Caro Papà

busta

una possibile lettera di risposta del figlio di Celli immaginata da Piero Sorrentino

Caro papà,

grazie dei complimenti per la carriera universitaria che mi fai dalle pagine di uno dei principali quotidiani di questo Paese. È una fortuna non da poco. Non tutti i figli hanno il privilegio di leggerli, e non tutti i padri di scriverli. Per esempio il papà del mio compagno di corso Cesare, un metalmeccanico di Latina con tre figli e una moglie casalinga, ha acquistato nelle pagine di cronaca locale del Messaggero un piccolo box di tre righe per la laurea di suo figlio: solo per la soddisfazione di veder comparire il nome del suo pupillo – e la relativa, brillante votazione – a pag. 47, nella colonna riservata alla “piccola bacheca”, tra un annuncio di massaggi erotici e un appello per il ritrovamento di Bibo, un cucciolo di Jack Russell scomparso a Vairano Scalo la settimana scorsa.

Ho letto con attenzione la tua lettera. Intanto mi chiedo perché tu non me l’abbia lasciata sul tavolo della cucina, o spedita nella mia casella privata di posta elettronica. Che, per caso ti si è impallata di nuovo la rubrica, e il mio nome è andato a finire sotto l’indirizzo della redazione di Repubblica?
Non ti preoccupare; anche se fosse stato un gesto sbadato, non importa. È lo stesso una lettera bellissima. Lo sfogo di un uomo amareggiato, addolorato. Un’invettiva rabbiosa contro i poteri forti di questo Paese. Contro chi questo Paese se l’è mangiato, giorno dopo giorno, ingoiandolo a grossi bocconi o a microscopici pezzi. Contro questa “società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.”. Ben detto, papà. Un Paese debole, cinico, falsamente morale ma profondamente moralista, che ama presentarsi al mondo sotto una veste seducente e amabile, salvo poi sapersi vendere in privato al miglior offerente, al più forte, al più aggressivo, al più furbo, al più ricco; un popolo capace di nascondere sotto una coltre di frizzi e lazzi il peggior sangue, le truffe più pericolose, le ribalderie della peggior specie. Bravo papà!
Gruppi bancari, università, compagnie telefoniche, aziende che fatturano centinaia di milioni di euro. Unicredit, Eni, Omnitel, Wind, Rai, Luiss Guido Carli. Tu sì che sei un esperto della materia! In questi anni sei stato immerso fino al collo nel midollo di potere italiano. Ti sei seduto su poltrone che scottavano. Sei stato per ben tre anni al vertice della Rai. Direttore generale, eh! Tre anni son tanti. Chissà quanto ti sei dovuto barcamenare tra lottizzazioni selvagge, tentativi di raccomandazione, bustarelle, intrallazzi, veleni. Non deve essere stato facile per te uscirne talmente pulito da poterti permettere di scrivere a testa alta quella lettera a Repubblica. Papà, che orgoglio mi dà la stesura di questa lettera! Che brivido mi corre lungo la schiena, a leggere il tuo appello a lasciare questo Paese martoriato da gruppi bancari, università, compagnie telefoniche, aziende che fatturano centinaia di milioni di euro all’anno. Ma come hai fatto, mi chiedo?
Hai tenuto gli occhi chiusi per tutti questi anni, papà mio? Il naso turato per non sentire il puzzo che saliva da sotto quelle potentissime poltrone che hai occupato? Quanto hai dovuto tenere stretti i tuoi occhi, papà, per non vedere il marcio che mi indichi nella tua meravigliosa lettera?
Quanto dolore, povero papà mio.
Mica come il papà di Cesare, il metalmeccanico con le ritenute fiscali in busta paga. Lui di questo Paese non sa niente. Tu no, papà. Tu sai tutto.

Ti abbraccio,

tuo figlio

p.s. Mi è arrivata una email anonima. Contiene la scheda editoriale del tuo superbo saggio “Comandare è fottere”.
Dice: “Ci sono troppe cose che si fanno ed è bene non dire. Questo è un libro che non fa giri di parole. Che magari mentre tu stai lì a farli, gli altri ti soffiano la poltrona da sotto il sedere. Il mondo del lavoro è una giungla, con poche regole e tanti aspiranti leoni. Lo sa bene Celli, che per anni è stato ai vertici delle maggiori aziende italiane. E allora risultano inutili, se non addirittura ridicoli, i discorsi buonisti e politicamente corretti sulle strategie per fare carriera.
In questo “piccolo vademecum per bastardi di professione” l’ex presidente della Rai dice tutto quello che di solito in proposito si tace. Ovvero che, alla faccia dell’utopia delle pari opportunità, “nascere bene” aiuta eccome. Così come aiuta saper scegliere la persona giusta da servire per poi abbandonarla quando serve, selezionare alleati e nemici, usare l’arte della seduzione e della finzione. E quando arrivi poi, consiglia Celli, non guardarti indietro, sii sempre pronto a succedere a te stesso o a farti rimpiangere attraverso i successori.”

Secondo me è quello stronzo di Cesare. Adesso lo chiamo e gliene dico quattro.

51 COMMENTS

  1. invece, Celli non merita questo trattamento sarcastico. Forse, quel libro, bisognerebbe prima averlo letto. Celli non si esclude da questo fallimento.
    D’altra parte, a Gaber che aveva detto “la mia generazione ha perso” da sinistra gli diedero del qualunquista…

  2. Troppo facile, “a carriera fatta”, dire di “non chiamarsi fuori, di aver fallito”, sa troppo di ipocrisia. In questo paese vi sono migliaia e migliaia di persone di grandissimo talento che non hanno accettato, non accettano , non si sono sottomessi e non si sottomettono a questa logica. E questo splendido pezzo di Sorrentino a loro rende omaggio. Celli avebbe fatto bene, quando ne aveva l’occasione, a far “saltare i tavoli” lottizzatorii, magari pubblicando allora le schifezze e assumendo tutte le conseguenze di quel possbile ( e giiusto, e unico) gesto. Non l’ha fatto, dunque di cosa parla, ora? Queste cose di sanno benissimo. Si vuol vendere un nome sul mercato editoriale, tanto perchè “‘a semmenta ‘re fessi nu more mai?”, come diceva mio nonno .

  3. Puo’ essere convisibile, ma solo in parte la facile ironia sul fatto che Celli, per quanto “diverso”, ha fatto parte a pieno titolo e in posizioni di preminenza, di questo “sistema Italia”;
    questa palude oserei dire di corporazioni ognuna arrocata sui propri privilegi (pchi o molti che siano, infimi o scandalosamente corposi), sempre pronte a denunciare i mali (causati sempre dagli altri), i disservizi, le illegalità, gli abusi e i soprusi (sempre degli altri)
    sempre pronta a gridare l’urgenza di un cambiamento (ma guai a toccari i propri privilegi);
    questa palude misera e straccione coinvolge tutti, certo non nella stessa misura e non con le stesse responsabilta’; ma una cosa è certa: siamo tutti complici;
    E’ demagocico, anche se fà effetto, tirare fuori, il papa del compagno di corso del figlio – immaginario o no, non importa – Cesare ;
    perchè a Cesare in fondo sta bene questo governo e probabilmente l’ha votato ( non sono sol ole partite iva che votano pdl) e se non gli sta bene e non l’ha votato, ha comunque apprezzato avvalendosene, della possibilita’ di sanare un abuso edilizio, o di costruire la sua casetta lungo il fiume. A cesare sicuramente non gliene importa neinte se i lfiglio ha studiato ocn profitto e con merito, non gleine importa niente delle competnze del figlio, l’unica cosa che gli importa è quelal di trovare la raccomandazione giusta. Cesare prende una miseria e paga fino all’ultima tassa, lo sappiamo e non saro’ certo io a mancare nella denuncia dell’ingiustizia delel condizioni degli operai.
    Ma quando parliamo di senso civico (non parcheggaire in doppia fila, rispetatre le file, non cercare di mortificare gli altri attraverso il ricorso alle infinite furberie di cui siamo maestri), o quando parliamo di sentimento del bene comune ( guai a chi tocca la mia roba, ma chi se frega dei ben ipubblici), allora siamo tutti uguali;
    in questo forum ci sono tanti intellettuali e professionisti immagino;
    se io chiedessi quanti di noi hann oespressamente vietato ai propèri figli di fare lo stesso mestiere dei padri, credo che la risposta sarebbe lo 0,0001%.
    Questo sarebbe un atto veramente rivoluzionario, che i figli alzino il culo e si facciano strada da soli, con le loro forze e con la loro intelligenza, senza poter godere del privilegio di poter ereditare il mestiere del padre.
    E che nessuno osi premiare un ragazzo solo perche’ suo padre e suo amico e non perche’ se lo merita.
    Io sono padre e dico a mio figlio:
    vai via da questo paese, perche’ io di certo non ti faro’ nessuno sconto ne’ cerchero’ raccomandazioni per te;
    vai via perche’ viaggiare ti apre la mente
    vai via laddove verrai giudicato per QUELLO CHE SEI E PER QUELLO CHE VAI.

  4. dimentciavo:
    si facciano strada da soli, con le loro forze e con la loro intelligenza, senza poter godere del privilegio di poter ereditare il mestiere del padre. MA SOPRATTUTO DEL SISTEMA DI RELAZIONI DEI PADRI (e qui Cesare non ha molte risorse)

  5. Io non ho parole!
    È mai possibile che si preferisca fare le pulci a un articolo come questo, piuttosto che dire semplicemente che in un Paese con una vaga coscienza democratica queste facce di culo non avrebbero mai la spudoratezza di scrivere delle lettere di questo tipo!
    Signori, guardate che l’eccesso di protagonismo – in questi commenti – è figlio dello stesso individualismo di cui diciamo di sentirci vittima! È mai possibile che abbiamo perso in maniera così definitiva il piacere che si prova a non avere nulla da dire se non “sono d’accordo”?
    Ringrazio Piero di avere ancora voglia di scrivere per quest’uditorio di frustrati sedicenti intellettuali.
    Tenetevi Celli e suo figlio (l’avete letta la sua risposta? “In fondo mi laureerò in ingegneria. Non me la dovrei passare tanto male”. E che i gli eterni stagisti figli di nessuno se la prendano pure in quel posto…)
    Com’era? “Ve lo meritate…” il paese in cui i vostri figli saranno infelici.

  6. Caro tu che mi precedi (non vedo il tuo nome), volevo solo fare qualche precisazione in risposta alle tue indignate (e mi fa paicere- senza ironia- che ancora ci si indigni);
    piu’ che fare le pulci all’articolo di Piero Sorrentino, io volevo fare le pulci alla mia generazione, che ha creduto, e “lottato” e sperato in un cambiamento di questo paese.
    Questo cambaimento non c’e’ stato e di cio’ ne siamo responsabili tutti, intellettuali “frustrati” “sedicenti” chi piu’ e chi meno, ma anche cosiddetti intelluttali organici e impegnati (?!), la sinistra che e’ andata al governo, che non e’ nemmeno riuscita a fare non dico la rivoluzione, ma uno straccio di legge sul conflitto di interessi (qual’era il paradiso che stava sognando rifondazione ai tempi del primo governo prodi), ne’ sul sistema dell’informazione (immagino che piero sorrentino non puo’ scrivere le cose che scrive qui sul corriere della sera !);
    “siamo tutti coinvolti” diceva qaulcuno, TUTTI
    Tu sei ingegnere e dis sicuro avrai molte opportunità, se sei figlio di qualcuno che puo’ raccomandarti ne avrai di piu’, se non lo sei dovrai accontentarti magari di uno stage a 500 euro al mese (dove lavoro io ce ne sono tanti come te, bravi, preparati, che si fanno il culo cinque volte piu ‘di me e prendono 500 euro per sei mesi oppure hanno un contratto di un anno a 1.000 euro e poi vengono licenziati).
    A nessuno importera’ un bel cavolo sei sei bravo e se hai delel garndi potenzialita’; ti faranno sgobbare, e se parli e ti lamenti t imanderanno a casa. Forse e te l oauguro tu sarai un’aeccizione tra centomila di chi pur senza raccomandazioni, segnalazioni, cliente, cordate (parole che imaparerai presto) verrai vconsiderato, valorizzato e pagato per quello che vali. Ma sarai un’eccezione; questo paese di vecchi, governato da vecchi continuera’ a marcire e galleggiare.
    Vorrei tanto che la tua generazione (mio figlio si sta laureando in fisica astronomica e non so qual isno le sue intenzioni, ma io la vedo nera se permetti) riuscisse a tirare fuori questo paese dal pantano in cui noi lo abbaimo lasciato;
    ma non accontentarti delel facili ironie dei Sorrentino che non cambian odi una virgola la situazione;
    p.s. io no nsono un intellettuale, sono un funzionario di banca appartengo alal categoria dei privilegiati e non me ne posso certo vantare

  7. Davvero un bel pezzo, che dice bene quello che in molti abbiamo pensato oggi leggendo la lettera del caro papà.

  8. scusate se per la fretta e’ saltata qualche frase.
    il ” Tu sei ingegnere” era rivolto a tutti i giovani di questo paese bravi, preparati e competenti, che avrebbero i mezzi per trasformare questo paese ma che sono inesorabilmente esclusi a meno che non accettano le regole feudali e corporative che governano il potere qui da noi in tutti gli ambiti (tutti anche le universita’, anche i gironalisti tanto per stare in tema, una delle corporazioni-caste piu’ chiuse e medievali di cui possiamo fregairci ) e a tutti i livelli.
    Cesare che tanto aveva sperato nella rivoluzione e nel cambiamento in questi anni in cui e’ stato sistematicamente e progressivamente “escluso” e posto ai margini – economciamente e socialmente- alla fine si e’ adeguato pure lui nel suo piccolo. E’ lui di certo ha meno colpe di tutti.

  9. Ma che senso ha dire ‘vattene dall’Italia’? C’è un nazionalismo implicito in questa esortazione. Basterebbe dire: stai attento, guarda che a volte qualche sforzo linguistico e qualche chilometro di distanza possono forse valere la pena. Basterebbe ricordare al figlio che non ci sono confini per chi ha un passaporto di serie A. Certo, di fronte a queste ovvietà, un figlio si potrebbe sentire trattato come un cretino.

    Se la lettera, come credo, intendeva suscitare un dibattito sul fatto che l’Italia è anche un Paese di emigrazione (di ceti privilegiati) e sul perché lo è, tutte ste polemiche sulla cattiva coscienza di chi l’ha scritta mi sembrano sterili, quando invece il problema di fondo è molto grosso.

  10. Ma magari l’idea che Celli usasse questa lettera per fare una fotografia dell’Italia d’oggi non vi ha sfiorato? Parlare a nuora perché suocera intenda, della serie…

  11. A Carmelo: guarda io conosco Cesare ed è proprio così come lo rappresenta Piero! ;-)
    E poi dici: “se io chiedessi quanti di noi hanno espressamente vietato ai propèri figli di fare lo stesso mestiere dei padri, credo che la risposta sarebbe lo 0,0001%.”
    Su quali basi affermi ciò? Nel mio libro precedente addirittura apro dicendo di non fare studiare ai propri figli architettura! Spero proprio che le mie bambine non facciano il mio stesso errore!

    A Michele: massì, certo, mica siamo scemi. A cominciare dall’estensore della risposta. (che a me è proprio piaciuta)
    (troppa enfasi e poche citazioni, però) ;-)))

  12. Sono con Carmelo, ciascuno di noi ha le sue responsabilità per lo stato di cose in cui vessa l’Italia dal punto di vista lavorativo e non solo, dal metalmeccanico al banchiere, dall’imprenditore edile al carpentiere. Perché non ci si può lamentare che in Italia non si ottiene lavoro, superare un concorso o anche un misero test d’ingresso all’università se non dietro raccomandazione e poi barcamenarsi a destra e a manca in cerca di qualcuno che raccomandi anche noi o i nostri figli e se non lo si trova o si è consapevoli di non poterne avere, allora gettiamo fango sugli altri. E’ così che va e onestamente dovremmo prenderne coscienza e partire da lì, partire da noi, migliorare se stessi per migliorare il resto, altrimenti è fatica sprecata i furbi sono sempre esisti e sempre esisteranno, ma spesso siamo noi i primi furbi o gli sfigati che non possono fare i furbi.

  13. @jacopo galimberti
    scusa se mi permetto
    quando dici
    “Ma che senso ha dire ‘vattene dall’Italia’?
    secondo me c’e’ un provincialismo implicito nella tua domanda.
    nessuna emigrazione d’elite, non ero questo che intendevo e te lo dice uno che conosce bene l’emigrazione per averla vissuta sulla propria pelle
    Perche’ dovrebbe emigrare solo chi ha la pappa pronta. Ripeto:
    “caro figlio, alza il culo e metti a frutto il tuo talento, il tuo sapere le tue competenze, se necessario vai in Alaska.”
    @gianni biondillo
    la mia affermazione si basa sui fatti (per la verità son oanche stati fatti degl istudi e delel inchieste):
    L’italia e’ il paese al mondo dove piu’0 elevato e’ il tasso di ereditarieta’ delle professioni.
    Si accede alle professioni per essere “parenti di” o di sangue o acquisiti.
    domanda: quanti dei giornalisti della RAI per esempio fanno questo lavoro (a prescindere e al di la dei loro meriti) per essere parenti di o per essere affiliati a questo e a quel partito? secondo me son otanti, tantissimi;
    coime si fanno le nomine all’universita?
    per parentela o appartenenza servile a una “barone”
    Questo sistema sta distruggendo questo paese e se anche parte della classe dirigente (Celli) manifesta questa iqnuietudine apertamente forse siamo arrivati a un punto intollerabile il rischio e’ che ci sia un’implosione che questo paese (quello onesto e laborioso e “fottuto”) non riesce a sostenere la classe di coloro che ingrassano grazie ai soprusi, agli abusi alle evasioni fiscali, alle impunita’ ai favori, alle clientele, e al saccheggio dello stato e dei beni pubblici.

  14. ..e se questo paese esplodesse, finalmente? Quelle migliaia e migliaia di persone che non si sono mai piegate non avranno altro che da guadagnarci , non perderanno altro che…le catene a cui sono stati legati ,tanto per parafrasare …

  15. Concordo con Galimberti e penso che l’articolo si soffermi su un aspetto non rilevante della lettera di Celli. L’aspetto inquietante, per madri e padri di figli di qualche talento (e chi non ne ha per i genitori?) è che non siamo stati in grado, tutti noi, da posti di potere o dal nostro semplice e curato piccolo orto, di garantire un futuro di riconoscimenti e opportunità per i nostri figli. Quello che i nostri padri sono stati capaci di fare per noi, farci laureare per esempio, laddove loro erano semianalfabeti, ha richiesto sacrifici e scelte difficili, piccole o grandi migrazioni, oculata gestione delle economie, lotte politiche. Ma sono riusciti nel loro intento. la mia generazione è invece responsabile e dovrà spiegare ai propri figli il perché di venti anni di berlusconismo selvaggio e decero. sarebbe forse più utile interrogarsi su questo

  16. Certo se Celli volesse fare davvero qualcosa, perchè non fare nomi e cognomi? perchè ad esempio non metterci il nome del Taxista che Governa una multi utility? perchè non tirare in ballo chi lui può tirare in ballo.
    un bel “Io so e ne ho le prove” avrebbe fatto senz’altro un altro effetto. E poi via scappare dall’Italia che incendia.

  17. Grande Piero.
    Nella “lettera” di Celli si intravede giusto un’anima di certe abitudini paternalistiche volte a massimizzare i profitti del proprio orticello a scapito di tutto il resto, tanto ai figli ci pensa paaapà, dicendo loro cosa devono fare per accrescere l’utile di famiglia, da chi si devono far raccomandare e financo se è il caso o meno di restare in Italia (scarseggiano i posti paraculi?)
    Un attimo di voluttà dietrologica: forse la “lettera” di Celli è un mettere le mani avanti in difesa di un prossimo e prestigioso incarico per il figliuolo neolaureato (Responsabile dell’Ingegnerizzaione del Customer-Fucking di una multiutility? Coordinatore dei Servizi Para-Tecnici della Luiss?)

  18. Già,poteva lasciarla in cucina la letterina,ma già che c’era poteva mandarla pure al Times a Le Monde,al Washington Post.Sicuramente,anche francesi,inglesi e americani sarebbero stati in ansia per la sorte del chico.E’ di moda in questi tempi,scrive in inglese pure Di Pietro!
    Nobili intenti! Pare che anche Arsenio Lupin padre mettesse in guardia i figlioli dal pericolo dei ladri! Che mondo!
    Comunque la solidarietà va senz’altro all’incolpevole figliolo che mai padre ha sputtanato in modo così patetico e incauto.Speriamo che non risponda con una Lettera al Padre,abbiam già dato con Kafka e altri figli più o meno incazzati.
    A breve verrà aperto un conto bancario (offshore, naturalmente) per le offerte… sarete avvisati.

    johnny doe

  19. I genitori del Maghreb spingono i figli in Italia, i genitori d’Italia spingono i figli più a nord. Insomma è tutto un sognare l’ELSEWHERE… Sì, viaggiare, evitando le buche più dure… e intanto la [qui c’era un insulto, cancellato, a Loredana Lipperini, P.S.] Lipperina continua a censurare senza pietà: ecco il vero busillis*-° (l’ultima considerazione è per Fortebraccio)

  20. Nota Bene: “megera Lipperina” è un mio personaggio, anche se ispirato ai comportamenti reali della tenutaria del blog ‘Lipperatura’. Un esempio del mio ultimo post censurato (peraltro destinato non a lei ma al commentatore Bolero):

    “@bolero. certo, [l’educazione passa ] in parte ANCHE per le parole, ma solo se non in contraddizione con i comportamenti concreti. Pensa a tutto l’amore che il Berlusca predica per la libertà, e al tipo di libertà che i suoi comportamenti concreti in realtà additano… ”

    Perché cazzo un commento del genere deve essere CENSURATO???

  21. Sono una nuova adepta del sito, complimenti! Concordo in pieno con quanto scritto da Piccolo. La lettera di Celli mi sembra tanto quella di Padoa Schioppa, ricordate? di qualche anno fa, in cui il ministro si lamentava che i figli dovessero star all’estero a fare i borsisti invece che in Italia a fare i milioni. Io vivo a Bari, una città in cui i posti di lavoro sono occupatio quasi per virtù dinastica, in tutti i settori e dove io, giornalista, con anni di lavoro alle spalle, sono disoccupata senza che né ordine né sindacato se ne preoccupino, il commento è: se non lavora, vorrà dire che se lo può permettere e in pratica io vivo con gli spiccioli della pensione paterna…una situazione davvero vergognosa…quando poi al telegiornale devo apprendere che la grande speculazione edilizia è in mano ai boss della malavita. Caro Celli, sicuramente suo figlio merita le stesse possibilità di tutti ma non puà negare di aver contribuito per primo a un sistema di potere che non alscia spazio non si dice solo ai giovani ma a tutti coloro (io fra questi) che volendo cambiare posto di lavoro si sono trovati di fronte il vuoto. Del resto basta fare un piccolo esercizio: vedere i cognomi, in certi posti, come la Rai, si ripetono, e nel giornalismo in generale…Anche Rauti ha sistemato la figlia al giornale radio Rai: e dire che scendevamo in piazza contro di lui! ma ben venga, mica le colpe dei padri ricadono sempre sui figli, le colpe magari no ma le prebende sì di sicuro e alla fine anche Celli, se si sforza, vedrà che un posto al figlio lo trova…La situazione italiana è questa, fa schifo e che si fa che si fa?

  22. Mia personale risposta ideale: “Caro papà, quanto hai dovuto fottere, prima di arrivare a capire che troppi sono rimasti fottuti? Aspetto fiduciosamente di vederti andare in pensione, chissà quanti altri saggi folgoranti saprai regalarci, per rischiarare la nostra primavera sbiadita. Tuo figlio”

  23. La famiglia italiana: belvedere anticlassista.
    Nessuno ha immaginato la lettera della madre al figlio?

  24. Io sono sempre a disagio quando sento parlare di generazioni, perché le generazioni non sono un contenitore compatto e uniforme, in ogni generazione c’è chi ha fatto o cercato di fare cose che considerava buone, e chi ha fatto solo il proprio vantaggio, e chi pur non facendo solo il proprio vantaggio ha lasciato che altri lo facessero senza alzare la voce. E c’è anche chi ha perso la testa.
    Sento dire che la mia generazione ha fallito, ma una parte della mia generazione, quella che aveva altri obiettivi, evidentemente non ha fallito per nulla.
    Quella parte della mia generazione che ha fallito, nella quale dovrei mettermi, visto che avevo obiettivi che non vedo realizzati, perché ha fallito? perché di fronte all’altra parte ha detto, sporcati le mani tu che io preferisco essere una persona per bene?
    Io non credo che sia così semplice, credo che se il discorso resta questo parliamo di sintomi, analizziamo i sintomi, ci indigniamo per i sintomi, ci appaghiamo di provare rabbia per i sintomi.
    Sarebbe semplice, piattamente retorico e profondamente ingiusto dire alla generazione dei trentenni, noi ci abbiamo provato, e voi? Che cosa state facendo, voi? A parte scrivere qualche libro, qualche articolo, a parte fare piccole cose marginali? Aprire blog? Cosa direte ai vostri figli, quelli di voi che potranno permettersi di farli? Abbiamo fallito anche noi? Come i nostri padri? O siamo riusciti a darvi un futuro migliore?
    E’ giusto farvi queste domande?
    O non sarebbe più giusto ricominciare a fare politica, che è una cosa collettiva? Richiamarvi a una partecipazione collettiva?
    Cercando di capire che cosa è possibile fare nonostante la politica oggi non possa garantire più quella semplicità, in fondo, che garantiva a noi di agire collettivamente, e nonostante l’occhio sul mondo, ci illudeva che si potessero decidere almeno in parte i nostri destini sul territorio nazionale?
    Perché c’è una parte di questa situazione che è determinata dalla storia economica, politica, culturale, criminale e sociale di questo paese, e una parte che sfugge alla nostra libertà di autodeterminazione.
    E, mi pare, una grandissima parte della vostra generazione, a parte lodevoli eccezioni (il post su Arrighi) si occupa dei bordi, degli orli.
    Io mi chiedo a volte, è colpa mia se quando avevo vent’anni c’era lavoro per tutti e adesso no?
    E’ colpa mia se l’università è diventata un contenitore di massa che produce frustrazioni?
    E colpa mia se non si è riusciti a far diventare questo paese un paese meno criminale?
    E’ colpa mia se questo paese è diventato sempre più corrotto?
    Intendo, mia colpa personale? atti mancati, passi di lato, silenzi, accettazioni?
    E scopro che azioni che allora sembravano buone, (vogliamo parlare ad esempio delle lotte sindacali che nessuno allora si sarebbe azzardato a trovare men che legittime?) hanno prodotto effetti perversi.
    Quanto di questi effetti perversi era già visibile, quanto non abbiamo visto, quanto potevamo vedere a capire, quanta lucidità profetica avremmo dovuto avere che non abbiamo avuto?
    E voi, quanto non vedete?
    Quanto agite come generazione?
    Quanto dite, noli me tangere?
    E quanta ragione avete a dirlo?
    E avete o avreste altri mezzi?
    Insomma, a me di Celli importa assai poco, di Celli in fondo è piena l’Italia, Celli è solo un nodo di un sistema di potere che non si abbatte certo tagliando quel solo nodo. E un sistema che non nasce e muore qui. Emigrare? D’accordo, fuori il sistema è più funzionale, più produttivo, più usabile, più cittadino-friendly, si sta forse meglio, il singolo che ha talenti da offrire e che li vede meglio accolti è più contento, comparato con il singolo che resta qui.
    Ma bisogna ripartire da qui, e tocca a voi.

  25. Scusate se mi permetto di rubare altro spazio ma ritengo questo un caso emblematico di come in questo paese sia tutto cosi’ confuso e non si distingue piu’ il bianco dal nero, il nemico dall’alleato, di come insomma si sbagli sempre bersaglio.
    Celli (almeno nelel intenzioni se non nei comportamenti) apaprtiene a qualla sparuta farzione di classe dirigente “illuminata” di questo paese.
    Non vuole certo la riuvoluzione ne’ il socialismo. Semplicemnte prospetta un paese moderno, dove vengono valòorizzate, le intelligenze, le competenze, il merito. Dove cioe’ per fare carriera o accedere a un lavoro o una mansione di responsabilita’ e di prestigio, non sia necessaria l’appartenneza a una famiglia, a un partito, a una clientela, a una cordata o a una corporazione, ma invece occora avere le competenze giuste, misurate e messe a confronto con regole trasparenti. Un sistema che non premia la fedelta’ ma il merito. Celli aspira niente di piu’ che a un sistema moderno ed efficiente, che si avvicini un po’ ai paesi europei piu’ avanzati.

    La maggior parte degli esponenti della classe dirigente di questo paese, mentre noi ci accapigliamo, non parla e sta zitta. Con grande maestria e disinvoltura, questi signori che costituiscono la classe dirigente di questo paese, che finche’ non schiattano a 80 anni non cedono un miloimetro del loro potere “baronale” (chiuso ad ogni spinta e idea innovativa), dicevo questi signori, mettono in moto tutto il sistema di relazion idi cui dispongono e muovono le loro pedine per piazzare il FIGLIO nel posto giusto e ambito. Non importa se il figlio e’ un cretino.
    Questo sistema medievale e premoderno da no ie’ sempre esistito anche negli anni ’70 quando molti di noi sognavano la rivoluzione; gl istudenti erano uniti nella lotta ma poi i destini erano diversi. Gli operai riuscirono ad ottenere garndi conquiste di cu isiamo tutti fieri. Ma coem sanno gl ieconomisti, accanto al classe operaia delle garndi fabbriche e dei settori innoavtivi, forte, sindacalizzata, garantita, e’ cresciuto, proprio negli ’70, la cosiddetta economia delal terza italia, semi-sommersa flessibile, caratterizzata da bassi salari, lavoro a domicilio e lavoro nero. Non vogli odilungarmi oltre perche’ di cose ce ne sarebebro da dire.

    Dicevo mentre i potenti silenziosamente piazzano i loro figli (sono lodevoli le inchieste di Reporter al riguardo e invito l’amico Sorrentino a prendere esempio dalal Gabbanelli), Celli forse intuisce che la situazione sta diventando insostenibiel epr tutti, che il sistema no nregge piu’, e denuncia questa situazione (badate bene questa penosa situazione non riguarda il figli odi Celli ma il FIGLIO DI CESARE ).
    Che cosa puo’ fare Cesare?
    non ha certo le risorse relazionali, ne quelle economiche per dare modo al figlio di rifiutare con sdegno le offerte umilianti di lavoro-sfruttamento, dequalificanti e mal pagate. Che cosa puo’ dire al figlio Il metalmeccanico Cesare?
    resiti? protesta ? queste azioni hanno senso ed efficacia se sono collettive.
    Secondo me se vogliamo essere SINCERI e non retorici Cesare ha due alternative; o dice al figlio di adeguarsi cercando magari di aiutarlo con la raccomandazione giusta oppure dice al figlio, se e’ bravo di andare altrove.

    Mio nipote, ingegnere getsionale, specializzazione di un anno in Francia, stage in Svezia, molto bravo; in Italia il massimo che ha ottenuto e’ stata un’offerta a 1.000 euro al mese per un lavoro dequalificante.
    Si e’ rivolto in all’estero (su mio consiglio e non di Celli ) ha avuto un’offerta dalal Alstom: una anno in cina a dirigere l’ufficio di Shangai, 1.800 euro al mese piu’ alloggio e tre bigliett ianadata e ritorno.

    Dov’e’ lo scandalo.

    Perche’ si continua a sbagliare bersaglio?

    io penso che questa situazione non potra’ durare a lungo e che priam o poi i ragazzi si incazzeranno, giustamente, e non vedo l’ora che lo facciano.
    E’ spero che la nsotra classe dirigente (includo anche la sinistra ovviamente) si renda conto che o si inverte la rotta o affondiamo.

  26. A Celli, e a Repubblica, il merito di aver sollevato la questione; si torna a parlare di futuro, del destino dei figli e di dove diavolo andremo a finire. Non commento il personaggio Celli né le sue possibili intenzioni, perferisco riflettere sul presente e sui possibili futuri.
    Guardo a mio figlio, due anni e qualche mese, sperando che un giorno non mi chieda perchè non ho fatto qualcosa per migliorare questa caricatura di nazione.

  27. C’era ‘na volta, ne l’antica Cina,
    ‘n mandarino furbo di tre cotte che aveva servito diligentemente l’imperatore, l’aveva assecondato, l’aveva allisciato, aveva eseguito le disposizioni più bieche e si era preso assai buone prebende.
    Quando si avvide che l’imperatore stava perdendo potere e per essere scalzato dalla famiglia dei suoi cugini, dalla provincia in cui stava ben sicuro, si permise di scrivere un lettera ai sudditi, ed al figlio prediletto, in cui criticava aspramente la situazione della sua grande nazione, quasi che i governanti che con tanta solerzia aveva servito, avessero solo fatto del male.

    Quando l’imperatore seppe della pubblica missiva, disse:
    Ecco un maiale che sputa nel truogolo in cui mangiò a sazietà!

    La maggior parte dei sudditi non sapeva leggere,
    quelli che poterono leggere pensarono, comunque, che il suddetto madarino avesse il culo al caldo e già tramasse con i cospiratori per avere il governo di una grande provincia, con il nuovo imperatore.

    MarioB.Chin

  28. Qua molti fan trattati di sociologia su una ridicola lettera che col figlio non ha nulla a che fare,altrimenti l’avrebbe preso da parte al caffè per dirgli quelle quattro minchiate,come farebbe ogni padre.Che mi frega dei suoi problemi,un boiardo che è stato verme nel verminaio! Questa è solo una lettera di accreditamento ad altri per un nuovo posto a tavola,se ci sarà un nuovo desco.Ha messo solo le mani avanti e una tal lettera può dolo far presa sulla famosa casalinga di Voghera.
    Un pretesto di un patetico rosicchiatore di Stato,definito “supermanager per caso” e che per pura ipocrisia ha sputtanato solo il figlio
    Una vicenda circense meritevole solo di finire tra l’album delle cretinerie e delle tartuferie.Altro che sociologia!

  29. x johnny doe
    giusto! la lettera non ha niente a che vedere con il figlio, la lettera a che vedere con la situazione di questo paese, con la classe dirigente di questo paese, pessima per non dire di peggio, autoreferenziale, chiusa, non frutto di una selezione trasparente e “democratica”
    quanto ai tuoi sfoghi di pancia “un boiardo che è stato verme nel verminaio”
    che forse ti gratificheranno ma di certo non aiutano a cambiare le cose, sono gli stessi che Berlusconi eccita per fondare il suo consenso e il potere.

  30. Celli ha ragione su tutta la linea, concordo con Michele Monina che considera la laurea del figlio come un pretesto retorico per la scrittura di una invettiva circa la gelida immobilità della società italiana di oggi. Invece l’articolo di Sorrentino è fuori luogo, guarda al dito che punta la luna e non alla luna. Dei fatti personali di Celli junior possiamo legittimamente non interessarci, ma la paralisi che Celli senior denuncia usando Celli junior come pretesto è il pantano di mastice nel quale ci dibattiamo con sempre minor vigore

  31. x carmelo
    Il pretesto retorico della lettera non è l’invettiva,fuori luogo per uno che ha fatto parte fino al midollo del bordello che viene pateticamente illustrando.Non ne ha i titoli e non è nemmeno il solito pentito.Poverino!
    L’unico pretesto è di accreditarsi verso possibili nuovi padroni del vapore,per dire ci sono anch’io nel mazzo.Tenetemi presente.Ma chi vuol incantare questo chiagne e fotte? E’ semplicemente ridicolo.Che c’entra il Papi in tutto cio? Qua si parla solo di un ipocrita che vuol rifarsi una verginità scrivendo cose da strappalacrime coccodrillesche che nemmeno il peggior romanzo d’appendice tollererebbe.
    Ma come fate ad esser così ingenui ?Addirittura c’è gente che si commuove per queste tartuferie.
    Sorrentino ha usato il fioretto,ma il succo è questo.
    Ripeto,l’unico sputtanato in questa storia è il figlio,alquanto imbarazzato quando richiesto di commentare la vicenda, e a ragione.
    Quanto a Celli padre,invece di invitare il figlio ad andarsene,dovrebbe togliersi lui dai coglioni,così ci riaparmierebbe altri danni oltre quelli già fatti in passato.

  32. Concordo con Piero.

    Credo che chi scriva una lettera come quella di Celli, trovandosi temporaneamente in una posizione di privilegio, ha certamente la possibilità di denunciare lo stato delle cose, ma anche il dovere di proporre possibili miglioramenti e soprattutto, accidenti, i mezzi e l’irripetibile opportunità – e quindi la responsabilità – per farlo.

    Il tema, tra l’altro, non è banale: introdurre una norma dello statuto della RAI – azienda pubblica – che impedisca ai parenti di chi vi lavora di essere assunti nella stessa (il caso Angela, dove il passaggio di consegne è avvenuto senza che nessuno dicesse nulla, è lampante) potrebbe essere un passo verso la soluzione del problema, anche se in alcune situazioni potrebbe risultare un pò troppo drastico, visto che non si dovrebbe per principio impedire ai figli di seguire le orme dei padri. Solo impedire i vantaggi che ne derivano.

    Se Celli volesse agire attivamente in questa direzione, dovrebbe RISCHIARE un pò del proprio potere, usando i mezzi che l’azienda gli ha messo a disposizione per provare a migliorare lo stato delle cose, almeno in rai. Altrimenti, lo ringrazio per lo sfogo pubblico, ma non mi faccio abbindolare. Celli invece si limita a pubblicare una lettera aperta al proprio figlio che, nella sostanza, non cambia un accidenti di nulla a parte produrre la solita scia di costernazioni, indignazioni e impegni che si concludono alla fine con un digitoso gettare la spugna da parte di chi denuncia il pericoloso stato di degrado.

    Il problema è però generale. Ogni volta che mi capita di leggere queste invettive di qualunque genere sulle pagine di un grande quotidiano, ho sempre la medesima sensazione:
    1. l’invettiva è corretta, ma ogni volta la critica al sistema giunge da posizioni ipocrite;
    2. queste posizioni sono tuttavia le uniche che possono permettere alla critica di esprimersi.

    Questa condizione è ovviamente la più forte garanzia di stabilità dello stato attuale di cose: il sistema in cui le pietre non vengono mai scagliate è quello che sterilizza la possibilità di farlo lasciando aperte solo posizioni ipocrite. Gli esempi abbondano. La chiesa critica la povertà del mondo, ma amminstra proprietà enormi. Lo scrittore di successo denuncia il predominio del sistema di distribuzione sulla sua libertà creativa, ma se ne serve. Il consigliere regionale (di sinistra, quello di destra non si pone neppure il problema) spiega al cococo/pro quanto sia difficile vivere con mille euro, ma campa con uno stipendio dieci volte superiore. La trasmissione televisiva di cultura invita alla lettura, ma il circuito è sempre quello.

    Eppure è cosa nota che Celli non sia un bieco reazionario. Tutt’altro. E che non sia colpa sua se è riuscito a fare carriera. Che dire, quindi? La cosa più terribile di tutto questo meccanismo consumistico di denuncia (bisogno/soddisfazione/nausea) è però il suo risultato finale: chiunque legga la lettera di Celli, sapendo che questa giunge da una persona che ancora per lo meno si indigna di fronte al degrado dello stato di cose, assimila alla fine ANCHE il profondo messaggio di stabilità del sistema. Che dice alla nuova generazione (come ricorda alla vecchia): non provateci, o vi romperete le ossa così come se le sono rotte i vostri padri.

    In più, la polemica si giustifica persino economicamente: chi parla non guadagna visibilità? Il quotidiano che la pubblica, sapendo di toccare un nervo scoperto, non incrementa il numero di copie che vende? Chi aderisce al codazzo di commenti – me compreso – non cavalca l’onda della polemica per un tornaconto personale? Quindi Celli, con la sua lettera di denuncia che non cambia un accidenti di nulla, ha forse alla fine quasi ragione. Che potrebbe fare di più di così? A non far nulla, non dimostra certo di essere un eroe, ma neppure la gente comune lo è. Dunque?

    Dunque: ascoltiamoci l’ennesima denuncia su quanto siamo corrotti e stringiamo i denti, in attesa di qualcuno più forte di Celli – che potremmo essere anche noi, nel piccolo delle nostre vite, ovviamente ad un livello più ridotto – che abbia la forza di opporsi a questo stato di cose. A me personalmente, alla fine rimane solo la delusione e la rabbia di aver visto un’altra buona occasione per migliorare le cose, in mano a gente in gamba, andare sprecata nell’ennesima sterile lettera aperta a qualche quotidiano nazionale.

    N.B: In merito alla polemica sollevata, mi permetto di aggiungere per esperienza personale che vivere all’estero non è la soluzione a tutti i mali propri e dell’Italia. I problemi che si aprono quando si salta da una cultura ad un’altra che non sia troppo simile a quella originaria sono, a chi non ha mai vissuto l’esperienza, difficilmente riassumibili. Quanto al nepotismo, questo esiste anche all’estero, ma viene notato soltanto dopo alcuni anni, quando, superata la fase di illusione di aver scovato una società migliore, si ritorna a fare i conti con ciò che si credeva non esistesse altrove.

  33. (da http://circolopasolini.splinder.com/ )

    Caro Papà,

    ho aspettato un po’ che la polvere e il trambusto si posassero, prima di abbozzare una risposta alla tua lettera. Ora, dopo le parole dei quasi-nobel e delle quasi-puttane d’ogni rango ed età, ti scrivo io. Ti scrivono i miei occhi e i ventisei anni che già pesano nei loro bulbi, e i chissà quanti che già pesano tra i miei lobi cerebrali.

    Tu mi dici “parti”, anzi, “prendi la strada dell’estero”, con quel gusto della perifrasi che ami tanto per indorare la pillola; e poi mi dici che tanto sai che non gliela darò vinta, con la retorica che vi siete insegnati in università o in azienda; e che non sai se preoccuparti o rallegrarti di ciò. E poi glossi e ritratti, come ogni politico che si rispetti, e allora mi rendo conto di quanto ferocemente e teneramente “politica” fosse la tua lettera.

    Perché ti giuro, all’inizio, quasi divertito, le tue parole mi avevano suggerito questo quadro: immaginati Roma, primi secoli dopo cristo; un attila a mezzo chilometro che gozzoviglia; senatori in tunica lisa, che piangono dopo avergli permesso di entrare in città e scorrazzare; e tra questi tu che, tossendo ancora per il fumo, mi dici: “Figlio mio, parti”. E solo ora mi rendo conto di quanto ferocemente ed ingenuamente “politica” sia stata questa prima impressione.

    So che con te le metafore non funzionano, sei un uomo pragmatico, hai costruito tutto con la fatica delle mani e del cervello, e l’unica arte che stimi è quella del compromesso, non certo quella dell’immaginazione. Parliamo tra “uomini”, allora, come piace fare a te, pugni stretti e nervi tesi dietro una calma apparente, niente parole facili da lettera aperta.

    Tu dici cose vere, amaramente sacrosante; chi potrebbe smentire la tua disamina dello stato degradato del Paese? Solo gli ipocriti e gli indifferenti.

    Il problema, caro Papà, è che, mentre mi arrovellavo su cosa risponderti, ho maturato finalmente una mezza certezza (hai presente le “certezze”, quelle che non avete saputo darci, a parte la “sicurezza economica”, almeno per i più fortunati…). Questa: tu non puoi dire quelle cose vere amaramente sacrosante, non puoi lamentarti dello stato delle cose, non puoi consigliarmi su quale angolo del mondo andare a sbattere il muso.

    Perché?

    I perché li sai, passi la vita a fingere di fabbricare perché (o, peggio ancora, risposte ai perché di turno).

    Perché sei uno dei complici della generazione che lascia ai figli un mondo peggiore. Certo, con internet a 24 Mbps e qualche betabloccante in più, ma un mondo peggiore, senz’altro, una vita peggiore.

    “Ma” – dirai – “io ci ho provato a migliorare le cose, ho costruito una famiglia cui non faccio mancare nulla, ho anche cercato di lottare contro la disillusione…”. E’ vero, nessuno lo nega, e hai pieno possesso del passato. Ma non puoi dire altro sul presente, tanto meno sul futuro.

    Ecco, hai perso il diritto di esprimerti sul mio futuro.

    Perché?

    Eh, perché. Perché attila è lì che guarda porno su un portatile.

    Dimenticavo, niente metafore.

    Forse, semplicemente perché non voglio e non posso odiarti.

    Papà, io resto. E parto. E torno. E a volte te lo dirò, ma spesso non ne saprai più di tanto. Non mi toccano le parole di chi parla di mondo globalizzato e dell’america a poche ore di volo, e a chissà quante migliaia di euro di vita. E quanti quintali di difficoltà, per chi parte con le spalle scoperte.

    Io guardo e vivo gli occhi dei miei coetanei, di quelli non privilegiati che, semplicemente, non possono. Non possono partire, parlare, spesso neanche restare.

    Forse ti avevo raccontato di un sogno ricorrente, o probabilmente no: cosa avrei fatto sessantaquattro anni fa, in una nebbia padana anche più densa e cattiva, urla tedesche nell’aria e i morti per lo più fuori dagli obitori, cosa avrei fatto? mi sarei rinchiuso in un casale a finire di preparare gli esami per una qualche laurea? avrei preso un treno per la svizzera? avrei raggiunto in collina quelli che si erano stancati di “non potere”?

    Lo so: che discorsi, che paragoni infantili.

    Però, Papà, ora avverto davvero di essere cresciuto, non proprio come avresti voluto tu, e vabbe’, però sono cresciuto. E quando tutto scricchiola, quando l’acqua è alta; quanto più c’è bisogno di braccia e cervelli; beh, la mia nuova acerba maturità mi dice che, in questi casi, non si parte. Non si scappa.

    E che si fa?

    Ci si stanca. Ci si stanca di “non potere”.

    “Voi” (il contrasto generazionale, Papà, lo ricordi?) avete avuto una grande opportunità, l’avete conquistata a denti stretti, avete avuto padri e fratelli maggiori immensi. Avete sprecato tutto nel fumo di qualche spinello, o di una carriera assicurata.

    “Noi”? Noi a volte ci sorprendiamo ad aver nostalgia di un passato neanche mai vissuto, il vostro forse, “dovevamo nascere nel ’49” “eh, già”, ci diciamo.

    Insomma, Papà, se propria hai voglia di parlare di partenze, soste, residenze, pensa alle impronte dei tuoi piedi. Vedrai, anche attila applaudirà alle tue lettere, e con lui gli altri epigoni di bach e dell’arte della fuga, per usare la tua dotta ironia.

    Io vedo le stesse macerie e respiro la stessa polvere che vedi e respiri tu. Ma io non sono ancora macerie, né polvere.

    “Restare” e “resistere”: per me ora sono due parole e due concetti troppo simili.

    C’è troppo da fare, c’è da combattere il silenzio, il razzismo e le mafie, ci sono da combattere le noie e l’happy-hour e il cerone; e il dolore, e la paura della paura, e i dinosauri incravattati. Ci sono da difendere i fiori e la musica e le parole, e il diritto di scegliersi il “dove” e il “per chi” sfibrarsi i muscoli; e c’è da difendere il coraggio quotidiano e l’umiltà di chi comunque va avanti, anche senza tempo o soldi per pensare parole di partenza o di fuga.

    C’è da combattere anche per voi, da difendere anche per voi.

    Buon viaggio, Papà, may you stay forever young.

    Con affetto,

    tuo figlio

  34. Papino caro,

    solo per dirti che è stata già aggiornata la tua biografia su wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Pier_Luigi_Celli):

    “Il 30 novembre 2009 è autore di una discussa lettera indirizzata al figlio Mattia e pubblicata sul quotidiano La Repubblica, […] mentre il 3 dicembre dello stesso anno presenta il suo nuovo libro Coraggio, Don Abbondio”…

    Ed è da quel giorno che ancora si parla di te… Bravo, bravo, papino!

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