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Juke Box / Morti Bianche

flobert_22_m.jpg

Sant’Anastasia
(e Zezi)

Viernarì unnice aprile
a Sant’Anastasia
nu tratto nu rummore
sentiette e che paura

E a Massaria e’ Rumano
na fabbrica è scuppiata
e a ggente ca fujeva
e ll’ate ca chiagneva

Dint’ vuliette trasì
me sentiette e svenì
nterra na capa steva
e o cuorpo n’o teneva

Cammino e che tristezza
m’avoto e ‘ncopp’a rezza
dduje pover’operaie
cu e carne tutt’abbruciate

Quanno arrivano e pariente
e chilli puverielle
chiagnevano disperati
p’e lloro figli perdute

“Signò nun alluccate
ca forse s’è salvato”
e a mamma se va a vvutà
sott’a terra o vere e piglià

So’ state duricie e muorte
p’e famiglie e che scunforto
ma uno nun s’è truvato
povera mammma scunzulata

So’ arrivat’e tavute
e a chiesa simmo jute
po’ l’urdemo saluto
p’e cumpagne sfurtunate

P’e mane nuje pigliammo
tutti sti telegrammi
so’ lettere e condoglianze
mannate pe crianza

Atterrà l’ammo accumpagnete
cu arraggiaria ncuorpo
e ‘ncopp’a chisti muorte
giurammo ll’ata pavà

E chi va a faticà
pur’a morte adda affruntà
murimmo a uno a uno
pe colpa e sti padrune

A chi ajmma aspettà
sti padrune a cundannà
ca ce fanno faticà
c’o pericolo e schiattà

Sta ggente senza core
cu a bandiera tricolore
cerca r’arriparà
tutt’e sbaglie ca fà

Ma vuje nun o sapite
qual è o dulore nuosto
cummugliate c’o tricolore
sti rurice lavoratori!

Trascrizione del servizio radiofonico andato in onda sul GR1 dell’12 aprile 1975

Qui è Napoli, vi parla Luigi Necco. 11 morti e un disperso, un operaio che manca tutt’ora all’appello. Questo è il bilancio dello scoppio avvenuto ieri alla Flobert’s, una fabbrica di munizioni per armi giocattolo di S.Anastasia, un comune alle spalle del Vesuvio. I feriti sono 10, due hanno riportato gravi ustioni, cinque sono donne. Il Ministro dell’Interno ha disposto un’inchiesta, ma sembra già accertato che nella fabbrica di S.Anastasia si procedeva a lavorazioni non autorizzate di esplosivi per micidiali armi-giocattolo. Al momento del primo scoppio, alle 13.25 di ieri, nella fabbrica si trovavano 60 persone, in maggioranza donne. Nella baracca, vicino alle 200.000 cartucce già preparate, si trovavano 13 operai scaraventati dall’esplosione fino a 100 metri dal luogo dove lavoravano: 11 sono morti, uno è ferito, uno è disperso. Stamattina si stanno cercando sue notizie o sue tracce sotto le macerie polverizzate.
Finora è stato possibile identificare con certezza soltanto 5 delle 11 vittime. Dieci dei morti erano stati assunti appena due settimane fa.
Non erano più contadini, non erano ancora operai: per sfuggire alla disoccupazione e alla miseria avevano accettato un compromesso con la morte, lavorando in uno stabilimento che nonostante leggi e regolamenti si è dimostrato insicuro al pari delle micidiali baracchette dove si fabbricano fuochi d’artificio. A voi Roma.

dal sito: http://alex321.splinder.com/

27 COMMENTS

  1. Fu una vera e propria “strage bianca”.
    Come scrissi due anni fa, fu una tragedia “minore”, che non ha avuto e non avrà mai la popolarità e le commemorazioni delle “tragedie maggiori” dell’Italia del novecento.
    Grazie.

  2. Come ti dicevo telefonicamente, ho cantato questo brano in concerto, qualche volta, e una sera che ho suonato con gli E’ Zezi li ho “costretti” a metterla in scaletta… E ho l’impressione che questo brano funzionerà ad “esergo finale” (si può dire?) del libro che sto facendo.

    E comunque, non capisco perchè ti ostini a titolare morti bianche. Lo vogliamo capire o no che questa espressione sgorga direttamente dalla cattiva coscienza della borghesia? Che significa che nessuno è responsabile?

  3. pezzi così, in lingua dialettale,
    da gridare in faccia al mondo, questo urge!

    effeffe ha un gusto particolarmente raffinato nella scelta dei ‘souvenir’…

    bravo!
    Bea

  4. Grazie, effeffe, per questo splendido juke box della memoria.
    Con un piccolo, amichevole “appunto”, parafrasando la chiosa di Rovelli: non “morti bianche”, magari “omicidi premeditati”: come ne avvengono a centinaia, ogni anno, in tutti i luoghi di lavoro dove i diritti, la sicurezza e il rispetto della persona sono già stati venduti, prima ancora dell’assunzione, ai profitti di caporali, galoppini e criminali di vario genere.

    fm

  5. Sono d’accordo con Rovelli e Marotta: queste sono morti nere, date da omicidi premeditati. Non finirò mai di ribellarmi alla logica illogica del lavoro: sta alla stanga, ragazzo, che sei già morto. In questi casi, si uccidono per l’appunto uomini già morti. Dai nati due volte ai morti due volte.
    Io a suo tempo, nel mio piccolo, mi sono ribellato. A costo di immani sacrifici. Noi qui possiamo “produrre libertà”. Sono parole ma, come certe scatolette, liberano sostanze che ci “intossicano” di speranza. E se la speranza è l’ultima a morire, la lotta è l’ultimissima.

  6. Avevo un amico che partì per Boston, a tagliare pietre preziose in una grande industria canadese. Gli dicevamo, occhio bello, che la fresa e il tornio non è che li maneggi così, come se niente fosse. Pure i suoi capi e capetti gli dissero, attento, noi ti assumiamo ma forse ti converebbe prima imparare ad annusare qualcuno dei macchinari, non sia mai. E lui niente, partì, si mise a tagliare pietre preziose. Ben pagato, stava imparando anche l’inglese. Poi un giorno la macchina gli divora un dito, e solo grazie ai sistemi di sicurezza riesce a salvarsi la mano. Gli hanno dato un’assicurazione niente male, ma lui continua a prendersela con i padroni che l’avevano assunto. Dico così, tanto per fare un caso che a quanto pare non rientra paro paro nella norma.

  7. Certo, capita che i lavoratori spessi facciano bravate. Che ci siano forme di machismo. Che so, che non ci si assicuri alla cintura perchè ci si sente tranquilli. Ma se vai a vedere bene, c’è sempre una responsabilità precisa. Nel caso del tuo amico, ad esempio, i padroni non è che potevano limitarsi di dirgli Stai attento. Erano obbligati, piuttosto, a fornirgli una formazione nell’uso del macchinario. La formazione sta in capo al padrone, e se non lo fa se ne assume la responsabilità. Il tuo amico ha ragione a dire che è loro responsabilità. Anche se è chiaro che la sua è stata una gran coglionata.

  8. E ha ragione. Non dovevano metterlo al tornio, è un dovere anche assumersi la responsabilità di dire no. Prima di fare lavori delicati bisogna fare formazione obbligatoria e, in alcuni casi, richiedere l’abilitazione. Quel padrone che ha “accontentato” quell’operaio ha colpe ben precise.

  9. Non è il caso della Flobert’s di Sant’Anastasia, frazione Romani. Si lavorava quasi esclusivamente in nero, sindacalizzazione assente e tenuta fuori dal cancello, produzione senza le più elementari norme di sicurezza.
    A parte il ricordo di quel botto, che me lo porto ancora dentro, ma addirittura 6 anni dopo, passeggiando tra le macerie della ex flobert’s era possibile trovare roba inesplosa, tipo cartucce. L’inchiesta provò che le cartucce prodotte erano stoccate qua e là per i locali, non in depositi separati, spesso nelle stesse aree in cui avveniva la compressione della polvere da sparo.
    Insomma, anche se strage senza colpevoli, sembra frutto di una somma di elementi, dall’imperizia dei lavoratori, alla mancanza di norme di protezione e sicurezza, ed altro ancora.

    Ancora più triste, per me, è stato vivere l’esperienza, negli anni 2000, della
    costruzione di una nuova piazza a Sant’Anastasia, della richiesta di intitolarla “Piazza caduti della Flobert’s”, e della secca bocciatura da parte dell’amministrazione locale.

  10. L’assicurazione pagò circa 40.000 euro. Con cui “il coglione” s’è comprato un programma di computer grafica all’avanguardia. Ora è un professionista dell’ITC, guadagna fior di quattrini e non rimpiange nulla. Se mai ce l’ha con quelli che oggi gli succhiano nelle tasche (43% del fatturato), invece che sezionargli pezzi degli arti superiori. Questo per dire che il destino degli uomini è cosa strana, ma strana assai. Come Saviano che torna a casa, sul palco, e sotto, in mezzo al pubblico, si trova ospite il vecchio boss, che sorride sornione. Don’t worry, be happy.

  11. Ma come, prima hai detto che continua a dar la colpa ai padroni e adesso dici che non rimpiange nulla? – Comunque io ho detto che il tuo amico ha fatto una coglionata. Non che sia un coglione. Il solito vizio cartesiano sostanzialista.

  12. Marco, ma non è che te la sei presa per qualcosa? Mi sembra il tono di uno che si è adirato. Pitagoricamente parlando, com’è ovvio.

  13. A proposito di Casale. In quella piazza c’ero anch’io a cinquanta centimetri dall’orrendo Nicola Schiavone, padre dell’orribile Sandokan. Sembrava un vecchietto innocuo, con una busta di medicinali appena comprati in farmacia. Poi è arrivato Golia, quello delle Iene, l’ha provocato da buon sornione e quello ha cominciato a sparare cazzate sui comunisti che sono stati la sua rovina. Almeno di questo possiamo andare fieri.

  14. Però a leggere questo mio omonimo un po’ mi sono adirato, questo sì. Il solito dito nell’occhio. Con Martina poi siamo diventati amici. Ma certo ti viene da interrogarti sulle modalità relazionali che in questi luoghi virtuali diventano particolarmente evidenti: insomma uno interviene ex abruptoi n una situazione facendosi forza solo del suo dito puntato, della sua aggressività, della sua totale mancanza di ascolto. No so, questi tizi mi fanno davvero incazzare (e lo dico con la massima calma…). Oltretutto, pensa un po’, io sto cercando di lavorare insieme alle madri dei ragazzi morti sul lavoro, ma questo che arriva che ne sa, eppure accusa, accusa, accusa… Uomini del risentimento.

  15. Io invece vorrei chiedere ad Alessandro di scrivermi qualcosa su quella passeggiata. éer quanto riguarda le cose dette, come non dirsi d’accordo con voi (Marco, Franz,Francesco…) Però voglio continuare a chiamarle morti bianche. Perchè mi fa pensare non tanto al fatto che siano morti senza responsabili, ma perchè quel bianche me li rende nonostante tutto, innocenti. Nonostante tutto sta per i processi produttivi, per le ingiustizie sociali, per non volontà di ribellarsi.

    Il film la classe operaia va in paradiso è per me il documento più forte sul tema degli incidenti sul lavoro e lo fa a prescindere dal carattere del protagonista. Che se vi ricordate (splendido Gianmaria Volonté) era odioso all’inizio, insopportabile nel suo risveglio già nelle prime battute. E di come desolidarizzava con i compagni fino all’incidente.

    Quella strage di Sant’Anastasia è insostenibile nelle parole degli splendidi Zezi e nella ricerca dell’oblio che abita le nostre terre.
    C’è una via in tutte le città italiane che porta la dicitura: Caduti sul lavoro.
    Forse varrebbe la pena riprenderla
    effeffe

  16. Qualcuno ricorda ancora Ion Cazacu? Qualcuno sa più niente dei disegni di legge attuativi (ma quando?) e di tutta la normativa che regola la sicurezza sui luoghi di lavoro, la trasparenza degli appalti etc. etc.?

    Questa canzone ha il merito di richiamare tutto questo, insieme al corollario di complicità anche istituzionali che ruota intorno a questo immenso, tragico buco nero che inghiotte quasi duemila vittime all’anno.

    Aspettiamo la prossima strage, in un cantiere edile del nord o nelle tante fabbrichette abusive dei signorotti locali del sud in odore di mafia e camorra, e prepariamoci ai messaggi indignati delle autorità (?) e delle presidenze del consiglio (?) e della repubblica (?).

    Non so voi, ma francamente ne ho le palle piene, anche della nostra ignavia: visto che, a volte, per ricordarci di queste stragi, abbiamo bisogno di un post in un blog o di una canzone. E meno male che c’è chi li pubblica!

    fm

  17. Chi mi chiama? :-)

    “Le morti bianche” ha troppe assonanze con “le notti bianche”, prima o poi qualcuno le confonderà e lo scopriremo grazie alle prossime interviste a bruciapelo fatte ai parlamentari, diranno che le morti bianche sono una pregevole iniziativa, che favorisce “l’incontro”, che rimette in moto l’economia… chi potrà dar loro torto?

    the O.C., quello che riporti è anche un caso di autoformazione, sempre piuttosto costosa.

    effeffe, via Caduti sul lavoro è una via anonima, quindi jolly, ogni amministrazione comunale la punta per rititolarla con il nome di qualcuno caro all’amministrazione. Forse più che riprenderla dovremmo iniziare a onorare i morti chiamandoli per nome, la cosa diventerebbe talmente abnorme che, per paradosso, è più facile che qualcuno si ponga il problema di avere meno vittime (per mancanza di strade da titolare).

    Saluti da Martina

  18. Sbagli, Francesco, perché il bianco dà un’idea di innocenza complessiva, non relativa al “morto”, ma proprio alla morte, per la quale nessuno è colpevole. Insomma, è il nome giusto per la cosa così come la si fa passare. Comprendo il tuo ragionamento, sì, ma il linguaggio non è un fatto privato… Dobbiamo strappargli le parole dalle mani. Se no tanto vale parlare di fuoco amico, di bombe intelligenti, di terroristi, di delinquenti, di zingari, e chi più ne ha più ne metta: il sintagma “morte bianca” appartiene alla stessa costellazione della menzogna.

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Vive a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman e Il reportage, ha pubblicato diversi libri, in francese e in italiano. Traduttore dal francese, ma anche poeta, cabarettista e performer, è stato autore e interprete di spettacoli teatrali come Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, con cui sono uscite le due antologie Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Corrispondente e reporter, ora è direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Con Andrea Inglese, Giuseppe Schillaci e Giacomo Sartori, ha fondato Le Cartel, il cui manifesto è stato pubblicato su La Revue Littéraire (Léo Scheer, novembre 2016). Conduttore radiofonico insieme a Marco Fedele del programma Cocina Clandestina, su radio GRP, come autore si definisce prepostumo. Opere pubblicate Métromorphoses, Ed. Nicolas Philippe, Parigi 2002 (diritti disponibili per l’Italia) Autoreverse, L’Ancora del Mediterraneo, Napoli 2008 (due edizioni) Blu di Prussia, Edizioni La Camera Verde, Roma Chiunque cerca chiunque, pubblicato in proprio, 2011 Il peso del Ciao, L’Arcolaio, Forlì 2012 Parigi, senza passare dal via, Laterza, Roma-Bari 2013 (due edizioni) Note per un libretto delle assenze, Edizioni Quintadicopertina La classe, Edizioni Quintadicopertina Rosso maniero, Edizioni Quintadicopertina, 2014 Il manifesto del comunista dandy, Edizioni Miraggi, Torino 2015 (riedizione) Peli, nella collana diretta dal filosofo Lucio Saviani per Fefé Editore, Roma 2017