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Elogio dell’ozio

di Bertrand Russell

L'oisiveté - l'inerzia - l'otium
L'oisiveté - l'inerzia - l'otium

Come molti uomini della mia generazione, fui allevato secondo i precetti del proverbio che dice « l’ozio è il padre di tutti i vizi ». 1 Poiché ero un ragazzino assai virtuoso, credevo a tutto ciò che mi dicevano e fu così che la mia coscienza prese l’abitudine di costringermi a lavorare sodo fino ad oggi. Ma sebbene la mia coscienza abbia controllato le mie azioni, le mie opinioni subirono un processo rivoluzionario. lo penso che in questo mondo si lavori troppo, e che mali incalcolabili siano derivati dalla convinzione che il lavoro sia cosa santa e virtuosa; insomma, nei moderni paesi industriali bisogna predicare in modo ben diverso da come si è predicato sinora. Tutti conoscono la storiella di quel turista che a Napoli vide dodici mendicanti sdraiati al sole (ciò accadeva prima che Mussolini andasse al potere) e disse che avrebbe dato una lira al più pigro di loro. Undici balzarono in piedi vantando la loro pigrizia a gran voce, e naturalmente il turista diede la lira al dodicesimo, giacché il turista era un uomo che sapeva il fatto suo. Nei paesi che non godono del clima mediterraneo, tuttavia, oziare è una cosa molto più difficile e bisognerebbe iniziare a tale scopo una vasta campagna di propaganda. Spero che, dopo aver letto queste pagine, la YMCA 2 si proponga di insegna¬re ai giovanotti a non fare nulla. Se ciò accadesse davvero, non sarei vissuto invano.
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Ma questa è soltanto una premessa. lo voglio dire, in tutta serietà, che la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, e che la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro.
Prima di tutto, che cos’è il lavoro? Vi sono due specie di lavoro: la prima consiste nell’alterare la po¬sizione di una cosa su o presso la superficie della terra, relativamente a un’altra cosa; la seconda consiste nel dire ad altri di farlo. La prima specie di lavoro è sgradevole e mal retribuita; la seconda è gradevole e ben retribuita, ed anche suscettibile di infinite variazioni. Per esempio, non soltanto vi sono persone che dànno ordini, ma anche persone che dànno consigli circa gli ordini che bisogna dare. Di solito due gruppi organizzati di uomini dànno simultaneamente due tipi di consigli opposti: ciò si chiama politica. Questo genere di lavoro richiede un talento particolare che non poggia sulla profonda conoscenza degli argomenti sui quali bisogna esprimere un parere, ma sulla profonda conoscenza dell’arte di persuadere gli altri con la parola o con gli scritti, cioè la pubblicità.
In tutta Europa, seppur non in America, vi è una terza classe di persone, molto più rispettate dei lavoratori delle due categorie. Costoro sono i proprietari terrieri, i quali riescono a far pagare ad altri il privilegio di esistere e di lavorare. I proprietari terrieri sono oziosi, e ci si potrebbe perciò aspettare che io ne tessa gli elogi. Purtroppo il loro ozio è reso possibile soltanto dal lavoro degli altri; dirò di più: il loro smodato desiderio di godersi i propri comodi è l’origine storica del vangelo del lavoro. L’ultima cosa al mondo che essi si augurino è di vedere imitato il loro esempio.
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È ovvio che, nelle comunità primitive, i contadini lasciati liberi non si sarebbero privati dei prodotti in eccedenza a favore dei preti e dei guerrieri, ma avrebbero prodotto di meno o consumato di più. Dapprima fu necessaria la forza bruta per costringerli a cedere. Ma poi, a poco a poco, si scopri che era possibile indurli ad accettare un principio etico secondo il quale era loro dovere lavorare indefessamente, sebbene una parte di questo lavoro fosse destinata al sostentamento degli oziosi. Con questo espediente lo sforzo di costrizione prima necessario si allentò e le spese del governo diminuirono. Ancor oggi, il novantanove per cento dei salariati britannici sarebbero sinceramente scandalizzati se gli si dicesse che il re non dovrebbe aver diritto a entrate più cospicue di quelle di un comune lavoratore. Il concetto del dovere, storicamente parlando, è stato un mezzo escogitato dagli uomini al potere per indurre altri uomini a vivere per l’interesse dei loro padroni anziché per il proprio. Naturalmente gli uomini al potere riescono a nascon¬dere anche a se stessi questo fatto, convincendosi che i loro interessi coincidono con gli interessi dell’uma¬nità in senso lato. A volte ciò è verissimo; i proprietari di schiavi ateniesi, ad esempio, impiegarono parte del loro tempo libero in modo da apportare un contributo di capitale importanza alla civiltà, contributo che non sarebbe stato possibile sotto un sistema puramente economico. L’ozio è essenziale per la civiltà e nei tempi antichi l’ozio di pochi poteva essere garantito soltanto dalle fatiche di molti. Tali fatiche avevano però un valore non perché il lavoro sia un bene, ma al contrario perché l’ozio è un bene. La tecnica moderna ci consente di distribuire il tempo destinato all’ozio in modo equo, senza danno per la civiltà.
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Se il salariato lavorasse quattro ore al giorno, ci sarebbe una produzione sufficiente per tutti e la disoccupazione finirebbe, sempre che si ricorra a un minimo di organizzazione. Questa idea scandalizza la gente perbene, convinta che i poveri non sappiano che farsene di tanto tempo libero.
In America molti uomini lavorano intensamente anche quando hanno quattrini da buttar via; costoro, com’è naturale, si indignano all’idea di una riduzione dell’orario di lavoro; secondo la loro opinione l’ozio è la giusta punizione dei disoccupati; in effetti gli secca di vedere oziare i propri figli. Ma, cosa strana, mentre vorrebbero che i figli maschi lavorassero tanto da non aver il tempo di diventar persone civili, non gli importa affatto che la moglie e le figlie non facciano nulla dalla mattina alla sera. L’ammirazione snobistica per i disutili, che nella società aristocratica si estende ad ambedue i sessi, nella plutocrazia è limitata alle donne, in contrasto sempre più stridente col buon senso.
Bisogna ammettere che il saggio uso dell’ozio è un prodotto della civiltà e dell’educazione. Un uomo che ha lavorato per molte ore al giorno tutta la sua vita si annoia se all’improvviso non ha più nulla da fare. Ma, se non può disporre di. una certa quantità di tempo libero, quello stesso uomo rimane tagliato fuori da molte delle cose migliori. Non c’è più ragione perché la gran massa della popolazione debba ora soffrire di questa privazione; soltanto un ascetismo idiota, e di solito succedaneo, ci induce a insistere nel lavorare molto quando non ve n’è più bisogno.
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Bisogna però dire che, mentre un po’ di tempo libero è piacevole, gli uomini non saprebbero come riempire le loro giornate se lavorassero soltanto quattro ore su ventiquattro. Questo problema, innegabile nel mondo moderno, rappresenta una condanna della nostra civiltà, giacché non si sarebbe mai presentato nelle epoche precedenti. Vi era anticamente una capa¬cità di spensieratezza e di giocosità che è stata in buona misura soffocata dal culto dell’efficienza. L’uomo moderno pensa che tutto deve essere fatto in vista di qualcos’altro e non come fine a se stesso.
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In un mondo invece dove nessuno sia costretto a lavorare più di quattro ore al giorno, ogni persona dotata di curiosità scientifica potrebbe indulgervi. ogni pittore potrebbe dipingere senza morire di fame, i giovani scrittori non sarebbero costretti ad attirare su se stessi l’attenzione con romanzacci sensazionali per procurarsi l’indipendenza necessaria alla produzione di opere geniali (che poi non scriveranno più perché, al momento buono, ne avranno perso il gusto e la capacità). Gli uomini che nel corso del lavoro professionale si siano interessati all’economia o ai problemi di governo, potrebbero sviluppare le loro idee senza quel distacco accademico che dà un carattere di impraticità a molte opere degli economisti universitari. I medici avrebbero il tempo necessario per tenersi al corrente dei progressi della medicina, e i maestri non lotterebbero disperatamente per insegnare con monotonia cose che essi hanno imparato nella loro giovinezza e che, nel frattempo, potrebbero essersi rivelate false.
Soprattutto ci sarebbe nel mondo molta gioia di vivere invece di nervi a pezzi, stanchezza e dispepsia. Il lavoro richiesto a ciascuno sarebbe .sufficiente per farci apprezzare il tempo libero, e non tanto pesante da esaurirci. E non essendo esausti, non ci limiteremmo a svaghi passivi e vacui. Almeno l’uno per cento del¬la popolazione dedicherebbe il tempo non impegnato nel lavoro professionale a ricerche di utilità pubblica e, giacché tali ricerche sarebbero disinteressate, nessun freno verrebbe posto alla originalità delle idee. Ma i vantaggi di chi dispone di molto tempo libero possono risultare evidenti anche in casi meno eccezionali. Uomini e donne di media levatura, avendo l’opportunità di condurre una vita più felice, diverrebbero più cortesi, meno esigenti e meno inclini a considerare gli altri con sospetto. La smania di far la guerra si estinguerebbe in parte per questa ragione, e in parte perché un conflitto implicherebbe un aumento di duro lavoro per tutti. Il buon carattere è, di tutte le qualità morali, quella di cui il mondo ha più bisogno, e il buon carattere è il risultato della pace e della sicurezza, non di una vita di dura lotta. I moderni metodi di produzione hanno reso possibile la pace e la sicurezza per tutti; noi abbiamo invece preferito far lavorare troppo molte persone lasciandone morire di fame altre. Perciò abbiamo continuato a sprecare tanta energia quanta ne era necessaria prima dell’invenzione delle macchine; in ciò siamo stati idioti, ma non c’è ragione per continuare ad esserlo.

[Da: Bertrand Russell, In praise of idleness, George Allen & Unwin Ltd., London, 1935, trad. it. di Elisa Marpicati, Elogio dell’ozio, in Elogio dell’ozio, Longanesi, Milano, 2004, pp. 9-26.]

NOTE
  1. Il proverbio originale citato da Russell suona così:”Satan finds some mischief still for idle hands to do”, a.s.🡅
  2. La Young Men’s Christian Association (YMCA) fu fondata nel 1844 a Londra da George Williams e da un piccolo gruppo di uomini in una stanzetta sopra una bottega presso la chiesa di St Paul; i fini dell’associazione, che originariamente erano di natura religiosa si sono poi molto ampliati verso aspetti di socializzazione, di benessere psico-fisico, ecc. a.s.🡅

45 COMMENTS

  1. El ozio do gio?
    en tout cas
    grandissimi momenti sparz
    effeffe
    ps
    ti dedico cotesto alors de l’avo

    Ore di ozio. Saggi letterari di Francesco Forlani ( 1871)

  2. sottoscrivo (con entusiasmo) le parole di bertrand russell “i giovani scrittori non sarebbero costretti ad attirare su se stessi l’attenzione con romanzacci sensazionali per procurarsi l’indipendenza necessaria alla produzione di opere geniali (che poi non scriveranno più perché, al momento buono, ne avranno perso il gusto e la capacità)”.
    ho riletto con vero piacere questo elogio dell’ozio, che spaziani ha fatto bene a mandare
    auguri

  3. Circola un “Elogio dell’orzo”, roba da birrai, segnalato nell’inventario della biblioteca del Centro Studi Menabrea.

  4. Evidentemente Potere Operaio – la sua parola d’ordine era “Rifiuto del lavoro”, il programma: quattro ore di lavoro per tutti – non amava esibire ascendenze liberali e preferiva citare l'”Elogio dell’ozio” di Paul Lafargue, genero di Marx.

  5. Non l’ho letto tutto perchè ho le lasagne e l’abbacchio al forno da controllare, e il vino da decantare, e l’antipasto da preparare, e lo stomaco da riempire… :-)

  6. Pignolescamente aggiungerei che il saggio di Lafargue aveva un titolo molto più forte: Le droit à la paresse, il diritto all’ozio (in L’Egalité, 1880).

  7. W l’ozio| Anche quello della mente.

    “A volte invece se ne stava da solo, seduto sui pendii delle colline ricoperte di cespugli, finché non scendeva il buio o fino all’alba, a pensare, diceva lui, ma in realtà senza pensare a nulla” – Roberto Bolano, 2666

  8. Cerco sempre di convincermi che il mio non è ozio, ma “otium”. Credo di avere buoni argomenti per sostenere questa tesi di fronte ad altri, ma non di fronte a me stesso.
    Quanto a Russell, come sempre non riesco a togliermi di dosso la sensazione di avere a che fare con un sofista. Ma ce ne fossero! Grazie, Antonello, e buona Pasqua!

  9. Grazia a Sparz per la riflessione sull’otium, l’arte di liberarsi del lavoro, di pulire il corpo e l’anima in uno spazio di tempo senza orologio, senza preoccupazione, senza paura di non finire un lavoro.
    E’ una grazia dedicata al sogno, al confronto del corpo con il ritmo delle nuvole. Per me la siesta incarna la civilisazione. Quando lavoro il pomeriggio, sento tutto che mi spinge a dormire, a lasciare andare tutto.
    In una siesta si puo dedicare all riflessione, alla creatività, alla sessualità, al sonno. Mi rammento sieste nel pomeriggio nell’estate, con il corpo nel profumo del calore, l’ombra nella camera con la luce fuggitiva,
    il sentimento di abbandono: è l’otium magnifico.
    Al mare l’otium è anche una grazia innata dell’acqua, della sabbia. Il corpo maltratto nel lavoro diventa splendide, erotico, pieno di vita.
    Si dovrebbe ascoltare il linguaggio del corpo, quando tutto ti fa male: è tempo di lasciare il lavoro.
    Ho un lavoro molto invidiato perché si offre margine di riposo.

    Il diritto delle vacanze e dell’ozio per tutti.
    Aggiungo che l’otium richiama una filosofia della vita.
    La depressione per esempio incarna il male del nostro mondo: la mente lavora ma non con creatività, ma con paura. Una persona depressa non posso lavorare, perché crede la stanchezza è troppo grande. Si sente senza energia, senza appetito, pesante. Si sente in colpa, perché quando
    non lavori, sei un fannullone, uno senza carattere, un debole.
    L’inerzia è l’invece dell’otium: è il sintomo della malattia.

    Buona Pasqua a tutti.

  10. Chiedo scusa a Sparz,

    Ma vorrei fare un commento a proposito del post Zamel di Franco Buffoni. Ho visto che i commenti sono chiusi, e questo mi fa dolore. Nella nostra società si puo pensare che un testo che parla dell’omosessualità faccia ancora scandalo?
    E’ un testo duro, forte e bello. Ho letto Genet ( les bonnes). E’ un poeta, un uomo in rivolta.

  11. grazie a sparz. se non è troppo lungo mi aggiungo anch’io con un augurio tratto da un altro testo

    (da RAOUL VANEIGEM
    “Noi che desideriamo senza fine”


    Mai la disperazione causata dal dover sopravvivere anziché vivere ha raggiunto nel tempo e nello spazio esistenziale e planetario una tensione così estrema. Mai è stata avvertita così universalmente l’esigenza di far prevalere il vivente sul totalitarismo del denaro e della burocrazia finanziaria.
    mai infine tante popolazioni ed esseri particolari sono stati preda di un disorientamento in cui si confondono la più spaurita delle servitù volontarie e la tranquilla determinazione di spezzare sotto la spinta travolgente del godimento e della vita gli imperativi mercantili che chiudono l’orizzonte.
    […] : o morire della rabbia rassegnata di una società che sprofonda nella noia e nella disumanità, o prendere il piacere di vivere afferrando alla gola chiunque, in nome dell’economia, ostacoli il nostro cammino.[…]
    La merce è stata la migliore delle cose nel peggiore dei mondi, quello che essa ha prodotto. Non c’è uno solo dei suoi effetti benefici che non sia stato pagato dalla disgrazia di generazioni condannate a raccogliere l’amarezza di una vita sacrificata al lavoro.
    Consolandosi ed indignandosi per un destino così deplorevole, il pensiero filosofico e religioso si autorizzava con superbia a non apportarvi alcun cambiamento. E’ una disposizione ben consolidata nell’uomo snaturato quella di stabilire il bilancio di un disastro al fine di sottolinearne il carattere ineluttabile e di inchinarsi con saggezza davanti all’ingiustizia e al disordine.
    […] Gli uomini non hanno conquistato la terra se non per lasciarsene espropriare dal sistema di profitto e di potere da cui dipendeva la loro conquista…perfezionando un’abilità che la bestia praticava per catturare il più debole e sottrarsi al più forte, hanno sminuito, rimosso, ridicolizzato la facoltà umana per eccellenza: quella di CREARSI RICREANDO IL MONDO.
    […]Con la bramosia del profitto e del potere che li rendeva stranieri a se stessi, hanno devastato il pianeta fino a una soglia di tolleranza oltre la quale non resta loro che la follia di distruggersi o la decisone di ricrearsi.
    [..]L’industria, l’insegnamento, l’agricoltura, i trasporti collettivi vanno allo sfascio mentre si gonfia a dimensioni planetarie un sistema tecnicamente programmato per convincere le folle a rinunciare a tutto in cambio di un mercato internazionale che un giorno porterà loro la salvezza. La rassegnazione paga molto cara la promessa di un futuro senza presente.
    [..]
    Gli vengono chieste poche cose per essere poca cosa: lavorare per consumare e consumarsi al costo più basso.
    […]
    Il lavoro è stato quanto di meglio l’uomo ha trovato per non far nulla della propria vita. ha meccanizzato laddove si trattava di inventare una costante vivacità. Ha privilegiato la specie a spese dell’individuo, quasi si dovesse, per perpetuare il genere umano, rinunciare al godimento di sé e del mondo e produrre la propria disumanità.
    Lo stato di deperimento planetario al quale ha condotto la trasformazione della natura in materia morta, meriterebbe di illustrare, nei futuri musei della barbarie arcaica l’avviso salutare: “Imparate a creare, non lavorate mai!”[..]
    L’economia di sfruttamento, che si distrugge distruggendo il mondo, non ha tuttavia abbandonato ogni speranza. Costretta a speculare sulla riduzione tendenziale del profitto, medita ancora di vendere il proprio deperimento ad azionisti che prosperano grazie al parassitismo. Il delirio schizofrenico che suggerisce di salvare l’Essere supremo del Mercato con una sorta di olocausto planetario ha già abbozzato il suo compimento in quelle sette sempre più numerose in cui, attraverso il suicidio collettivo degli adepti, gli interessi finanziari si investono bruscamente nell’estremo plusvalore dell’aldilà.[..]
    Smettete di chiedervi dove sia scomparso l’impero burocratico dell’Est: sta rinascendo sotto i vostri occhi, nel rispetto delle forme democratiche, con il medesimo disprezzo per i popoli e un’assurdità talmente comunicativa da non risparmiare neppure gli oppressi.
    Che cosa fate d’altro che affidare i vostri beni a imbroglioni che li svendono intimandovi di retribuirli per i loro servizi? E per contrastarli non trovate niente di meglio che elemosinare da loro un po’ del denaro che vi rubano[…]
    E’ proprio della speculazione finanziaria identificare esseri e cose con un valore di scambio che varia a seconda della legge dei mercati
    Ne segue una proliferazione che, seguendo l’esempio degli aumenti demografici, si condanna a ritrovare l’equilibrio mediante l’autodistruzione.
    […] bisogna morire di fame in un fertile giardino perché l’interesse del mercato proibisce di coltivarlo.[…]
    La gestione della rendita internazionale fa appello al salvataggio dell’economia in pericolo. Non le servono altri argomento per instaurare un larvato stato di guerra
    [..] Noi siamo i figli di un mondo devastato, che provano a rinascere in un mondo da cerare. Imparare a divenire umani è la sola radicalità.
    [..] Non abbiamo ancora realizzato fino a che punto siamo stati indotti a desiderare una fine anziché DESIDERARE SENZA FINE:

  12. bellissimo testo, non lo conoscevo. bisognerebbe registrarlo, andare con un generatore e una paio di casse potenti a roma e mandarlo in loop davanti al parlamento.

  13. “…ha meccanizzato laddove si trattava di inventare una costante vivacità…”
    qualcuno potrebbe provare a spiegare questa frase, per esempio.
    tuttavia dispero.

  14. L’elogio dell’ozio, che non è il “lavorare meno, lavorare tutti”, sarebbe perfetto, e l’ozio un diritto da conquistare, in una società, però, che potesse assicurare a tutti i suoi componenti un lavoro. E non ce lo vedo, oggi, un giovane invecchiato nell’attesa di un lavoro passare da disocupato a “ozioso”. Nell’epoca del lavoro precario, quando c’è, questo elogio suona con una certa tonalità macabra.

  15. “Il concetto del dovere, storicamente parlando, è stato un mezzo escogitato dagli uomini al potere per indurre altri uomini a vivere per l’interesse dei loro padroni anziché per il proprio.”

    non capisco cosa non ti è chiaro tash.

  16. http://www.youtube.com/watch?v=Tw9NjBdrkKo&feature=related

    tashtego, è stato arduo selezionare pochi passi in un testo che andrebbe trasposto integrale, (da lì si diparte un excursus su aristocrazia, borghesia, proletariato e fallimento delle rivoluzioni) sostanzialemnte si può riassumere con la constatazione finale che, anziché recar migliorie abbiamo devastato, snaturato, corrotto, inquinato, distrutto tutto ciò che potevamo distruggere e dovunque, in tutte le sue forme, mortificato la vita e la bellezza, genuflettendoci al dio danaro ovunquee da tutti indistintamente venerato.
    io sono d’accordo con alessandro, è un testo magnifico di cui c’è troppo bisogno (e macondo, anche la disoccupazione nell’opera è vista come funzionale al sistema, il disoccuptao non può e non deve sentire con meno urgenza la volontà di vivere, e vivere nella sua pienezza e dignità, non può e non deve rassegnarsi ad atrofizzare nel “conformismo cloroformizzante e ipnotico” che spoglia l’uomo e tanto più il disoccupato, di ogni diritto come se la vita fosse tutta la miseria da racchiudere nella mano che mendica e vivere non dovesse significare altro che pregare e supplicare e disperare e benedire quella stessa miseria…

  17. come dicono gli inglesi c’è stato un misunderstanding, il mio apprezzamento era andato al testo di russell, che non conoscevo, mentre quello di vaneigem mi era noto. (il linguaggio di vaneigem per me ha sempre, non so perché, qualcosa di matematico, mentre quello di russell lo trovo più distaccato e fluido) giusto per.

  18. ops… adesso vedo, ho scritto spaziani anziché sparzani.
    sorry. mi sa che ero troppo affaccendata :)

  19. la critica al concetto di lavoro in nome dell’ozio è un giochetto intellettuale e lascia il tempo che trova se non si lega a tutto il resto, vale a dire alla costruzione delle moderne società affluenti dove il lavoro come dovere e come identità dà addirittura qualche frutto, come il compure col quale sto comunicando, per dire.
    sovente constato, al di là del famoso saggio di Russel che pure è molto bello, che le nuove generazioni sembrano ignorare (politicamente) il concetto di struttura, di sistema: ci si diverte a sottoporre a critica il ramo sul quale si è seduti, che però mai e poi mai ci si azzarderebbe a segare: dunque benissimo, si elogi l’ozio, ma per carità non mettetevi ad oziare davvero, altrimenti ci si dovrebbe poi mettere a lavorare più di prima e alcuni che adesso non fanno un cazzo non se la passerebbero bene, disabituati come sono…

  20. @maria v

    “la vita e la bellezza” che abbiamo mortificato era comunque per 4 gatti privilegiati

    ogni volta che qualcuno evoca, anche di striscio, la bellezza o una possibile bellezza dei tempi d’antan io penso a Maria Zef, di Cottafavi.

  21. Bè ci sono vari gradi di critica tash. quello di russell infatti dice che nessuno sega il ramo dove siede, è impensabile al giorno d’oggi. si diverte a prendere in giro il concetto di dovere, imposto a tutti gli uomini. (anche bukowski in post office confessò che un giorno, di punto in bianco dopo dieci anni, si trovò a “tenere” al proprio lavoro, che all’epoca era il postino) poi ci sono critiche più strutturate o radicali, al sistema, o concetto di struttura come dici tu. il grosso fraintendimento c’è nel decidere se il punto in cui si trova l’umanità adesso fosse l’unico possibile, o se, nel caso in passato avessero prevalso altre logiche adesso viveremmo in un mondo totalmente diverso. voglio dire, l’uomo usa e prosciuga, non si adatta al proprio ambiente. lo devasta. non sembra un animale che abiti il pianeta prendendolo in prestito, ma se ne appropria. e le prime critiche si applicano proprio a questo concetto di proprietà. perché non abbiamo sempre canalizzato le scoperte verso un bene collettivo, ma ci ritroviamo nella condizione ben descritta da russell? in fondo sarebbe bastato un “ama il prossimo tuo come te stesso”, se preso alla lettera, e invece abbiamo la chiesa cattolica, per dire. il mio parere personale, che non ha nulla di critico o fondato, ma è un’opinione, è che l’essere umano non sia “buono”, alla fine della fiera, e si merita la società idiota che s’è costruito. tornando alla questione del nodo inziale invece, ossia “sarebbero potute andare diversamente le cose?”, se crede di sì, che qualcosa poteva esser diverso, possono tornare utili gli studi di vaneigem, o di zerzan, entrambi molto radicali ed entrambi, secondo me, ancora convinti che l’uomo possa vivere gioiosamente il suo irrisorio passaggio su questa terra. io purtroppo la penso come russell, oggi sarebbe impensabile disabituarsi, ci hanno plagiato da piccoli, non c’è nulla da fare.

  22. Alcor, non c’è mai stata un’età dell’oro, ma è altrettanto sbagliato credere, come ci hanno abituati a credere, che non ci siano risorse sufficienti, che la terra debba essere sfruttata all’osso e ogni singolo frutto clonato per assicuare la sussistenza di tutti – prendi l’africa, ad esempio, è un continente dalle immense ricchezze, risorse infinite, se in africa si muore di fame , non è certo perché manchino le risorse che noi ci siamo da sempre accaparrati, pur non essendo affatto noi stessi bisognosi e privi di risorse, se le merci si gettano e gli scaffali son sempre colmi…matematico che i conti non tornino.
    Tashtego, il punto è che bisogna smetterla, una volta per tutte, di nutrire un sistema-sanguisuga autodistruttivo, riconsiderare sul serio le alternative che non sono mai mancate, ma che non sono riuscite ad imporsi come sistema globale a causa dei forti interessi di pochi e della complice acquiescenza di troppi. Il pc, internet stesso, che ha contribuito in maniera grosso modo “rivoluzionaria” ad avvicinare, fare comunità, annullare distanze etc è nato a ridosso delle controculture, l’etica Hacker libertaria e di condivisione, è pietra miliare della nostra storia più recente e se ci ostiniamo a non credere possibili cambiamenti e rivoluzioni, non facciamo che dar man forte a chi ha da sempre interesse a sabotare
    -noi dobbiamo modificare le nostre percezioni, cominicare a credere possibile quello ci hanno da sempre indotto a credere impossibile-
    Tashtego, per tornare a Vaneigem “L’emergenza di un’economia di tipo nuovo, in cui la natura non sia più percepita come territorio da conquistare, soggiogare, violentare, saccheggiare, abbozza un contratto sociale fondato non tanto sull’appropriazione e sull’oppressione quanto sull’alleanza e la solidarietà. Non si trata di un ritorno alla natura perché questa non esiste più al di fuori del dominio che il lavoro ha esercitato su di lei. Per contro, così come ci ha creato, essa può ricrearsi attraverso la nostra propria creazione. L’uomo è nato da un’alchimia naturale. Il compito dei secoli a venire sarà di reinventarla”
    (rispetto dell’uomo e dell’ambiente….capito il punto?)

    alessandro, comprendo perfettamente, anch’io non faccio che combattere contro la mia parte deteriore: disillusa, scettica, addirittura cinica, e tuttavia bisogna combattere. Questo non può più essere l’unico mondo possibile, e tanto meno adesso che sta deflagrando.

  23. Potenzialmente (astrattamente) è vero, una volta non ricordo più chi ha detto che ci vorrebbe un tiranno buono e intelligente.
    E sono anche d’accordo che è necessario continuare a cercare il modo, anche se è un’utopia, e per varie ragioni, quello che non mi va giù, in generale, ma solo perché – se c’è un modo – lo indebolisce, è il riferimento a un passato migliore, a una natura irenica, a qualcosa che abbiamo rovinato, il mito del paradiso terrestre in fondo nasce da qui.
    In realtà una parte non piccola del genere umano ha sempre cercato di non far degenerare la situazione, ottenendo forse solo un certo variabile equilibrio, mal distribuito geograficamente.
    A proposito di merci, mi spiace non essere un’economista in questi casi, ma non credo che in generale dire “se le merci si gettano e gli scaffali son sempre colmi” sia sufficiente. La nostra attuale contrazione di spesa a vantaggio di chi va? E di chi va invece a svantaggio?
    Insomma, l’invito era solo a non descrivere con troppa semplicità una situazione complessa.
    Ti faccio un esempio, puntiamo sul chilometro zero, fragole solo locali, o anche niente pangasio, ottimo, anche per la salute, a chi togliamo risorse in questo modo?
    Almeno visto che non è tanto facile azzerare la situazione e convertire immediatamente i coltivatori di fragole e i produttori di pangasio (spero che si chiami pangasio, all’improvviso ho un dubbio) in produttori di altre merci locali, migliori e capaci di dar loro frutti sufficienti per vivere in un’economia sana ed equilibrata.
    Ma bisogna provarci, su questo sono con te.

  24. @ansuini
    Da quando (quando?) la specie umana inizia il passaggio dallo stato di cacciatore-raccoglitore a quello di agricoltore-allevatore, inizia il lavoro propriamente detto e le cose prendono la piega che conosciamo. Tra il sostentarsi tramite un’attività di estrazione di risorse già presenti nell’ambiente in cui si vive (raccoglierere-cacciare) e l’organizzarsi e il lavorare per incrementarle sino alla produzione di un surplus più o meno rilevante c’è molta differenza: la prima modalità occupa la maggior parte della storia dell’umanità e solo Rousseau e i suoi seguaci potevano pensare che si trattasse di un’era di libertà/felicità/innocenza: in realtà basta guardare con attenzione un film poco conosciuto come «Manto nero» di Bruce Beresford (o leggere per dire Levi Strauss: recente la ristampa di «Tristi tropici») per prendere nozione che qualsiasi tipo di società umana, con o senza il concetto di lavoro, è semplicemente un inferno.
    Che poi l’ideologia del lavoro come mezzo di dignità e auto-identificazione umana a fronte dell’ozio visto con esecrazione come fonte di degenerazione anti-sociale – metti l’imperativo nordico-leghista «ma va a lavurà» − abbia aspetti decisamente ridicoli, consideratane la funzionalità produttiva in un mondo industrial-consumista, non c’è dubbio.
    Tuttavia la società globalizzata e lavorista sta producendo progressivo l’accesso a beni di necessità prima per masse crescenti, sta allungando la durata della vita, riducendo la mortalità infantile, migliorando la mobilità e la comunicabilità di noi tutti, eccetera.
    Insomma: lavoro, lavoro, lavoro.
    Che ormai non è più quello di Engels o di Zola, cioè puro sostentamento, ma fornisce cospicuo plusvalore di massa, garantendo a singoli di arricchirsi enormemente, certo.
    Questa modalità economico, social produttiva porta diritta alla distruzione del pianeta, non c’è dubbio, ma a mio parere non è arrestabile né modificabile con l’esercizio della critica/politica, ma solo attraverso la scienza e la tecnologia, sulle quali peraltro si fonda da circa diecimila anni, se non di più.
    Eccetera.
    Scusa il pistolotto.
    Otto.

  25. Sì, è il pangasio. E l’Europa ha tolto i dazi per aiutare i paesi produttori. E intanto ci avvelena. Ecco il mio problema. Capire.

  26. Per esempio, una campagna che mi sembra sensatissima come quella rivolta alla riduzione del consumo di carne e favore dei legumi e dei cereali, non è che poi verrà fuori che lo sfruttamento agricolo senza che le mandrie ci camminino su concimando il terreno, è un disastro?
    Spero di no, visto che tutte queste bestie sono anche le maggiori produttrici di metano perso, a meno che non le si munisca di palloncino gonfiabile per un miglior uso delle risorse, a quanto ho capito.

  27. il pistolotto è interessante, e purtroppo sono d’accordo, in linea di massima, di lì non si esce. siamo una razzaccia.

  28. quando le classi subalterne lavoravano da buio a buio, e in cambio neanche mettevano insieme il pranzo con la cena, l’alienazione odierna del lavoro –la soffocante progettualità economica che va dal passato prossimo al futuro imminente- non era affatto interiorizzata, anzi nell’opera si celebrava -a caro prezzo- un compito intimamente umano. La proposta oziosa sarebbe suonata semplicemente sciorna. Concordo con l’ozio (ma, per chi lavora di braccia: il riposo) se allude a una comprensione nuova ( a una liberazione dall’alienazione, per stare nella mia tradizione) dell’opera all’interno del nostro complicato essere , processo che visto isolatamente non ha senso; se invece si tratta dell’ennesima superflua variazione del ciclo consumo/produzione, bé, chi se ne importa.

  29. a Alcor
    don’t worry, le cacche delle vacche concimano frazioni delle terre coltivate, buona l’idea del palloncino (se positivo diventa rosso?)

  30. Questo è uno dei testi che hanno influenzato un paio di generazioni di giovani (magari anche di non giovani, ma di loro non so, poiché io all’epoca ero tra i primi) che hanno creduto possibile una società in cui tutti lavorassero, e lavorassero poco, per produrre il neccessario e non il superfluo. Pensate un po’, qualcuno ci credeva.

    Saluti e ringraziamenti a Sparz per avermelo ricordato.

  31. L’elogio dell’ozio, che di per sé apprezzo contro l’ideologia del “lavorismo” e dell'”arricchitevi (se potete)”, è però, bisogna riconoscerlo, un discorso per privilegiati, o garantiti, come si direbbe oggi. Se ho ben letto, Russel si ferma alla prima parte della frase “lavorare meno, lavorare tutti”, perché invita chi già lavora ad aprire all’ozio il proprio tempo, e ovviamente non si pone il problema di come far lavorare chi non lavora perché estromesso (provvisoriamente) da questo sistema di produzione. Poi che in nome dell’elogio dell’ozio si difenda anche l’ecosistema planetario, si rispetti di più l’uomo e l’ambiente, ecc. questo non credo fosse nella mente di Russel, o perlomeno non nel senso specifico che si è configurato nel “dibattito” secondonovecento. A questo proposito, apprezzo di più la teoria della decrescita di Latouche.
    @ ansuini: per confidare nelle previsioni dei maya, bisognerebbe sapere in quale hatun siamo oggi.

  32. il secondo se non ricordo male. fine della quinta era. 21 dicembre 2012. ho visto un documentario un paio di sere fa su youtube per trovare la speranza, ma anche lì pare che il tutto si riduca a “ci saranno grandi cambiamenti”. insomma, nemmeno i maya potranno soccorrerci.

  33. Siamo tutti schiavi. Anche il ricco “che non ha bisogno di niente” e può essere libero di “oziare”, naturalmente.
    Ci vorrebbe una schiavitù uguale per tutti, una schiavitù part-time, ma ciò è utopia…
    Nel frattempo, forti anche della nostra intelligenza (e della nostra scienza), abbiamo seriamente scombussolato la Terra. Compito della scienza è trovare l’antidoto al veleno (e i veleni che abbiamo creato devono essere tanti, tanti…), ma quando anche trovato bisognerebbe usarlo, e in fretta, tutti, ovunque, contemporaneamente: altra utopia. Anzi, follia. Come follia è non usare l’antidoto…

    Se dunque prima non sapevamo chi eravamo, perché eravamo qui e dove saremmo andati (dopo la morte, ovviamente), ora lo sappiamo ancora meno: perché, nella sua essenza, molto di quello che c’era lo abbiamo o distrutto o visto distruggere da altri. Per “costruire”, certo, ma certo non dovevamo nemmeno sapere, visti i risultati, che cosa esattamente volevamo costruire distruggendo, giacché costruire non poteva significare “solo per qualcuno”, come “qualcuno” andava sicuramente pensando.
    Così, se tutti dovevano avere gli stessi diritti (il sostentamento), tutti adesso sulla Terra avrebbero almeno una casa, del cibo e del “tempo libero”: altra utopia.

    Ora, guardando dall’alto il pianeta, vediamo un’enorme ricchezza per una parte molto piccola e un’estrema povertà (e diciamo pure: morte, distruzione) per un’altra parte molto ampia. Vediamo la parte ricca che “se ne frega” (dobbiamo morire: meglio godere ora e chi s’è visto s’è visto), ma se scendiamo in basso vediamo bene la sua infelicità: anzi, la sua stessa autodistruzione. Così, almeno, a me sembra di vedere.

    Cosa sarebbe, altrimenti, l’aumento esponenziale nelle nostre società “ricche”, non solo di “povertà”, ma di quest’incredibile – e solo apparentemente incomprensibile – infelicità, che non avrebbe nemmeno bisogno di statistiche “sul prossimo futuro”, perché si tocca ormai veramente con mano, ovunque?

  34. @ ansuini,
    la vedo dura, se nemmeno i maya, dopo nostradamus, potranno soccorrerci. Meglio cercare di soccorrerci da noi stessi. Anche perché non vedo la ragione che i maya soccorrino l’uomo bianco occidentale che ha ridotto in miseria i loro discendenti.
    Grandi cambiamenti nel 2012? Mmm, che vincano gli zapatisti, che sempre maya sono?

  35. E d’altra parte, quel ricco “paesaggio cognitivo” di cui godiamo (qui e ora, per esempio) è stato evidentemente inciso dalle sgorbie del potere, finemente affondate nelle carni di un’umanità resa gonfia, dolente e schiava, ma al tempo stesso enormemente creativa. Le 8 ore sono un valore emergente (da una lotta secolare) e non una costante dichiarata nell’intestazione di un programma che sia possibile dimezzare con una singola decisione.. e’ tutto, tutto, così dannatamente ambivalente (anche il “buon” Russell: “On those rare occasions, when a boy or girl who has passed the age at which it is usual to determine social status shows such marked ability as to seem the intellectual equal of the rulers, a difficult situation will arise, requiring serious consideration. If the youth is content to abandon his previous associates and to throw in his lot whole-heartedly with the rulers, he may, after suitable tests, be promoted, but if he shows any regrettable solidarity with his previous associates, the rulers will reluctantly conclude that there is nothing to be done with him except to send him to the lethal chamber before his ill-disciplined intelligence has had time to spread revolt. This will be a painful duty to the rulers, but I think they will not shrink from performing it.”).

  36. @Alcor: nell’effetto farfalla io ci spero invece. Un battito d’ali in Messico può provocare un uragano in Cina. Ma un battito d’ali in Messico può anche evitare un uragano in Cina.

    Cmq, forse in controtendenza a Russell, direi che l’importante è fare. Come vada a finire poco importa.
    Diceva Queneau (vero Sparz?) che uno degli indizi maggiori della stupidità umana è voler conoscere la Fine.

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Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato anche due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia, pubblicato presso Mimesis. Ha curato anche il carteggio tra W. Pauli e Carl Gustav Jung, pubblicato da Moretti & Vitali nel 2016. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.