Primo marzo 2010 – sciopero degli stranieri

San-Papier

di Emilia Zazza

 

La parola sciopero sa di stantio, è una parola piena di polvere, dimenticata su un armadio. Non la si tira giù nemmeno per le pulizie di Pasqua. Perché sciopero vuol dire diritti dei lavoratori. E chi è, ormai, che ce l’ha un lavoro? Contiamoci. E anche qualora ce l’avessi, magari garantito a tempo indeterminato le fabbriche, semplicemente, chiudono, e puoi scioperare quanto vuoi… ma la fabbrica non c’è più.

E’ quindi curioso che, in un contesto del genere, su Facebook sia nato un gruppo dal nome: Primo marzo sciopero degli stranieri (www.facebook.com/group.php?gid=208029527639&ref=ts). E’ vero che l’iniziativa è partita dalla Francia http://www.lajourneesansimmigres.org/fr/ 24 heurs sans nous, che a loro volta l’hanno ripresa dalle lotte degli immigrati negli Stati Uniti, ma qui siamo in Italia. E’ il paese di White Xmas a Coccaglio, tanto per dire l’ultima delle brillanti iniziative in materia di convivenza, il paese in cui Ministri della Repubblica vogliono demolire l’art. 1 della Costituzione (L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro) e il paese del reato di clandestinità. E quindi, verificata l’efficienza organizzativa di FB, dopo il successo della manifestazione del No B Day, Stefania Ragusa, Cristina Seynabou Sebastiani e Daimarely Quintero, sono partite da lì: hanno aperto un gruppo, iniziato a coinvolgere persone e si sono gemellate con i francesi. “E’ importante che la manifestazione abbia un respiro europeo” mi dice Stefania Ragusa al telefono. “Questo gruppo si propone di organizzare una grande manifestazione di protesta per far capire all’opinione pubblica italiana quanto sia determinante l’apporto dei migranti alla tenuta e al funzionamento della nostra società”, si legge sul profilo. Chi si aggiunge al gruppo è immediatamente invitato a iscriversi alla mailing list (primomarzo2010@gmail.com) per creare un contatto più diretto e organizzarsi, costituire comitati territoriali: è importante agire in maniera capillare, riuscire a raggiungere tutti quelli che non hanno accesso a internet, non parlano la nostra lingua, non hanno un computer. E infatti i comitati sono già nati: Milano, Perugia, Palermo, Roma e altri ne stanno nascendo in questo momento (ognuno con la sua mailing list di riferimento). A ognuno viene chiesto un contributo, un’idea, anche perché bisogna rendere visibili le astensioni. L’attività sul territorio è importante perché le modalità dello sciopero vengono costruite insieme, a seconda delle caratteristiche di chi vi partecipa. Sì, perché qui sta l’elemento innovativo e coraggioso. Lo sciopero, dicevamo, lo sciopero dal lavoro non solo non se lo può permettere più nessuno, ma perde sempre di più il suo controvalore. Nel caso specifico, poi, gli stranieri vengono spesso sfruttati, pagati in nero, quando non sono addirittura senza lavoro. Che si scioperano, allora? E’ tra le prime obiezioni che vengono fatte. La verità è che sebbene lo strumento resti lo stesso: l’astensione, non sarà più solo dal lavoro. Ma soprattutto dal consumo. Il concetto di cittadino si è svuotato, se mai ha avuto un valore in Italia, oggi, che ci piaccia o no, siamo consumatori, è così che siamo considerati: solo per questo abbiamo un valore per chi comanda, e non è più il padrone a comandare, non quello nel senso tradizionale del termine almeno, quello che conta è cosa compri, come lo compri, in quali quantità. Se tutti gli stranieri (e tutti gli altri che aderiscono) per un giorno si astengono dal comprare dall’unico alimentari del paesello del nord est, se tutti quelli a Roma per un giorno non inviano soldi alla famiglia di origine tramite quel certo vettore, se per quel giorno non si fanno telefonate, non si prendono treni, non si prende il caffe’ nel bar della piazza. Ebbene, il mondo si accorgerà che esisti e che sei fondamentale per l’economia del paese, che puoi, se vuoi, avere un peso specifico e contare nelle decisioni che riguardano la comunità. Questo poi sarebbe un discorso da allargare a tutte le nuove forme di lotta e di rivendicazione dei diritti. Ma ora parliamo del primo marzo 2010. Un’ultima considerazione. Un’altra delle obiezioni che vengono fatte allo sciopero (non ultimo su un noto magazine allegato a un quotidiano nazionale) è che gli italiani non capirebbero. Come se noi fossimo da una parte e loro dall’altra. Questa è un’altra cosa che il gruppo che organizza lo sciopero, e quindi di conseguenza la manifestazione stessa, si propone di superare. La divisione tra italiani e stranieri. Quando si scrive di questi temi una delle difficoltà maggiori è proprio trovare i termini giusti, perché il vecchio linguaggio non basta più, non ha più senso, le vecchie parole non servono più a indicare il concetto che si vuole esprimere. Italiani e stranieri. I ragazzi di seconda generazione che sono italiani, ma che a causa dell’aspetto e delle abitudini vengono considerati stranieri e che parteciperanno alla manifestazione a fianco di chi ancora invece non riesce ad avere voce, sono stranieri o italiani? E gli italiani in Francia di seconda, terza generazione, sono stranieri, italiani o francesi? Quando si creano questi corto circuiti lessicali vuol dire che è ora di ripensare la realtà che viviamo. Le parole hanno un senso, che è quello di descrivere ciò che vediamo. Bisogna abituarsi all’idea che ciò che vediamo è cambiato e che vanno trovati nuovi nomi, nuove forme di lotta, vanno individuati i nuovi diritti da difendere e da conquistare. Spesso ci si chiede da dove cominciare. Io propongo da qui:

www.facebook.com/group.php?gid=208029527639&ref=ts

18 COMMENTS

  1. Comincerò a odiare Facebook …

    Uno sciopero è una cosa seria, che presuppone la chiamata a raccolta attorno a una piattaforma credibile, che sia al contempo unificante e separatrice. L’idea di “fare capire all’opinione pubblica italiana quanto sia determinante l’apporto dei migranti” è troppo vaga, dentro ci può stare tutto e il suo contrario, e perfino Calderoli potrebbe essere d’accordo, visto che conosce bene la situazione del Nord, dove per certi tipi di lavori i migranti sono fondamentali (e lo ha anche detto). Perché non proporre una serie di punti, a cominciare dall’abolizione del reato di clandestinità, e su questi creare consenso?

    Lo “sciopero del consumo”, poi, mi pare in partenza destinato al nulla, o comunque dipendente da quanto i media ne parleranno.

    Trovo poi del tutto fuori-luogo quell’aggettivo esposto in bell’evidenza: “non violento” …

    Il problema delle banlieues è diventato di dominio pubblico quando si sono riversati sulle strade spaccando i simboli di ciò che li constringeva ai margini, così come il problema dei lavoratori stagionali è esploso quando si sono rotti dell’ennesima provocazione e hanno invaso le strade con la loro rabbia … Scrivere, come fanno gli organizzatori nel loro blog, che “non possiamo giustificare la violenza” è trincerarsi dietro il solito buonismo segnando una differenza tra chi decide di dire basta e chi vorrebbe, ma non può, o meglio lo fa, ma facendo attenzione a non disturbare troppo. Siamo al solito giochino delle opinioni. Quella violenza non è né da approvare né da giustificare: è semplicemente da capire. E se gli immigrati (loro in prima persona, non noi!) decideranno che certe forme di lotta sono sensate per emergere all’attenzione dell’opinione pubblica e per raggiungere alcuni obiettivi, allora sono da SOSTENERE. Mi pare il minimo che i migranti decidano di auto-determinarsi anche nelle forme di lotta. Tutto il resto è il solito tram-tram delle parole …

    saverio

    • Saverio, io non uso Facebook. Di recente ho parlato con delle persone messicane a proposito del film Un dia sin mexicanos, dei loro amici e parenti al lavoro in USA, dei ristoranti alberghi bar (erano tutti impiegati nella ristorazione in Messico). Tutti, nessuno escluso, mi parlavano con entusiasmo dell’idea di lasciare a terra per un giorno i loro datori di lavoro.
      L’iniziativa italiana ha probabilmente molte cose da fare e migliorare. Per conto mio avrà poco senso se sciopereremo solo io o helena (immigrati europei), ne avrà di più se coinvolgerà i tantissimi stranieri che qui lavorano e pagano le tasse senza ottenere diritti di cittadinanza e subendo ogni sorta di umiliazione amministrativa (quote nelle scuole e negli asili, insulti e maleducazione dalla gente, abusi di polizia, selezione razziale, riardi e omissioni nel rinnovo del permesso di soggiorno). E naturalmente il reato di clandestinità, punto centrale che anche tu indichi.

  2. @saverio, tu che detesti ” il solito tram tram delle parole” mi sa che ne hai dette troppe.
    Io penso che qualunque iniziativa che dia visibilità ai migranti, e a quell’italia non ancora inbarbarita, sia da sostenere senza troppi distinguo!
    soprattutto quando nasce dalla società civile, dal basso, senza i filtri dei partiti, con tutti i “se e i ma” che si porterebbero dietro!
    Alice

  3. Società civile?!
    Ma se Civati è consigliere regionale del PD!
    Un po’ di pudore, per favore!

  4. … e mi chiedo dove fosse il sig. Civati quando noi, semplici cani sciolti e senza partito, manifestavamo contro i CPT per stranieri (vero obbrobrio giuridico) che il suo partito ha inventato (e ricordo che la Bossi-Fini si regge, come impianto, sulla Turco-Napolitano!) …

    sa.

  5. io vorrei solo che si facesse qualcosa. una cosa qualunque! io non sono simpatizzante del PD, ma vorrei che ci ricordassimo che il nostro nemico non è Civati, ma un governo filonazista e fascista che sta trasformando gli italiani in barbari, come non se ne erano mai visti (…forse…)!
    che si cominci a vedere anche il pd in questo genere di lotte, dovrebbe farci piacere.più siamo, più siamo forti. no?

  6. L’unica misura del valore e del successo di questa iniziativa è la capacità di coinvolgere gli stranieri in Italia. Il resto sono solo confortevoli piagnistei.

  7. parto da Jan che aggiunge il link al blog dell’iniziativa, (grazie mille!:))
    lì si possono trovare anche notizie più approfondite dai comitati che stanno nascendo numerosi in queste ore.

    So che Civati è stato tra i primi sostenitori, ma l’iniziativa è stata promossa da Stefania Ragusa, Cristina Seynabou Sebastiani e Daimarely Quintero. Lo dico non solo per equità, ma anche per ribadire che questa manifestazione nasce dalla società civile. Faccio mie, riportandole, le opinioni dell’organizzazione che dice che sono tutti i benvenuti, perché questa è una questione che riguarda tutti, ma la manifestazione non ha e non vuole avere bandiere politiche.

    Saverio in linea teorica sono d’accordo con te su FB e non solo, però il progetto parte da lì avendo poi come sbocco immediato il territorio. La “chiamata” su FB dovrebbe avere, e sta avendo, l’effetto della macchia d’olio che si espande. Sono nati, e continuano a nascere, comitati territoriali per sviscerare ogni possibile forma di protesta e di manifestazione, per agire quindi dalla base, sul territorio, per il territorio.

    Il discorso che fai sulla violenza parte dalla premessa che siamo ormai sconfitti e che non si può fare niente per evitare di arrivare a quei livelli di ingiustizia e disumanità che si sono visti a Rosarno, a quelle condizioni di vita. E non è vero. Gli sforzi da fare sono grandi, la strada lunga, ma si può provare a costruire un paese diverso. Si deve. E benché sembri utopico e favolistico come discorso io credo che tu un po’ sia d’accordo, visto che hai manifestato contro i CPT e contro le leggi ingiuste di questo paese.

    Detto questo è ovvio che ci possono essere mille altre attività, iniziative da fare, tante altre ce ne sono e vengono fatte, nessuna esclude l’altra. Questa mi sembra, nella sua forma e anche nella sostanza particolarmente condivisibile e anche abbastanza innovativa. E in più, e qui mi rivolgo anche a Alice, è aperta a contributi e partecipazione.

    • l’iniziativa è stata promossa da Stefania Ragusa, Cristina Seynabou Sebastiani e Daimarely Quintero. Lo dico non solo per equità, ma anche per ribadire che questa manifestazione nasce dalla società civile.

      Grazie Emilia della precisazione.

  8. Jan Reister, hai ragione. Per questo il primo passo è stato formare i comitati: per arrivare in maniera più capillare anche agli stranieri che non hanno internet, non parlano bene la nostra lingua. Però mi ripeto, non è un problema loro, ma un problema nostro: di tutti.

  9. Sono d’accordo con jan e con gli organizzatori dello sciopero e con alcor. Siamo diventati una paese in cui non solo ci si può giustificare ad alta voce di essere razzisti, ma anche dove ci si giustifica di LINCIARE gli stranieri.
    Ora sappiamo tutto, noi, di come si può trasformare un popolo civile, in una massa complice di tanti volonterosi aguzzini. Chi fa finta di non vedere, mi fa schifo quasi quanto quelli che si preparano a linciare. Chi viene a rompere il capello in quattro su queste faccende è invece stupido, e basta.

  10. @ Inglese
    dare dello stupido a qualcuno perché dice la sua è davvero molto diverso dal dare dello “sporco negro” a un immigrato?

    Se questo è il livello di tolleranza, come stupirci di quello che accade?

    Saverio

  11. Saverio questa è una discussione. Io non ho ti ho dato dello stupido perché hai un’opinione diversa. Io ho dato un giudizio sulla tua opinione. Io sostengo che decidere se aderire a un’iniziativa buona, in questo momento, dipenda dalla tessera di partito di chi la organizza è un segno di stupidità, di vista corta – se preferisci. Ci sono pochi, ma fondamentali temi, che non dovrebbero essere né di destra né di sinistra, ma civili, di civiltà, come la difesa della legalità, come il rifiuto del razzismo. Considerarli come dei temi autentici solo quando sono sotenuti da minoranze senza macchia è un errore grosso e grossolano, a mio avviso. Naturalmente mi posso sbagliare, lo stupido posso essere io, e puoi ridarmi dello stupido. Poco male, rispetto alle cose più gravi che accadono in questo paese.

  12. Vedi, Andrea, Emilia Zazza dice che questa manifestazione “non vuole avere bandiere politiche”. Però è innegabile che si presenti almeno vicina al PD; basta farsi un giro nei link dei vari blog interessati per scoprirlo. Questo, ovviamente, non è un male in sé. È però segno di una differenza, che non a caso è tale proprio nei confronti di un altro coordinamento che in questo periodo sta proponendo lo stesso sciopero. Esistono, insomma, due comitati diversi su questa questione. Ora, io prendo atto che nel secondo, formato da diverse realtà “di base” (non si chiamano “società civile”), è possibile incontrare soggetti impegnati da tempo su queste questioni, e che in precedenza hanno organizzato iniziative importanti contro il razzismo (sciopero del lavoro migrante del 2002, Mayday del 2008, manifestazione “Da che parte stare” di Milano e Roma nel 2009 …), realtà che non sono affatto “monoranze senza macchia”; mentre nel primo, quello di cui questo post da notizia, insieme a singoli impegnati in associazioni pro-migranti, si corre il rischio di trovarsi al fianco di chi, in certe amministrazioni (Padova, Pisa, Pesaro, etc.), persegue la “tolleranza zero” nei confronti degli immigrati … Per me questa è una contraddizione fondamentale, che va segnalata, anche a costo di passare per colui che “rompe il capello in quattro” … La nostra fortuna è che, essendo uno sciopero virtuale, non ci saranno manifestazioni separate e tutti concorreremo alla sua riuscita …

    Saverio

  13. ok Saverio, segnalare l’esistenza dell’altro coordinamento mi sembra sacrosanto. Mantenere un occhio critico sulle amministrazioni del PD compiacenti con il razzismo ambiente pure, ma è poi importante, come tu stesso concludi, che: “La nostra fortuna è che, essendo uno sciopero virtuale, non ci saranno manifestazioni separate e tutti concorreremo alla sua riuscita …”.

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Marco Rovelli nasce nel 1969 a Massa. Scrive e canta. Come scrittore, dopo il libro di poesie Corpo esposto, pubblicato nel 2004, ha pubblicato Lager italiani, un "reportage narrativo" interamente dedicato ai centri di permanenza temporanea (CPT), raccontati attraverso le storie di coloro che vi sono stati reclusi e analizzati dal punto di vista politico e filosofico. Nel 2008 ha pubblicato Lavorare uccide, un nuovo reportage narrativo dedicato ad un'analisi critica del fenomeno delle morti sul lavoro in Italia. Nel 2009 ha pubblicato Servi, il racconto di un viaggio nei luoghi e nelle storie dei clandestini al lavoro. Sempre nel 2009 ha pubblicato il secondo libro di poesie, L'inappartenenza. Suoi racconti e reportage sono apparsi su diverse riviste, tra cui Nuovi Argomenti. Collabora con il manifesto e l'Unità, sulla quale tiene una rubrica settimanale. Fa parte della redazione della rivista online Nazione Indiana. Collabora con Transeuropa Edizioni, per cui cura la collana "Margini a fuoco" insieme a Marco Revelli. Come musicista, dopo l'esperienza col gruppo degli Swan Crash, dal 2001 al 2006 fa parte (come cantante e autore di canzoni) dei Les Anarchistes, gruppo vincitore, fra le altre cose, del premio Ciampi 2002 per il miglior album d'esordio, gruppo che spesso ha rivisitato antichi canti della tradizione anarchica e popolare italiana. Nel 2007 ha lasciato il vecchio gruppo e ha iniziato un percorso come solista. Nel 2009 ha pubblicato il primo cd, libertAria, nel quale ci sono canzoni scritte insieme a Erri De Luca, Maurizio Maggiani e Wu Ming 2, e al quale hanno collaborato Yo Yo Mundi e Daniele Sepe. A Rovelli è stato assegnato il Premio Fuori dal controllo 2009 nell'ambito del Meeting Etichette Indipendenti. In campo teatrale, dal libro Servi Marco Rovelli ha tratto, nel 2009, un omonimo "racconto teatrale e musicale" che lo ha visto in scena insieme a Mohamed Ba, per la regia di Renato Sarti del Teatro della Cooperativa. Nel 2011 ha scritto un nuovo racconto teatrale e musicale, Homo Migrans, diretto ancora da Renato Sarti: in scena, insieme a Rovelli, Moni Ovadia, Mohamed Ba, il maestro di fisarmonica cromatica rom serbo Jovica Jovic e Camilla Barone.