“Qualcuno che lo vuole davvero”, Maartje Wortel

«Travel is nonsense» he announced. «The only thing you see is what’s already inside you.»

– James Salter

 

Oltre a una sorella maggiore e a un biglietto sul tavolo della cucina, il padre di Reza le ha lasciato anche un pascolo. Per il suo decimo compleanno le aveva promesso un pony. Il pony, come già previsto da sua madre, non è mai arrivato, il pascolo però è suo.

In realtà è soltanto un pezzo di terra fangosa in mezzo al polder, stretto fra altri due pascoli, una stradina e un ampio fossato, dove gli uomini del paese vanno a pesca di carpe e i ragazzi, con la bella stagione, fanno gare di saltafossi con un palo. Altre volte fanno giri su piccoli canotti, bevono lattine di birra tiepida e nuotano fra i topi muschiati per poi asciugarsi l’uno accanto all’altro sull’argine, gli occhi stretti per il sole e le guance striate di marrone dalle gocce d’acqua del fosso. Sulla strada asfaltata che attraversa il fossato costeggiando i pascoli, passano ciclisti e persone a spasso con il cane o che hanno qualcosa da dirsi, ma il più delle volte è tranquillo. Il più delle volte non c’è nessuno.

Sul terreno di Reza pascolano insieme pecore e capre che hanno brucato fino all’ultimo filo d’erba. Alla bestie però manca nulla: Reza le nutre a frutta e verdura. Ogni giorno va in paese con la sua Opel rossa a prendere gli scarti del fruttivendolo e carica le cassette colme di mele e ortaggi sui sedili posteriori. A volte ne mangia anche lei.

Dove il suo terreno confina con quello di un altro c’è un piccolo capanno, in cui gli animali trovano riparo quando piove. Reza invece vive in un enorme camper di metallo che sposta di tanto in tanto, ma che non usa mai per viaggiare. Di solito il camper sta vicino al capanno, il più lontano possibile dalla strada. Arrivando al polder sembra che nottetempo sia atterrata una navicella spaziale con a bordo una specie animale aliena, pronta a esplorare la Terra. Il camper è adatto al trasporto di grandi compagnie – band in tournée o famiglie in viaggio – ma da qualche tempo Reza ci vive sola, di fatto è un’abusiva. Il comune chiude un occhio perché suo padre, anche se non mette piede in paese da oltre quindici anni, era conosciuto nella zona, in ogni caso uno che contava.

Una volta, la sorella di Reza le ha domandato: «Mi spieghi perché una come te vive in mezzo al polder?»

«In che senso, una come me?» chiese Reza.

«Rees, dai.»

«Dai cosa? Sentiamo.»

«Una che comunque è già solitaria di suo» rispose sua sorella.

«Non sono per niente solitaria, questo lo dici tu.»

La sorella, spezzando un biscotto in due: «Va bene, magari solitaria non è la parola giusta, però è vero che sei sola.»

 

Reza non è sempre stata sola. Ha avuto molte ragazze. Non capiva nemmeno lei come ci riuscisse, le bastava un gioco di sguardi per strada o al bar e quelle la seguivano fino al terreno, nel camper. Alcune con più facilità di altre, ma non le era mai costato un grande sforzo. Naturalmente ce n’erano molte che volevano andare una volta con una donna per poterlo raccontare, per rompere la monotonia, per curiosità, per vincere una scommessa, cose così. Allora Reza faceva del suo meglio per fare colpo su di loro, per non essere dimenticata. «Magari si dimenticheranno che hai fatto del tuo meglio» diceva sua sorella «ma il camper in questo fangoso paesaggio olandese non se lo scordano più, te l’assicuro. Una volta sono andata a letto con un tizio che viveva in una scuola elementare. Un custode contro gli abusivi. Cinque aule, una palestra, un cortile con due scivoli e un campo da basket. Il suo nome l’ho dimenticato ma l’edificio me lo ricorderò per sempre.»

«Parla per te» disse Reza. «Tu sei fatta così, tesoro mio, ma mica tutti sono come te.»

«Ti sbagli. Se io sono fatta così, ce ne sono tanti altri come me.»

Reza sapeva che sua sorella aveva ragione. Era proprio questo che detestava della vita in città. Le persone sembravano diverse, ma in fondo erano tutte uguali. La infastidiva. Aspirava a una semplicità senza pretese che non cercasse approvazione: nuvole, erba, pecore, capre, uccelli, gente a passeggio, il fossato, fango, cani a zonzo. Preferiva un’immagine schietta in continuo movimento a un’immagine complessa che rimaneva sempre uguale. Così comprò il camper da un vecchio suonatore del Brabante e lo piazzò sul terreno del padre. L’uomo che una sera aveva abbandonato la famiglia, lasciando un biglietto in cucina con su scritto: NON VOLEVO.

Un pascolo, una sorella e un biglietto. Era tutto qui, e Reza lo sapeva. Da quando Mia l’aveva lasciata pensava sempre più spesso ad andarsene anche lei, bastava mettersi al volante e partire. Invece rimaneva al pascolo e rifletteva. Poteva scegliere, come tutti: andarsene o restare. Forse in fondo non c’era differenza.

 

–2–

 

Dalla mutandina del bikini uscivano le gambe lunghe e abbronzate, mangiate dalle zanzare. Come sempre, estate o no, Reza indossava stivali di gomma. Sopra il costume portava una canottiera bianca aderente. Stava leggendo un libro su una sdraio davanti al camper ma procedeva a fatica: le si chiudevano di continuo gli occhi. La svegliò dal torpore una voce che gridava: «Ehi! Signora! Signora!» Dietro lo steccato c’era una donna che a Reza ricordava vagamente qualcuno. Si sbracciava.

Reza si alzò e, avvicinandosi allo steccato, di colpo si vergognò delle gambe nude negli stivali che le sferzavano i polpacci come colpi di frusta.

«Può aiutarmi?» chiese la giovane donna. Aveva le guance rosse per l’agitazione e i capelli raccolti in una coda disordinata. Quando Reza fu vicina continuò a farle domande passando al tu. «Sono tue quelle pecore?»

Reza annuì.

«Ce n’è una sulla sponda del fossato. Nell’acqua. Ho pensato che era meglio avvisare. Non sembrava te ne fossi accorta. Posso scavalcare?»

Reza annuì. Il sole picchiava diritto sopra la sua testa.

«Hai per caso una corda, o qualcosa del genere?» chiese la donna.

Reza guardò in direzione del fossato. Come aveva fatto a perdersi l’ultimo quarto d’ora – la donna, la pecora? Da quando viveva qui, erano annegate tre pecore. Credeva che avrebbero imparato la lezione, che ormai sapessero di non doversi avvicinare all’acqua ma le bestie hanno la testa dura, proprio come le persone. È vero che avrebbe dovuto tosarle come fanno i contadini in primavera, che sembrano scartare una pecora un po’ alla volta per tirarne fuori un altro animale, più piccolo. Ma a Reza le bestie piacevano di più con tutto il mantello. Sapeva che ne sarebbe annegata un’altra se non fosse passato un contadino ad aiutarle con un trattore. Due donne sconfitte da una pecora lanosa e zuppa d’acqua.

«Sì, dovrei avercela una corda» rispose Reza. Si guardò intorno. La donna era rimasta sulla strada.

«Anzi, vieni con me.» Reza allungò la mano oltre lo steccato, la mano dell’altra scivolò nella sua: sudaticcia, e si sorrisero.

«Vivi qui?» chiese la donna mentre attraversavano il terreno verso il camper.

«Più o meno» rispose Reza. «Sì, in effetti.» Si rese conto che la sua presenza la rendeva nervosa. «Mi chiamo Reza, comunque.»

Mia disse di chiamarsi Mia. Aggiunse perfino il cognome, forse per falsa modestia, forse proprio perché sperava che Reza la riconoscesse. Era un’attrice famosa. Mia Slobodovic. A Reza era sfuggito che fosse un personaggio televisivo; di sicuro l’aveva vista in qualche film ma non era mai stata brava a ricordare le facce della gente. «Davvero non mi avevi riconosciuta?» le avrebbe poi chiesto Mia. «O facevi finta?»

«Non ti avevo riconosciuta, davvero» rispose Reza. «Vagamente, forse. In ogni caso non sapevo chi eri.»

«Molti fanno finta» disse Mia. «Il più delle volte fanno finta.»

Reza tirò fuori un cavo da traino dal bagagliaio della Opel e si diressero insieme verso il fossato. La pecora era già sprofondata nel fango per metà. Non sembrava turbata dalla situazione: se ne stava lì come se non avesse mai fatto altro e fissava ininterrottamente un punto lontano, come affascinata dalla distesa piatta dell’orizzonte. Le altre pecore osservavano la loro compagna dalla sponda. Anche loro in silenzio. Quando Reza e Mia si avvicinarono si allargarono appena, per poi radunarsi di nuovo sul fossato quasi non volessero perdersi nulla.

«Se posso dire la mia» disse Reza «si è già data per vinta.»

Mia non rispose, ma era chiaro che lei non si dava per vinta. Vestita com’era entrò nel fossato e legò il cavo attorno al corpo della pecora. Durante l’impresa scivolò due volte cadendo sul fondo viscido e poi, completamente fradicia ma senza farci troppo caso, risalì sulla sponda ed esclamò: «E adesso, issa!»

In un pascolo due donne tiravano un cavo da traino con attaccata una pecora. Ma per quanto forte tirassero, la pecora non si muoveva. Le uniche a muoversi erano loro.

«Non c’è nessuno che puoi chiamare?» chiese Mia dopo aver mollato la presa. «I pompieri, per esempio?»

«Forse la pecora non vuole essere aiutata» disse Reza. «Forse nel fossato ci è andata a finire apposta.»

«Un animale che si suicida?»

«Sì, l’ho appena letto in un libro. Ci sono uccelli che vanno a schiantarsi contro le rocce. In gruppo, tutti insieme.»

«Non credo che…»

«No, infatti» la interruppe Reza. «Hai ragione.» Non volendo sembrare scortese chiamò i pompieri, per Mia. Il bello dei servizi di soccorso è che all’altro capo del filo c’è sempre qualcuno che ti dice: «Arriviamo subito.»

Prima che arrivassero, a Reza venne un’idea. Fece segno a Mia di seguirla fino al cancello, per assicurarsi che le bestie non scappassero mentre entrava con la Opel. Mia aprì e richiuse il cancello, Reza si avvicinò in retromarcia alla pecora.

«Tu controlla se tutto fila liscio» disse a Mia risalendo in macchina. Premette sull’acceleratore dapprima con molta cautela, poi sempre più decisa. Lentamente la pecora cominciò a muoversi, rotolò su un fianco e poi scivolando risalì fino all’argine asciutto, ma si ritrovò a terra sul dorso, con le quattro zampe sottili per aria. Mia riuscì a rimettere la bestia su un fianco, spingendo con tutto il peso del corpo.

L’animale sembrava insieme esausto e impassibile. Proprio nel momento in cui Reza e Mia, l’una accanto all’altra, distolsero lo sguardo dalla pecora per guardarsi soddisfatte, una scintilla negli occhi, il sole sui volti stanchi ma appagati, a tutta velocità fece ingresso nel polder il camion dei pompieri, un rettangolo rosso che si avvicinava sempre di più e faceva pensare più a un pericolo che a un soccorso. Il veicolo frenò davanti al pascolo e subito dalle porte laterali saltarono fuori uomini in divisa. Si comportavano proprio come i pompieri nei film: con fare eroico, come se non fossero veri pompieri ma stessero recitando una parte. Reza non sapeva che anche nella vita reale funzionava così ma, naturalmente, quelli non erano diventati pompieri senza un motivo. I sei uomini saltarono lo steccato uno dopo l’altro.

«Non c’è più bisogno» urlò Reza, per risparmiare agli uomini una brutta figura. Indicò la pecora sdraiata accanto a lei; l’animale era nero di fango, pareva carbonizzato.

I pompieri non le diedero retta. Attraversarono di corsa il pascolo verso l’argine del fossato. Circondarono la pecora; odoravano di fumo.

«Per la Madonna» disse uno. «Per questo siamo intervenuti così in fretta? Per niente.»

E un altro disse a Reza: «Il più delle volte è per niente.»

Mia intervenne: «Ci spiace, comunque l’importante è che la pecora sia ancora viva.»

«Oh Gesù» disse il pompiere che un fino a un attimo prima era seccato. «Quella è la Borodovic! Vero? Sei Mia Borodovic?»

Mia annuì timidamente. Arrossì e Reza la guardò, guardò i vestiti sporchi e bagnati che le si incollavano sul corpo e pensò: per favore, voi e le vostre divise, perché non tornate sul camion e sparite?

«What a lucky day!» esclamò il pompiere. «Ti va di farti una foto con noi?»

Mia sorrise e alzò le spalle.

Quando finalmente gli uomini se ne furono andati, Mia chiese a Reza se aveva qualcosa da bere. Reza preparò dei gin tonic belli carichi di gin. Le due donne andarono a sedersi su un asciugamano all’ombra del camper, la schiena appoggiata al veicolo, e bevvero un paio di bicchieri. Dopo un po’ si ricordarono di dare un’occhiata alla pecora, che era ancora distesa su un fianco e respirava con una velocità estrema, ma presto se ne erano già dimenticate perché Reza baciò Mia, meglio che poteva, meglio di tutte le altre volte, la spinse a terra, sentì la pelle calda di questa donna nuova e avvertì un sapore di fango e di gin ed erano così ubriache ed eccitate che continuarono ininterrottamente a baciarsi senza rendersi conto dello scorrere del tempo e della gente che passava e fecero l’amore per terra davanti al camper mentre scendeva la sera e gli insetti si facevano sentire sempre più forte.

 

–3–

 

Quel mercoledì sera Reza aveva visto la sua ragazza in televisione e, irritata, aveva cambiato canale. Non sopportava di dover condividere Mia con gli altri spettatori, vedere il suo corpo muoversi su uno schermo. Aveva scoperto che quando recitava si comportava esattamente come con lei. Ma Reza era l’unica che poteva toccare e baciare la sua pelle bruciata. Da bambina Mia si era parzialmente ustionata; stava dalla nonna e una padella d’olio bollente le era caduta addosso; strisce di pelle più scura le correvano dall’ombelico al seno, come se fosse avvolta in un incarto, come le pecore. Mia non accettava mai ruoli se c’era da spogliarsi. Ma con Reza la sua nudità non era mai stata un problema. «Intuito» le aveva detto. «Sapevo che non te ne sarebbe importato. L’ho visto subito da come mi guardavi.»

Già da qualche ora Reza era a letto sdraiata su un fianco ad aspettare che Mia tornasse a casa e sentiva che l’attesa stava montando in una rabbia insensata. Doveva uscire, bersi una birra sotto il cielo stellato, con la certezza del Grande Carro sopra la testa, l’Orsa Maggiore, costringersi alla calma. Invece restava a letto in fondo al camper con la testa sul materasso e i cuscini contro la curva parete metallica. C’era silenzio e buio e freddo. Una volta Tip Marugg aveva descritto la sua cameretta come un piccolo quadrato nero, inserito in un altro quadrato nero più grande. La sera, quando sbirciava sotto lo spiraglio della porta e i suoi genitori spegnevano la luce, tornava a far parte del tutto; un grande quadrato nero. Reza non era sicura di ricordare bene le parole, ma l’immagine del quadrato nero la tranquillizzava quando si sentiva sola o isolata. Pensava: anche mio padre è da qualche parte. Anche mia sorella. Anche Mia, adesso. Eppure non riusciva a trattenere a lungo questi pensieri. Era come se la luce filtrasse ancora da sotto la porta. Pensava: io però sono qui sola come un cane, Cristo, nel mio quadratino nero in mezzo al polder, ad aspettare che la mia ragazza torni a casa. Si liberò con un calcio delle coperte e andò in cucina, dove versò in una pentola dell’olio di semi, aspettò che sfrigolasse, versò del mais e coprì la pentola con un coperchio di vetro. Attese di sentire il mais scoppiettare contro il coperchio, guardò come i chicchi duri e immangiabili diventavano popcorn diffondendo nel camper un odore di grasso. Come una cosa poteva trasformarsi tanto rapidamente in un’altra. Cosparse di sale i popcorn, tornò a letto, telefonò a Mia. Non rispondeva.

La sveglia digitale segnava le 02:08 quando Reza sentì arrivare una macchina. Vicino al pascolo il motore si spense, qualcuno scese. Poco dopo udì un tramestio alla porta, la chiave nella serratura. Per qualche secondo ebbe paura che fosse un intruso, non c’era molto da rubare ma avrebbero potuto benissimo violentarla lì, nel suo terreno. Non aveva che se stessa per proteggersi.

Era Mia. Lo capì dal rumore delle fibbie quando lei si tolse gli stivali, dai passi leggeri. Mia sollevò il coperchio della pentola e prese una manciata di popcorn. Qualcuno che c’è. Qualcuno che torna a casa.

Reza però non era ancora del tutto tranquilla.

Negli ultimi tempi Mia tornava al camper sempre più spesso nel cuore della notte, anche durante la settimana; aveva le prove, diceva, ma non è una cosa che si può controllare. «In fondo è tutto un’unica, grande prova» aveva detto Reza. Voleva che sembrasse una battuta e Mia aveva risposto: «Sì, tesoro. Tocca continuare a esercitarsi.»

«Ehi, sei ancora sveglia?» domandò Mia entrando nell’angolo notte.

«Secondo te? Come faccio a dormire se tu stai via tutta la notte?»

Saltò fuori dal letto, tirò giù la camicia da notte coprendosi le natiche, rabbrividì. Pensò: Non devo cominciare, ma non riuscì a trattenere a lungo quel pensiero e, naturalmente, cominciò.

«E tu?»

«E io cosa?»

«Divertita, tutto bene?»

«Benissimo» rispose Mia.

«La solita prova.»

«Fammi annusare le dita allora» disse Reza, più calma possibile.

Mia la guardò incredula, le pupille che si dilatavano. Era terribilmente bella, come quasi tutte le attrici, come se anche quel fascino fosse un’arte.

«Forza, dai qua! Fammi sentire.»

«Cristo, che ti prende?» chiese Mia.

«Se non è successo niente puoi anche farmele annusare, no?»

Reza afferrò il polso di Mia e l’attirò a sé, senza che lei opponesse resistenza. Avrebbe potuto agitare la mano di Mia in un saluto, baciarle teneramente il palmo o darsi uno schiaffo in faccia, invece se la portò sotto il naso come una coscia di pollo che stava per addentare.

«Annusa» gridò Mia. «Annusale pure, porca troia. Cosa credi? Che vado in giro a ficcarle nelle altre? Dovevo farlo da tempo, gelosa del cazzo. Lecca, lecca pure, magari riconosci qualche sapore.»

Reza allentò la presa, lasciò il polso di Mia e vide i suoi occhi tristi e furibondi e Mia disse che Reza le faceva schifo e Reza disse scusa, davvero, e che le dispiaceva, davvero, e che non era in sé. Ma dentro di lei sapeva di essere esattamente così, tutto il resto era stato finzione, per tutto il resto si era mantenuta in punta di piedi, ma ora non ce la faceva più. Avrebbe potuto dire a Mia tutto quello che le passava per la testa, di come era rimasta ad aspettarla, non solo stanotte, le avrebbe potuto dire da quanto tempo ormai stava aspettando, avrebbe potuto scagliare nella cabina centinaia di pensieri ad alta voce, brutti e belli, ma le parole sarebbero rimbalzate sull’acciaio perché Mia non le avrebbe sentite, anche lei sapeva com’era fatta Reza. Quando Mia andava da sola in bagno, Reza non poteva fare a meno di chiedersi: «Che ci va a fare?»

Mia uscì dal camper. Reza sentì sbattere la porta dalla quale Mia era entrata poco prima. In un certo senso era scomparsa ma ancora non del tutto, doveva prima lasciare il polder per scomparire dalla sua vita.

Solo dopo qualche minuto Reza reagì. Saltò fuori dal camper a piedi nudi e attraversò di corsa il terreno verso il cancello. Mia era al volante della sua macchina. «Torna indietro. Torna indietro, ti prego!» gridò Reza attraverso il pascolo. «Ti amo» urlò. Smise di correre e rimase immobile, attese qualche secondo, guardò l’intensa luce dei fari ma naturalmente non scese nessuno. Mia diede gas e imboccò la strada del polder per lasciarsi alle spalle la campagna. Reza avrebbe potuto mettersi a correre, seguire Mia con la sua Opel rossa, tornare nel mondo. Invece guardò i fanali posteriori e rinunciò; era terribilmente stanca. Lasciò cadere la testa indietro, guardò il cielo blu inchiostro che sarebbe diventato sempre più nero, per poi tornare a colorarsi, di blu, di viola, di rosa, fino a che il sole non fosse sorto di nuovo sul polder, lasciando filtrare luce attraverso gli spiragli. Reza ripensò alla pecora e comprese che quel primo giorno non era stata salvata solo la pecora, ma anche lei stessa, anche Mia. Anche se Mia si fosse completamente dimenticata di lei, dopotutto rimaneva la storia della pecora. Dopotutto non era annegata.

 

 

*

Maartje Wortel (1982) ha debuttato nel 2009 con una raccolta di racconti intitolata Dit is jouw huis (Questa è la tua casa) edita da De Bezige Bij e premiata con l’Anton Wachterprijs come miglior debutto letterario. Dopo altri due romanzi pubblicati dalla stessa casa editrice, è uscito nel 2015 Er moet iets gebeuren (Deve succedere qualcosa) con Das Mag, costola della rivista letteraria olandese Das Magazin fondata nel 2011.

La traduzione di “Qualcuno che lo vuole davvero” è a cura di Martina Dominici, Olga Amagliani, Chiara Nardo.

 

 

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