, dice con sarcasmo un altro giornalista.

I giovani combattenti stranieri erano, e rimangono, dei personaggi privilegiati in città. Ce ne sono migliaia a Raqqa, uno dei giornalisti aggiunge, “per strada li vedi dappertutto. Amano i fast food e gli internet-café. Adorano la Nutella e hanno lattine e lattine di Red Bull. Cioccolata, cheesecake! Con la gente in miseria che vede tutte queste cose costose! Ma l’ ISIS tiene a mantenere di buon umore le reclute occidentali “

La prima crocifissione è arrivata all’inizio della primavera – un evento orribile da rievocare, ancora adesso; tutti al tavolo ricordano lo shock. In seguito accadde di peggio: due persone colpite alla testa da carnefici dell’ISIS, crocifisse, esibite per giorni nella principale rotonda della città come monito per tutta la popolazione. “E’ stato qualcosa di nuovo che non avevamo mai visto, questo tipo di violenza”, dice Hamza. “Hanno cominciato a tagliare teste, a crocifiggere, diffondevano il panico ovunque. “C’erano editti contro gli alcolici e il fumo. Le donne, assoggettate ad una ‘polizia morale’ femminile chiamata Brigata Khansaa, furono costrette ad indossare il velo, e più avanti, a calzare solo scarpe nere. Vengono picchiate se il loro niqab è in qualche modo troppo rivelatore, o se il velo è troppo sottile, o se vengono beccate a camminare da sole per la strada.”

“Credo che le donne siano coloro che soffrano maggiormente sotto l’ ISIS”, afferma un membro del RBSS. “Non possono mostrare i loro volti. L’ISIS crea loro molti problemi; per strada prendono i bastoni e le colpiscono se il velo permette di vedere i loro occhi. Le chiamano, ‘ehi, ehi, vuoi sposarmi?’ La gente è diventata così povera, le famiglie così deboli, che alcuni danno le loro figlie all’ ISIS. E loro accettano. A volte è l’ISIS che le costringe a farlo, come nel caso degli Yazidi (popolazione di lingua curda che abita soprattutto nel nord dell’Iraq – ndt): lo Stato Islamico sostiene che questa gente crede in Satana, e per questo le loro donne passavano da un uomo all’ altro, vendute, violentate, abbandonate.

Le scuole furono chiuse. Gli Imam dello Stato Islamico presero il controllo delle moschee. Molti bambini furono mandati in istituti religiosi dove venne loro inculcata la fede islamica nella sua forma più fanatica, e da lì in campi di addestramento militare, dicono gli attivisti. “Non tutti coloro che hanno aderito all’ ISIS lo hanno fatto perché credono in quell’ ideologia”, afferma Hamza. “Ho un amico che è andato con Ioro, ma a cui l’ ISIS non piace affatto. … L’ho chiamato e gli ho detto: ‘Perché ti sei unito a loro? Tu li odi! ‘ Ha risposto:’ Io sono un medico e loro non mi lasciavano lavorare. Mi hanno detto ‘se vuoi lavorare devi unirti a noi.’ Non potrei vivere altrimenti, ho dei figli … ‘”

Secondo i membri del RBSS lo Stato Islamico si rivolge per il reclutamento alla gioventù locale. Con le scuole chiuse i ragazzi perdono tempo per strada. I membri dell’ ISIS fanno amicizia con loro, fanno loro dei regali – a volte dolci, a volte un telefono cellulare. Chiedono ai bambini di unirsi all’ ISIS ma, aggiunge un giornalista, ” gli dicono, ‘Non parlarne ai tuoi genitori.’ So di un bambino che era scomparso da mesi. I suoi genitori lo cercarono dappertutto. Un ragazzino di tredici anni. Alla fine il padre si rivolse ad uno dei capi dell’ ISIS: ‘Dimmi dov’è mio figlio, ti pagherò.’ Si scoprì che il ragazzino era in un campo di addestramento. Loro rapiscono i bambini e li inviano alla moschea per istruirli in modo che subiscano il lavaggio del cervello, indottrinati in una forma estremista dell’Islam. In seguito vengono inviati in un campo militare dove insegnano loro come combattere, come costruire e trasportare bombe. Al termine degli studi gli viene ordinato di giustiziare qualcuno – a volte si tratta di una decapitazione, a volte tagliano la testa ad una pecora “.

Non si può verificare facilmente ogni affermazione fatta dai giornalisti del RBSS, ma i racconti di estrema crudeltà che hanno fornito sono coerenti con quanto riportato da giornalisti come Rukmini Callimachi e Azadeh Moaveni sul Times, da Ben Taub sul New Yorker, e da molti altri che hanno ampiamente intervistato membri del ISIS e varie vittime in Iraq, Europa, e lungo il confine turco-siriano.

Il più potente strumento di indottrinamento dell’ISIS è Internet. Lo Stato Islamico magnifica sia la santità dei propri scopi morali, storici e politici , sia i suoi atti di vendetta contro tutti quelli che marchia come infedeli, e pubblicizza il tutto senza vergogna. “Se googlavi ‘Raqqa’ in quei primi giorni, come primo e unico risultato usciva il loro materiale,” mi raccontano. “Questa fu una delle ragioni per cui un sacco di combattenti stranieri (i cd. foreign fighters – ndt) lasciarono i loro paesi. Ed è per questo motivo che noi abbiamo cominciato. “

A metà aprile 2014, appena un mese dopo le prime crocifissioni in città, un gruppo di sei giovani con le stesse idee iniziarono a scambiarsi opinioni su Facebook. Il gruppo ebbe modo di ampliarsi per breve tempo prima di essere scoperto dall’ISIS, ma nel giro di due o tre settimane un imam locale dichiarò che chiunque avesse collaborato con i RBSS sarebbe stato rintracciato e giustiziato. Alcuni civili sono stati arrestati semplicemente perché hanno messo un “like” ad un post sui social network.

Imperterriti, gli attivisti hanno postato sui network fotografie e resoconti della vita quotidiana a Raqqa; l’idea era quella di combattere la propaganda dello Stato Islamico sul campo digitale. Nel mese di maggio 2014, RBSS ha subito la sua prima vittima. Un attivista al bar mi racconta: “Uno dei nostri reporter è stato fermato ad un posto di blocco e il suo equipaggiamento è stato confiscato e perquisito.” E’ stato imprigionato per tre settimane e infine giustiziato in una piazza pubblica di Raqqa.

“All’inizio non pensavamo fosse così pericoloso”, dice Hamza. “Non pensavamo che ci avrebbero giustiziati. Tutti noi eravamo stati arrestati dal regime di Assad più di una volta durante la rivoluzione. Ma dopo questa esecuzione ci siamo incontrati ed abbiamo iniziato a dirci che non volevamo perdere più nessuno, ed abbiamo cominciato a considerare l’idea di smettere. Però alla fine abbiamo deciso che le nostre vite non erano più importanti della vita del nostro amico che era stato ucciso. “

Gli attivisti si sono organizzati secondo modalità che sperano essere più sicure e meno tracciabili. Alcuni di loro hanno lasciato Raqqa e la Siria per poter essere di aiuto “dall’altra parte”; Hamza ad esempio prese un autobus fuori Raqqa diretto in Turchia ed ora vive, come la maggior parte degli altri al tavolo con noi, in Europa. Altri sono partiti dopo l’esecuzione del loro compagno ma sono rimasti attivi, e ricevono fotografie, video, resoconti dai loro colleghi sotto copertura a Raqqa che poi postano sui social media.

I membri del RBSS si sentono totalmente delusi dai tentativi dell’Occidente di sconfiggere da un lato Assad che ha respinto l’opposizione finora, e dall’altro lo Stato Islamico, che ha subito recenti perdite in Iraq e in Siria ma che si è dimostrato capace di infliggere ingenti sofferenze nel Sinai come a Beirut e a Parigi . “Il problema che noi siriani abbiamo con gli Stati Uniti è che subiamo da cinque anni gli attacchi con le barrel bombs (bombe imballate in grossi fusti – ndt)”, afferma uno dei giornalisti. “Quando Assad ha ucciso tanti innocenti molte persone hanno perso la speranza. Gli Stati Uniti hanno preso le armi solo dopo l’attacco chimico, quando Assad ha oltrepassato la cosiddetta ‘linea rossa’. Questo ha fatto apparire l’America bugiarda e debole.”

“Quando si dice Raqqa la prima cosa che la gente pensa è: ISIS”, ha continuato. “Dimenticano centinaia di migliaia di civili, persone normali come noi. Io non sono un terrorista. Ci sono così tante persone, persone comuni, che vogliono vivere in una Siria libera e democratica. Vogliamo ricostruire la Siria, e l’unico modo in cui possiamo farlo è attraverso la nostra organizzazione di società civile e altre simili. Nel momento in cui gli Stati Uniti e altri governi vogliono combattere l’ ISIS sui social media i loro account di Twitter sono visti solo come propaganda; ma quando la vita quotidiana viene mostrata attraverso di noi e si vede come realmente la si vive, la gente inizia a crederci. “

Parlando al di sopra del frastuono del jukebox e delle rauche conversazioni da bar del sabato sera, Hamza invita gli Americani a cercare di immaginarsi una città in cui “tanti 11 settembre continuano ad accadere mese dopo mese, anno dopo anno.” “La vita quotidiana sono gli aerei da guerra 24 ore al giorno sopra la tua testa”, racconta un altro membro. “La popolazione teme ancora di più l’idea che tutto il mondo voglia bombardare questa piccola città. La gente ha paura. La città di Kubani è stata completamente distrutta, la gente di Raqqa non vuole questo; noi amiamo la nostra città. L’Occidente dice: ‘Lasciate fuori i civili e bombardate l’ISIS.’ Ma non possono riuscirci. E ‘ come una grande prigione, le donne sotto i quarantacinque anni non possono partire senza un permesso speciale. E’ diventata un’area tribale, e le donne non possono andarsene senza gli uomini. L’ ISIS usa il popolo di Raqqa come scudo umano. “

I membri del RBSS hanno raccontato che i caccia americani hanno lanciato la maggior parte delle loro bombe su obiettivi alla periferia della città, e che il bersaglio dei loro droni sono stati i leader dell’ ISIS. Sostengono tuttavia che gli aerei russi hanno colpito un ospedale, due importanti ponti ed un’università. “Il problema che abbiamo con gli attacchi aerei (russi – ndt)”, sostiene uno di loro, “è che i loro aerei sono molto stupidi, non sono bombe intelligenti. “

Il pericolo per l’organizzazione è continuo. Quando l’ISIS arresta o giustizia un membro del RBSS – o qualcuno che credono possa essere un simpatizzante del gruppo – ne dà spettacolo sui social network. “Un video”, mi dice, “mostrava due nostri amici accusati di lavorare per noi, il che non era vero. Quelli dell’ISIS li hanno legati ad un albero e gli hanno sparato. Un secondo video mostra l’esecuzione di un altro nostro amico accusato di lavorare per noi. Lo hanno appeso ad un albero in un luogo isolato e gli hanno sparato alla testa; poi hanno fatto un video per dire che era morto ‘ silenziosamente’ (silently, come nell’acronimo del gruppo – ndt).’ Ci inviano in continuazione messaggi di questo tipo. “

Hamza riceverà a breve un premio dal Comitato di Protezione dei Giornalisti (CPJ) in nome dei suoi compagni, vivi e morti. (David Rednick fa parte parte del board del CPJ che ha organizzato questo incontro – ndA). Egli dedicherà il premio “ai nostri martiri”, agli “eroi anonimi” di questa campagna e al popolo di Raqqa. “Ognuno di noi riceve diverse minacce ogni giorno”, dice Hamza finendo il suo drink. “L’ultima contro di me proveniva da qualcuno in Germania. Il tizio ha detto che sarei stato il prossimo. Ma quando penso ai nostri reporter all’interno di Raqqa, io che sono fuori … io vivo una vita normale, facendo cose normali. In qualche modo, non mi interessa cosa ne sarà di me. Rispetto a loro, io non sto facendo nulla. “

  

9 COMMENTS

  1. Queste cose mi sembrano scritte per dei deficienti. Sono stato a Damasco non molti anni fa, dovevo andare a dormire dalle suore ma dopo un attacco di cagarella alla Grande Moschea mi sono perso e sono stato preso su dalla macchina di un cristiano, che scarrozzava un tizio di CL. Con l’accento veneto. Mi hanno portato dalle suore, ma io ero atterrito dallo shock culturale. Non riuscivo a scendere. Alla fine l’autista arabo ha detto ridendo: “maybe he thinks we’re people from Al-Qa’ida”. Allora ho capito che era tutto vero e che ero sul serio su una macchina di CL che mi aveva portato dalle suore. Il posto delle suore era bello e pulito e accogliente, tutto il contrario delle istituzioni cristiane della Giordania da cui venivo, che sembravano bunker hitleriani. Anche al museo nazionale mi hanno trattato benissimo, per quanto io abbia scambiato per una sinagoga la sala preservata in cui era stata dichiarata l’indipendenza della Siria, o giù di lì. A causa dei lampadari. Insomma erano poveri ma laici. Un tassista molto laico dopo un pistolotto contro Israele mi ha scucito 30 dinari invece di 13 con il solito trucco dei numerali inglesi. Proprio non capisco perché dovrei avercela con Assad quando prego tutti i giorni che gli schiavi filippini indiani e bengalesi dei sauditi si sollevino e massacrino tutti gli sceicchi e che gli schiavi delle altre infami petromonarchie del golfo facciano lo stesso in occasione del Mondiale. W Assad sempre e comunque, il peggior nemico dell’islamismo e il miglior nemico di Israele. Mettetevelo in testa comunisti, siate coerenti per una volta.

  2. Ma che significa questo commento? Che significa aggiungere confusione a confusione? L’art. pare abbastanza obbiettivo. Ma che vogliamo fare….gli avvoltoi? Non ce n’è abbastanza di…lezzo di cadaveri in quella terra così martoriata? Che significa ‘peggior nemico dell’islamismo’, che islamismo…? Mi fermo qui senza nessunissima intenzione di aprire una polemica….da avvoltoi verbali e/o ideologici..

  3. Cioè davvero non ci arrivi? Sostengo Assad punto e basta, senza nessun secondo livello, nessuna provocazione, perché il regime sputava sulla legge islamica e non facevano nemmeno il Ramadan. A Damasco c’erano i cristiani e i musulmani e stavano benissimo insieme sotto Assad. Ho visto io le donne in nero accalcarsi attorno alla tomba di Giovanni Battista per chiedere la grazia, se arrivano i bastardi dell’ISIS distruggono tutto e buonanotte. Contro la barbarie islamista 1 100 1000 Assad e 1 100 1000 Israele. A proposito, di che religione è Assad? Prova a informarti. Avrai una sorpresa.

    • Be’ non è che fosse poi così ovvio che la tua narrazione di diarrea e sorpresa di fronte al fatto che i siriani non fossero dei selvaggi come tu ti aspettavi andasse presa come un elemento di prova a favore del regime di Assad.

      D’altro canto è indiscutibile come la tua testimonianza di turista a Damasco vada presa con maggior peso di quella di Abdel Aziz al-Hamza. Sono sicuro che nella tua decina di giorni passati a Damasco tu abbia avuto modo di farti una idea ben più accurata della complessa situazione siriana di quello che viene raccontato da Hamza. E poi chissà che secondi fini può avere Hamza con la sua narrazione, mentre la tua obbiettività è chiaramente messa in evidenza dal non avere paura di definire come comunista chiunque si trovi qui a leggere un articolo di quel covo di bolscevichi che è il New Yorker.

      Per concludere, Assad è alawita, cosa nota a chiunque abbia un minimo di interesse per il Medio Oriente, non capisco dove dovrebbe essere la sorpresa.

      • Grazie Nicola; quando uno inizia un commento con la frase “queste cose mi sembrano scritte per dei deficienti” già dimostra di non voler capire e di voler soltanto rimestare la melma. questo articolo in realtà si limita ad esporre la testimonianza di chi ha vissuto e sofferto a Raqqa, e Hamza ed i suoi compagni meritano quantomeno rispetto per quello che fanno e il pericolo che corrono. point final.

  4. E infatti moltissimi siriani e la stragrande maggioranza degli abitanti del Medio Oriente, eccezion fatta per Israele, sono dei selvaggi. Dov’è che ho negato questa cosa così ovvia? Sui siriani posso portare a testimonianza un’intera autostrada costeggiata di carcasse di cani randagi putrefatti. L’ho vista io, non me l’invento. Ricordo al centro culturale francese di Amman una ragazza siriana stravelata che soffriva di depressione e avrebbe tanto voluto farsi il bagno nella riviera di Latakia, anche detta Laodicea prima della schiavizzazione islamica. Al tempo di Assad era ancora pensabile. Ora, se non è scappata in Europa come mi auguro, sarà la schiava sessuale di qualche gruppo di “liberatori” islamici. Assad è alawita e nessuno sa cosa c’è davvero scritto su quel loro libro lì, c’è stato un tizio che ha provato a riscriverlo a memoria e l’hanno ammazzato. Insomma, con ogni probabilità sono una setta gnostica come i drusi o gli yazidi o i nostri catari, musulmani per modo di dire, ed ecco perché la Siria era un posto laico e decente in cui vivere e speriamo che torni presto come prima. Fa bene Putin, quasi ridivento comunista a pensarci.

  5. Bimbi belli l’avete vista ora la mia spazzatura razziiiiiiiista? Cos’è davvero il Medio Oriente? Dove l’hanno imparata l’arte del borseggio e dello stupro di gruppo i ragazzi di Colonia? Dove se non in piazza Tahrir e in tutte le altre piazze della Primavera Araba/Turca, dove le ragazze troppo ingenue o troppo coraggiose per farsi scortare da un gruppo di maschi venivano regolarmente assalite e violentate? Non ci credete? Informatevi. Andate in Medio Oriente, godetevi il tassista che dà della troia a tutte le donne (poche) che lo sorpassano e si ferma obbediente come un cagnolino bavoso all’incrocio quando passa una camionetta paramilitare (i soldi ce li avete). È una cultura diversa questa, o è soltanto meno cultura, cioè barbarie? Ma voi continuate a sognare nella vostra Riserva Indiana, che è poi dove finiranno tutti gli europei nel giro di qualche decennio, se gli europei sono tutti come voi.

    • Il tuo è il solito ragionamento razzista, identico a quello osservabile alla fine del XIX negli USA: siccome tra gli italiani vi sono dei mafiosi e dei briganti, allora tutti gli italiani sono mafiosi o briganti, e che ne sarà del futuro del paese se li lasciamo venire. Quello che ripeti oggidì non è che una declinazione di questo medesimo paradigma.

      Quanto all’invito ad informarsi, non posso fare a meno di notare che la mis-informazione produce danni ancora maggiori dell’ignoranza.

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francesco forlani
Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017