Gente perbene

di Renata Morresi

Sono appena tornata dai funerali di Civitanova, Marche, Italia. L’ho saputo proprio all’ultimo, dopo due giorni in giro fuori, senza connessione, non capisco perché nessuno m’abbia telefonato per dirmelo, un messaggio, niente. L’ho saputo solo sabato, nel primo pomeriggio, mentre me ne sto ancora in pigiama a trafficare davanti al computer. Prima m’imbatto in questo status di Eleonora – siamo in classe insieme nello stesso corso, nella speranza di trovare uno straccio di lavoro reale – :

Ecco, io ieri sera mi sono allungata sul divano, pensando di lasciarmi alle spalle la prima parte di un qualcosa che dentro di me so essere un’ennesima sanguisuga attaccata sulla pelle di gente perbene. Ecco, io sul quel divano ho preso il telecomando, ho acceso la televisione e mi ha travolto il silenzio di una silenziosa disperazione, quella che ti fa credere che essere perbene sia una maledizione, quella che ti fa pensare che magari c’è un altro posto in cui nessuno potrà calpestarti mai più.

Bevo il mio caffè e non capisco, mi piace e non capisco, funziona un po’ così su Facebook, arriva sempre prima la pelle e a volte solo quella. “Mi piace”, e passo oltre. Dopo due minuti Alessandra mi tagga a una manciata di suoi versi, una poesia agile e stretta, che fa scivolare veloce il cursore, un solo verso più lungo, repentino: “oggi muoiono in tre a Civitanova”. Si vede che una cosa non capìta passa, ma la somma di due cose non capite e uguali smuove. Figuriamoci tre.

Dopo un secondo sono su Google News. Dopo un secondo infilo i jeans e il giubbetto. Dopo un secondo sono in macchina che scendo verso la costa. Sto andando ai funerali, non so bene perché, a che titolo, secondo quale fede, cosa cerco, cosa offro, ma dentro la testa sto già scrivendo questo. Sto guidando, sto guardando, sto scrivendo di queste cose attorno. Eccola la primavera marchigiana, mezzo sole e mezzo freddo, le molte strade che la rigano da est a ovest, quasi tutte lasciate a metà a ridosso dei monti azzurri, riasfaltate quando passa un papa per i santuari qua intorno, di qua e di là i campi a rotazione, scacchi di terra che alternano grano, granturco, barbabietole, girasole, i campi fotovoltaici, i vivai, e più vai verso il mare, le zone industriali, i capannoni abbandonati, le enormi scritte Vendesi sui pacchiani centri commerciali mai finiti, le sale scommesse e le villette a schiera, dove in ogni cucina per decenni le donne cucivano tomaie per le fabbrichette della zona, la miriade di piccole ditte e officine dismesse, la mega-villa di Della Valle qui a due passi. Appena arrivi in una nuova cittadina t’accolgono le rotonde affittate ai grandi marchi, coi loro insulsi logo-monumenti. Una caterva di cartelloni pubblicitari t’annuncia una animazione che vedrai solo nei motorini. Giro a destra, poi a sinistra, sono sul lungomare, con le lunghe file di palme straprotette da giunte comunali di ogni colore, per creare quell’effetto caraibico che pare piaccia tanto alla famiglia-tipo in vacanza. Eccomi qui, in questo ex-borgo marinaro, ex-centro del boom della scarpa, ex-salottino buono dei modaioli, dove all’ultimo giro il movimento 5 stelle ha stravinto. Questa è la riviera Adriatica, coi lounge bar fichetti e a pochi metri le prostitute sulla statale, le vetrine stilose in centro, che cambiano gestione una volta l’anno, i Suv parcheggiati sul marciapiede, i pescatori a rezzaglio alla foce del fiume, i capannelli di badanti ai giardinetti, i pakistani che giocano a cricket al primo spiazzo che riescono a trovare, quelli di Forza Nuova ad attaccare manifesti. Non è né Nord, né Sud, e ha grossomodo i difetti e le virtù di entrambi, con la goffa scontrosità e la grezza vitalità di ogni provincia, con l’improvvisazione e il tira’ a campa’ di tutta Italia.

Sto per arrivare in piazza, alla chiesa dei funerali, non c’è tanto traffico e trovo subito posto e allora mi prende un magone, la paura che la città non sia venuta, che non saremo che quattro gatti, che la solitudine abbia infettato tutti e non importi a nessuno di questa cosa pazzesca: di essere soli anche se non in uno, di essere succubi non solo in coppia, di essere impotenti in così tanti, una famiglia di tre che s’ammazza. Penso e cammino e quasi corro per fare più in fretta e tre mi sembra un numero così enorme, tre persone adulte che si siedono a tavola ogni giorno e il loro tavolo si squaglia, tutto quello che li unisce e separa si squaglia, e si scivolano addosso, l’uno sull’altro fino a essere uno stesso corpo, e poi uno stesso posto vuoto, il corpo affondato nella solitudine nera, nera, nera. Solo lei mangia.

Giro l’angolo finalmente, la città è venuta, la piazza è piena. Adesso rallento, mi sento un po’ storta e ridicola, sono arrivata di corsa, sono arrivata tardi, vado più piano e giro lenta in mezzo alla folla, e non solo perché so che non entrerò nella chiesa che oramai è troppo piena, ma perché voglio sentire, ho la stupida fame di sapere cosa si sta dicendo la gente. E cosa vuoi che si dicano, che è una tragedia, che ogni giorno ne muore un altro, che il comune doveva sapere, doveva intervenire, che è uno schifo, c’è chi dorme col cane nel letto, chi va alla messa ogni giorno, che mio nonno operaio andava a roma a fare le lotte, che nessuno ha mosso un dito, che i delinquenti non si suicidano mai, che il sindaco s’è portato a casa i rom e noi adesso, che i grillini però, che è colpa della banca, è colpa di equitalia, che è perché loro non hanno chiesto, che perché loro si vergognavano, che è una vergogna, che vergogna, vergogna, vergogna, assassini, assassini, assassini – quando escono gli amministratori locali – omicidio di stato, e, alla fine, uccido un politico! uccido un politico!
La cosa più strana che ho sentito è questa: È che non avevano figli – e questa frase mi sembra così assurda, così vera. Mi illumina d’un tratto sul nostro nuovo proletariato, su un’Italia che ha affondato la borghesia senza liberarsi del borghesismo, un paese dove non avere figli non solo è, come volevano i tradizionalisti, contro natura, ma è anche, quando invecchi, fatale.

Adesso sto sulla soglia della chiesa, scivolata su un fianco del portale d’ingresso. I carabinieri si sono girati verso l’interno per la benedizione. La messa è finita, la gente s’addensa per uscire, ma non c’è calca, solo una gran confusione di voci, tra chi parla sommessamente, chi parlotta nervosamente, chi piange. Si fa silenzio quando una signora bionda raggiunge il microfono, a leggere un messaggio che le amiche hanno scritto ad Anna Maria Sopranzi: Ti ricorderemo che leggevi il giornale sul tuo terrazzino, ricorderemo il tuo sorriso buono. Non eri tu a doverti vergognare della tua povertà.

Sono parole semplici, quelle sulla bontà. Sono, dicono i cinici, le parole di rito pronunciate sempre ai funerali. Ma come fai a non credere alla bontà di queste persone, tre che si organizzano insieme per tirare a campare, non sanno chiedere aiuto ai servizi sociali, ma uno si fa un orticello, uno, lasciato a piedi dal fallimento della ditta, s’arrabatta a cercare lavori, a pagare debiti e arretrati, una pensa all’affitto con la pensioncina da artigiana, come fai a non crederci? a questi pensionati indigenti, a questi licenziati dal presente, al loro esodo da ogni diritto? a una coppia di sessantenni che lascia un biglietto ai vicini con su scritto “scusateci”? a un fratello che capisce d’un tratto di essere solo e non ha un’esitazione, va dritto giù al porto? a un uomo che a quelli che accorrono e s’arrampicano sugli scogli e gli gridano “fermati”, “nuota”, con la mano fa cenno di no, che vuole morire? Ah, lo so, lo so, sto scrivendo con tutto questo pathos e mi scordo di dire che così sta facendo l’Italia, un paese che per anni invece di protestare, resistere e pretendere diritti e rispetto, s’è lasciato affondare.

O forse, forse non è anche questa disobbedienza civile?

Sono in mezzo alla folla e non vedo più niente, mi alzo sulle punte e scorgo solo le telecamere alte sulle braccia dritte degli operatori, inquadrano qualcuno là in mezzo, c’è chi dice il sindaco, chi la presidente Boldrini. Che diritto avete di stare qui, urla qualcuno. Escono le bare, tutti applaudono. C’è una signora semplice vicino a me, continua a parlare da sola, perché applaudite, bisogna piangere, perché applaudite, bisogna piangere. Un altro, sottovoce: ci vuole un grande forza, un grande coraggio. Penso che voglia dire che occorre grande forza per tirare avanti, farsi coraggio per vivere, ma ora che lo scrivo non ne sono più così certa. Vorrei dire qualcosa anch’io, ma sarei solo un’altra voce.

 

*

 

Sono tornata a casa, davanti ho una poesia di Massimo Gezzi, “Sul molo di Civitanova”.

A un certo punto dice:

 

Non è mai finita, penso mentre guardo
i tuoi capelli rovistati dal grecale
finché non muore tutto
c’è speranza di risolverlo il dilemma
che mette il segno uguale tra vita
e non vita, in quest’angolo di porto occidentale
che ogni volta è se stesso ma insieme
è anche altrove, e per caso non coincide
con il luogo dove gli uomini
vendono tutto per fame

 

Mentre la leggo mi pare incredibile che questi versi di qualche anno fa traccino così bene la geografia della disperazione di oggi: il salto veloce tra vita e non vita, il caso che gira e fa di questo luogo un altrove, quello degli ultimi. Sono i versi di un giovane uomo, pieno di sentimento del mondo, sì, del suo dolore, ma anche di fede.

Di lì a poco tornerò in rete, riscriverò a Eleonora:

Ciao, sono appena uscita dal funerale, ovvero, non sono mai entrata visto che la chiesa traboccava di gente – gente in lacrime, gente incredula, gente arrabbiata, e tanti hanno urlato, sì, molti urlavano anche contro, e a stare insieme, ho notato, l’urlo, lo sfogo, persino il pianto vengono meglio, liberano veramente – ma come liberarsi dalla solitudine quando sei solo, dalla disperazione quando sei disperata, quella è la cosa difficile davvero, tanto da sembrare, a volte, addirittura eroica. Non so bene cosa mi ha portato qui, di certo non la fede, d’istinto mi viene da dire la fede in questa gente semplice, come dicevi tu, semplicemente perbene.

 

32 COMMENTS

  1. E’un testo che stringe il cuore. La crisi non è una parola privata di senso. Si vive nella lotta quotidiana. Penso a donne corragiose che partono ogni giorno al combatto per nutrire bambini. Quando non c’è piu niente da mangiare, che cosa fare? Quando fa freddo dentro la casa, quando ogni gioia scompare, comme vivere?
    La crisi attaca i più fragili, più onesti e sensibili.

    Roberto Saviano ha raccontato con il suo talento e la sua sensibilità l’anno scorso sul sucidio in tempo di crisi. Il suicidio non è più una tragedia intima, è catastrofe collettiva. Oggi si suicida sul luogo del lavoro,;a casa e in macchina, quando il lavoro manca.

    Credo che non dobbiamo aspettare del governo (vale per la Francia anche). Dobbiamo trovare solidarietà tra cittadini dellEuropa.

  2. È come se ci avessi portato lì. In un passaggio di questa tua testimonianza c’è “una signora semplice” che “continua a parlare da sola, perché applaudite, bisogna piangere, perché applaudite, bisogna piangere.” Ma il tuo scritto, il tuo rendere testimonianza di quanto stava accadendo lì, mi ha convinto che quell’applauso è “un tributo”, “una lode”, forse la sola mai rivolta tanto pubblicamente ai coniugi Anna Maria e Romeo Dionisi e al fratello di lei. In quell’applauso si stringono il personale in senso stretto al politico in senso stretto. Quell’applauso era lo stringersi di chi era lì in un abbraccio, dentro una commozione forte. E era anche quel grido: “ “fermati”, “nuota” “, ma l’anziano Giuseppe non ha parole, è totalmente dentro la sua tragedia la sua emozionalità e “con la mano fa cenno di no”, affermando e attestando così il suo inestimabile valore di persona. Grazie.

  3. E’ importante che tutti noi si smetta di aspettare aiuto dall’alto, dal governo poi men che meno, che si impari, che ci si sforzi di impararare la solidarietà, che si recuperi nel nostro intimo le più belle risorse per stare insieme da esseri umani, per aiutarci l’un con l’altro creando realtà alternative,… sta già incominciando da qualche parte … occorre che dilaghi. Mi piace pensare che questo tempo cupo, questa crisi, possa restituirci, sebbene attraversando sforzi e dolore, a noi stessi e a uno stare insieme aperto al futuro …

  4. Grazie Renata, e Silvia.

    la notazione sull’essere rimasti senza figli è spaventosa, spaventosamente vera.

  5. Grazie, Renata! Mentre tu scrivevi quste righe, con alcune amiche e amici comuni si scriveva quelle che copio di seguito e che oggi abbiamo inviato ai giornali.
    La misura è colma!

    Lettera aperta

    Il triplice suicidio avvenuto venerdì 5 aprile a Civitanova Marche per la disperazione provocata dalla crisi è la goccia che fa traboccare il vaso, perché questa tragedia, l’ennesima, è avvenuta in una regione di lavoratori e lavoratrici che da sempre faticano senza chiedere; in una regione, inoltre, che fino a pochi anni fa era uno dei traini dell’Italia e che quest’anno riceverà soltanto 25 milioni di euro per la Cassa integrazione in deroga a fronte di una domanda di 140 milioni, in un contesto nazionale ancor più preoccupante.

    L’episodio che ha coinvolto Romeo Dionisi, Anna Maria e Giuseppe Sopranzi impone provvedimenti urgenti. Per questo è necessario che il Parlamento approvi subito la Legge sul reddito minimo garantito, soluzione condivisa da insigni economisti e su cui esiste una proposta di legge che ha superato le 50mila adesioni.

    A tutte le forze che hanno firmato la proposta presente nel sito http://www.redditogarantito.it e alle altre realtà che condividono questa richiesta chiediamo di organizzare una grande manifestazione nazionale con cui sollecitare il Parlamento ad approvare con urgenza la Legge.

    Primi firmatari

    Valerio Cuccaroni (Ancona)
    Natalia Paci (Ancona)
    Angelo Ferracuti (Fermo)
    Valentina Recchia (Fermo)
    Vanni Santoni (Firenze)
    Alessandro Chiappanuvoli (L’Aquila)
    Emiliano Sbaraglia (Roma)
    Giuseppe Allegri (Roma)
    Gianluca Fiusco (Riesi)
    Luisa Capelli (Roma)
    Lorenzo Armando (Torino)
    Roberto Ciccarelli (Roma)
    Giulio Milani (Massa)
    Michele Dantini (Firenze)
    Valentina Rizzi (Roma)
    Ivano Cimatti (Roma)
    Lidia Massari (Recanati)
    Lucia Vergano (Torino)
    Vincenzo Ostuni (Roma)
    Alessandro Viti (Camaiore)
    Michele Vaccari (Genova)
    Carola Susani (Roma)
    Chiara Giorgi (Roma)
    Raffaele Niro (Foggia)
    Davide Franceschini (Roma)
    Paolo Buonaiuto (Roma)
    Andrea Marchetti (Ancona)
    Stefania Zepponi (Ancona)
    Carla M. Piccinini (Ancona)
    Livia Accorroni (Ancona)
    Christian Raimo (Roma)
    Mariagrazia Calandrone (Roma)
    Sciltian Gastaldi (Roma)
    Tommaso Giartosio (Roma)
    Mattia Carratello (Roma)
    Silvia Mariotti (Ancona)

    Tra oggi e domani condivideremo la richiesta sulla piattaforma Change. Intanto, se volete, fate girare. Per chi ha FB: http://www.facebook.com/events/540589635993356/

    Grazie!

  6. sai che avevano lasciato un biglietto (scusa, guarda nello sgabuzzino), sai che si erano pure cambiati i vestiti?
    una delicatezza estrema, per restare umani anche da morti, perché potessero trovarli in fretta, senza allarmarsi troppo, perché potessero raccoglierli dalla trave senza provare ribrezzo. hanno pensato a tutto. hanno pensato agli altri fino all’ultimo.

  7. vivo a 15 km da Citanò (Civ marche nell’idioma locale). L’attuale sindaco è stato mio compagno di scuola. Quello che è accaduto ha colpito e continua a scavare dentro. C’è in giro ecumenica pietà; c’è in giro pena per quell’essere non “rimasti senza”, ma “senza” figli, tout court. Che, da queste parti, segna la linea di demarcazione fra un’esistenza pienamente realizzata (il miracolo dell’industria scarpara è recentissimo: qui domina incontrastata la cultura contadina più arretrata, altro che nord…)e un esistere a metà. Un’esistenza dimidiata e povera che se chiedesse mostrerebbe al di fuori il proprio fallimento. Impensabile, meglio morire, senza rumore. perché non è che lo Stato (o i servizi sociali) non c’è: ma è un’entità di cui diffidare, fredda come lo sportello dell’asl. Lo stato non è la famiglia, lo Stato non è, per questa gente non lo sarà mai, res publica. E poi, cosa chiedere? Con quali parole? meglio il silenzio, la fine. E scusate per il disturbo

  8. grazie Renata e quando dici,
    “La cosa più strana che ho sentito è questa: È che non avevano figli – e questa frase mi sembra così assurda, così vera. Mi illumina d’un tratto sul nostro nuovo proletariato, su un’Italia che ha affondato la borghesia senza liberarsi del borghesismo, un paese dove non avere figli non solo è, come volevano i tradizionalisti, contro natura, ma è anche, quando invecchi, fatale.” come è tanto, tantisimo vero. Non siamo soli, non lo siamo – non lo possiamo essere finché anche solo due persone riescono a mantenere la dignità del chiedere “scusa” (e di che?) nel loro morire.

  9. “Perché applaudite, bisogna piangere, perché applaudite, bisogna piangere”. ciao Renata, grazie per questa tua testimonianza. domenico

  10. Il rosario delle nostre vite
    (poeta poesia parole di vento)

    Noi, al di qua dell’uscio di casa,
    immersi nell’oscurità normale dei vivi.
    E il sistema che ti annienta.

    Quando fuori splende il sole è un emozione.
    Allora la vita sorride a tutti e ti carezza
    come un bambino.

    Una cipolla, un pezzo di pane bagnato
    sotto l’acqua della fontanella e un bicchiere
    di vino rosso per saluto.

    Il rasoio di luce oltre la porta è una cecità
    di secondi. I nostri passi insieme,
    la sedia e la vita dilegua.

    Stavolta è un cappio di una vecchia corda
    che non ci è costato nulla: soltanto la vita.

  11. sono giorni che non riesco a non pensare a queste tre persone normali, queste persone dell’età dei miei genitori, miei genitori che molti anni fa hanno avuto la fortuna di essere salvati in mezzo a una tempesta finanziaria. Sono giorni che penso a niente, che questa cosa fa male e basta. Grazie Renata (ricordavo quei versi di Massimo, la poesia ci prende e anche questo è pesante da sopportare)

  12. si sentiva qualcuno urlare
    “solo fischi per quei maiali,
    siamo stanchi di ritrovarci
    solamente a dei funerali”.

    Queste parole della canzone Piazza bella piazza di Claudio Lolli (riferimento alle ultime vittime dell’ultima strage di Stato, forse l’Italicus) è del 1976.

  13. Cara Renata, dobbiamo perseguire un sogno, tutti assieme. Che sia più vicino il giorno in cui tutte le nostre disilluse solitudini di gente “perbene” non cadranno più nel silenzio e nell’indifferenza, ma diverranno un assordante frastuono nella testa dei potenti e degli arroganti. E se questo avverrà sarà solo grazie al contributo solidale e determinato di ciascuno di noi. E’ poiché è evidente il senso, il valore ed il peso della tua testimonianza, anch’io ti ringrazio con sincerità e convinzione.

  14. pensavo che una cosa sconfortante come un triplice suicidio potesse verificarsi solo in ipotesi cinematografiche(e sto pensando a interno berlinese della cavani,per intenderci).Forse bisognerà ritagliare uno spazio nel calendario per ricordarci il loro silenzio carico di dignità coperto dallo ius murmurandi di una maggioranza lenta a capire,o forse furba come i ladri di arselle e gomme usate

    http://www.youtube.com/watch?v=2pl4gYMGAZU

  15. Renata, ci hai colpiti al cuore e affondati. Vorrei che questo tuo pezzo lo leggesse il ministro Fornero, in modo che capisse di cosa è corresponsabile il suo governo (la tragedia degli esodati va avanti da più di un anno!!). Ma adesso, oltre a raccontare la nostra gente che si squaglia, noi stessi che ci squagliamo, cos’altro ci resta da fare? C’è qualcosa che possiamo fare? Ed è mai possibile che i funerali siano diventati le nostre manifestazioni? Non le manifestazioni per dare l’investitura al leader bollito di turno. Le manifestazioni alle quali si va spontaneamente, per stare insieme, per esserci, per testimoniarci. Come hai fatto tu. Sono diventate i funerali. Spero solo che, prima o poi, noi risorgeremo.

  16. Il testo di Renata è pieno di compassione, e da qui i ringraziamenti, ma non è compassionevole, a me sembra, anzi, è pieno di rabbia, una rabbia feroce che invece di rivolgersi all’interno afferra le voci della gente per stringerle forti in pugno e con la mano alzata sventolarle come una bandiera.

    Questi morti sono gli sconfitti, le prime file che cadono sotto il fuoco di quell’1% che guida la guerra contro chi ha di meno per strappargli anche quel poco che ha, per impedirgli di urlare, di lanciare pietre, di pensare a come rovesciare questa macchina mortale.

    Ma chi morì per la nostra Repubblica ci ha dato lo strumento da usare ora: la LEGGE e il PARLAMENTO per farla approvare. E ora la prima LEGGE che ci vuole, al di là dell’una tantum della restituzione dei crediti alle imprese, è la legge che consentirà a tutte e tutti di VIVERE, di non essere strozzati dalla disoccupazione: la legge sul REDDITO MINIMO GARANTITO.

    Qui c’è la richiesta al Parlamento perché la legge venga approvata e la richiesta a tutte e tutti di ritrovarsi – il primo maggio? – per farla approvare. Leggete, se vi va: http://www.change.org/it/petizioni/al-parlamento-italiano-approvare-la-legge-sul-reddito-minimo-garantito

  17. Ciao, grazie del passaggio e della lettura a tutti voi. Anch’io, Davide, ogni tanto vorrei parlare un po’ col ministro Fornero, raccontarle degli umili, dei piccoli (non-più-borghesi). Ma non sono una analista o una politologa, potrei solo raccontare. E può questo racconto, questo cordoglio collettivo, uscire dalla cronaca e diventare una vicenda della storia, trasformarsi in politica? o i funerali sono diventati i nostri ultimi riti civili?
    La questione oggi è trasformare questo sentire in un progetto, perché il ritrovarsi non resti solo il vuoto commentare dei cinici, l’elaborazione di un lutto o, peggio, di una vendetta.

  18. [nota doverosa: la poesia di Massimo Gezzi è tratta da Porta Marina: viaggio a due nelle Marche dei poeti, libro di grazia, critica e viandanza curato da Gezzi e Adelelmo Ruggieri nel 2008; è stata ripubblicata poi in L’attimo dopo (Sossella 2009)]

  19. Grazie, cara Renata. Ormai ci siamo dentro un po’ tutti, in questo abisso. E ho la tremenda paura che anche queste tre vittime – che si sono lavate, vestite bene prima del sacrificio – siano, come tante altre, morte invano.
    Non amo citarmi. ma questa cosa l’ho scritta qualche mese fa. Parlo di loro, parlo di noi.
    Un grande abbraccio. FF

    Al discaunt

    (Nel dialetto Veneto-Trevigiano dell’Opitergino-Mottense)

    Ècoeo qua el pòpoeo. Zent fiaca
    che fraca el só carèl, che varda,
    ciapa in man, palpa un pomidoro,
    un pachét de biscòti, da casséte
    e scaffài. Che sufia pa’ vèrder
    i sacheti, pa’ slargàr ben i guanti.

    Che ‘spèta l’oferta, el tre par dó
    tea pasta, el sconto del quaranta,
    parché i schèi no’ basta pì, parché
    i ‘é cascàdhi, de nòvo, tea miseria,
    e cronpa vòvi al posto dea carne,
    che ‘e uniche stée che i vede, tel só
    cel, le ‘é quee tel brodo dea menestra.

    Dó su tre i ‘é pensionati, cheàltri
    che resta cassintegrati. El quaranta
    par zhento de chi che ‘è qua, incùo,
    l‘à un redito da fame. Un, lo vede
    co’ i mé òci, pròpio ‘dèss, longo

    el banco dei frighi, fra ‘e mozarèe
    e ‘i yogurt, el brinca un tòc de grana,
    e sguèlto lo ‘sconde drento ‘a scasséa
    del só paltò griso, e a mì, chel sèst,
    el me fa mal, no’ son pì bon de dighe
    ladro. Spere sol che no’ i ‘o bèche.

    Al discount

    Eccolo qua il popolo. Gente spenta / che spinge il proprio carrello, che guarda, / prende in mano, tasta un pomodoro, / un pacchetto di biscotti, da cassette / e scaffali. Che soffia per aprire / i sacchetti, per allargar bene i guanti. // Che attende l’offerta, il tre per due / sulla pasta, lo sconto del quaranta, / perché i soldi non bastano più, perché / sono caduti, di nuovo, nella miseria, / e comperano uova al posto della carne, / che le uniche stelle che scorgono, nel loro / cielo, sono quelle nel brodo della minestra. // Due su tre sono pensionati, quelli / che restano cassintegrati. Il quaranta / per cento di chi è qui, oggi, / ha un reddito da fame. Uno, lo vedo / coi miei occhi proprio adesso, lungo // il bancone-frigo, fra le mozzarelle / e gli yogurt, arraffa un tocco di grana, / e lesto lo nasconde dentro la tasca / del suo paltò grigio, e a me, quell’atto, / mi fa male, non sono più capace (e disposto) a definirlo / ladro. Spero solo che la faccia franca.

  20. Amici, tutti, buongiorno!
    Grazie a Renata Morresi per questo magnifico testo e tutti gli intervenuti per i pertinenti commenti.
    Con commozione, saluto i marchigiani: Renata Morresi, Adelelmo Ruggeri e Angelo Ferracuti e un grazie affettuoso anche a Fabio Franzin per la bella poesia fresca fresca, Gaetano dall’Irpinia.

  21. Una situazione drammatica; si prova dolore e rabbia.
    Proprio sul tema del suicidio causa licenziamento ho scritto tempo fa un racconto, destinato a un ebook di taglio socio-politico. Non certo per preveggenza, bastava guardarsi attorno.
    Mi chiedevo se un sito noto come questo potrebbe promuovere una specie di “chiamata letteraria”(raccolta di testi, esperienza teatrale…) di personaggi autorevoli intorno al problema.

  22. Per fare l’infinito
    ci vuole l’universo
    e un Essere necessario.
    L’universo un Essere necessario
    e l’umana consapevolezza.
    Se manca l’ Essere necessario
    devono bastare gli uomini.

    Se la vita non mi vuole più bene
    ci vogliono le parolacce
    e un perché.
    Le parolacce un perché
    e le lacrime.
    Se manca il perché
    bastano le lacrime.

    Per fare un gelato delizioso
    ci vuole un cono
    e una linguaboccabaci.
    Un cono una linguaboccabaci
    e i sogni.
    Se manca la linguaboccabaci
    bastano i sogni.

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