HOMO SAPIENS al Palazzo delle esposizioni di Roma, intervista a Telmo Pievani

di Antonio Sparzani

Si è inaugurata l’11 novembre, e durerà fino al 12 febbraio 2012, al Palazzo delle Esposizioni di Roma la mostra: Homo sapiens: la grande storia della diversità umana. Per la prima volta un gruppo internazionale di scienziati, afferenti a differenti discipline e coordinati da Luigi Luca Cavalli-Sforza, ha ricostruito, tenendo conto dei dati disponibili fino ad oggi, le radici e i percorsi del popolamento umano del nostro pianeta. Genetisti, linguisti, archeologi, antropologi e paleoantropologi hanno unito i risultati delle loro ricerche in un grande affresco della storia dell’evoluzione umana. Il risultato è una mostra internazionale, interattiva e multimediale che racconta in sei sezioni le storie e le avventure degli straordinari spostamenti, in larga parte ancora sconosciuti, che hanno generato il mosaico della diversità umana.
Sono stato all’inaugurazione, ho visto la mostra e ho rivisto Luigi Luca Cavalli-Sforza, classe 1922 e tuttora in piena forma, di cui ricordo con grande piacere qualche seminario pavese distante ormai più di quarant’anni. A tutti tengo a ricordare che Luigi Luca Cavalli-Sforza, genovese, è uno dei più importanti studiosi al mondo nel campo della storia delle origini dell’uomo, cui ha dedicato, fin dai tardi anni ’60 del secolo scorso, da solo e con vari collaboratori, una ricerca sistematica e complessa, un cui primo risultato generale fu pubblicato nel 1988 1 e alla quale Cavalli-Sforza ha dedicato in seguito, e con continuità fino ad oggi, non solo più approfonditi studi specialistici, ma anche molto utili opere di divulgazione. 2

Telmo Pievani, 3 che insegna filosofia della scienza all’università di Milano-Bicocca, ha affiancato Cavalli-Sforza nella cura della mostra (che ha un suo sito assai ricco). A lui ho chiesto di rispondere a qualche domanda su contenuti e scopi della mostra. Telmo ha volentieri acconsentito ed ecco il risultato:

a.s.: Qual è l’aspetto più innovatore di questa mostra che tu hai fortemente contribuito a configurare e ad allestire a partire da un’idea originaria di Luigi Luca Cavalli-Sforza?

t.p.: Credo che l’elemento di maggiore novità consista nella ricostruzione di una narrazione complessiva sull’evoluzione umana, fondata su robusti dati sperimentali, piuttosto recenti e di natura interdisciplinare. Mettere insieme le filogenesi molecolari, le comparazioni genetiche, i ritrovamenti paleontologici e archeologici, le tracce di evoluzione culturale e alcuni indizi sulla diversificazione delle lingue, il tutto entro una cornice coerente, è un’impresa che trovo appassionante e che da diversi anni pensavo potesse trovare una “rappresentazione” allestitiva coinvolgente ed efficace sul piano della comunicazione. In programmi di ricerca come questi emerge chiaramente l’evidenza che la scienza è parte del nostro immaginario collettivo, è una forma di cultura fondamentale, da condividere con il pubblico più ampio possibile. In fondo, si tratta di rispondere a “grandi domande” che vanno ben oltre il confine del laboratorio: da dove veniamo noi esseri umani; come siamo arrivati fin qui; quali innovazioni ci hanno reso ciò che siamo e qual è il nostro posto nel cespuglio ramificato dell’ominizzazione; perché siamo così uniti biologicamente e così diversi culturalmente.

a.s.: La mia impressione da esterno è che negli anni recenti si siano verificati un non piccolo numero di nuovi ritrovamenti, in vari siti, riguardanti il genere Homo e la sua storia; ad ogni nuovo ritrovamento si devono ovviamente rivedere/modificare alcune convinzioni maturate a partire dai precedenti ritrovamenti. In questo processo di continua riconfigurazione del pregresso, si sta a tuo parere delineando comunque un quadro complessivo “ragionevolmente accertato”?

t.p.: Direi di sì, oggi il quadro è molto meno frammentario rispetto anche soltanto a cinque anni fa e si tratta di un processo che potremmo dire di “normalizzazione”. L’evoluzione umana ha sofferto per decenni di due “eccezioni” epistemologiche alquanto peculiari (anche se psicologicamente comprensibili). La prima recitava che la spiegazione evoluzionistica non avrebbe mai potuto sfiorare i segreti della mente umana e della coscienza, e sappiamo quanto si stia indebolendo. La seconda stabiliva che a differenza di tutti gli altri esseri viventi le specie umane avrebbero dovuto rispettare un modello di evoluzione lineare, una progressione graduale verso Homo sapiens, culmine del percorso di ominizzazione. Ciò che si sta verificando negli ultimi anni è lo smantellamento definitivo di questa immagine consolante della nostra storia, sostituita da un’altra che è invece centrata sulla diversità di forme, sull’esplorazione di molteplici possibilità adattative, sulla contingenza storica e sulla forte imprevedibilità di un processo di diversificazione di specie umane che avrebbe potuto in molte occasioni prendere ben altre direzioni. Stiamo così applicando alla specie umana gli stessi modelli esplicativi che da tempo si applicano a tutte le altre forme viventi, da qui la “normalizzazione”. La riconfigurazione del pregresso consiste principalmente nella comprensione dell’importanza evoluzionistica di fenomeni di trasformazione che si verificano nello spazio biogeografico (il secondo asse di comprensione dell’evoluzione, insieme al tempo, cioè la genealogia): ovvero, la deriva genetica, la migrazione, l’ibridazione, i “colli di bottiglia” prodotti da drastiche alterazioni ambientali, gli “effetti del fondatore”. E’ questo il nuovo sguardo metodologico sull’evoluzione umana che ha permesso di scardinare le grandi narrazioni del progresso che avevano dominato il campo, anche internamente alla scienza, per troppo tempo. Un’idea che permea il progetto della Mostra è la valorizzazione del fascino della contingenza e della diversità, a scapito della nostra attrazione fatale per teleologie forzate che vedevano nell’umanità l’apice dell’evoluzione. Secondo me è un salutare bagno di umiltà, da condividere come progetto educativo con i nostri ragazzi.

a.s. In particolare: dove avviene, e come, a quel che si sa, il sorgere del linguaggio in questa articolata storia evolutiva, è plausibile l’ipotesi che sia stata la presenza del linguaggio a dare una delle spinte decisive per qualche tappa importante dell’evoluzione?

t.p.: Certo, è molto plausibile. Noi sappiamo che forme di linguaggio, anche già articolato, dovevano con ogni probabilità essere presenti in altre forme umane, soprattutto in Homo neanderthalensis, con il quale abbiamo lungamente convissuto in Europa e Asia occidentale. Benché il linguaggio non restituisca fossili, esistono forti evidenze indirette in tal senso (da quelle genetiche a quelle anatomiche e comportamentali). Se poi andiamo ancora più indietro nel tempo, in mezzo all’albero ramificato delle diverse specie del genere Homo, agli inizi è plausibile che esistessero forme di espressione proto-linguistiche, mescolate a vocalizzi e gesti. Dunque l’esigenza adattativa della comunicazione e dell’organizzazione sociale doveva già essere ampiamente soddisfatta. Qualcosa però di peculiare (cioè di “unico”, che è cosa diversa da “speciale”) si pensa sia successo con Homo sapiens, una giovane specie africana dall’anatomia slanciata nella quale si nota il completamento del tratto vocale che permette un linguaggio pienamente articolato. Questa conformazione della gola deve averci regalato i vantaggi inaspettati dell’intelligenza simbolica, dell’astrazione, della ricorsività e delle infinite potenzialità combinatorie delle parole, se è vero che pur di mantenerli tolleriamo il rischio del soffocamento. Ciò che oggi pensano molti evoluzionisti è che il linguaggio articolato completo sia stato “l’arma segreta” dell’ondata finale degli H. sapiens usciti dall’Africa intorno a 50-60mila anni fa e poi diffusisi inarrestabilmente in tutto il mondo.

a.s.: Hai ricordato nella tua intervista durante l’inaugurazione della mostra che in quel periodo che risale a poche decine di migliaia di anni fa almeno cinque specie del genere Homo convivevano pacificamente sul pianeta; puoi articolare un po’ questa stupefacente informazione, spiegando anche come sappiamo che convivessero pacificamente?

t.p.: Si tratta davvero di una scoperta stupefacente, sulla quale occorrerà riflettere anche sul piano filosofico. Lo scenario da cui nasce è quello delle molteplici “uscite dall’Africa”: rappresentanti diversi del genere Homo escono a più riprese dal continente africano, sempre partendo da un’area orientale che va dall’attuale Etiopia fino al Sudafrica. La prima volta, poco meno di due milioni di anni fa, escono gli H. ergaster, che poi danno origine a H. georgicus nel Caucaso, a H. antecessor in Europa e a H. erectus in Asia orientale. La seconda volta, circa 780mila anni fa, esce un’altra specie, H. heidelbergensis, che dissemina altri umani che convivono con quelli fuoriusciti precedentemente. In Europa, da questa seconda diaspora, nasce H. neanderthalensis, il nostro alter ego evoluzionistico più famoso. Quando finalmente prende avvio la terza uscita dall’Africa, quella di Homo sapiens, a cominciare da 120mila anni fa e a più ondate, sempre a partire dal Corno d’Africa, i nostri antichi progenitori incontrano sulla loro strada una pletora di altre specie umane, ben adattate alle loro regioni e discendenti dalle precedenti diaspore. Così succede che ancora 40mila anni fa nel solo Vecchio Mondo (Africa ed Eurasia) circolavano cinque specie umane: noi H. sapiens (i più girovaghi ed espansivi); i Neandertal in Europa e Asia fino ai Monti Altai (la loro estinzione avverrà soltanto intorno a 28-27mila anni fa nell’ultima enclave di Gibilterra); un’enigmatica specie asiatica trovata sui Monti Altai, derivante dalla seconda diaspora, e provvisoriamente battezzata “Homo di Denisova”; forse alcuni residuali H. erectus nella valle del fiume Solo sull’isola di Giava; e una strepitosa specie umana pigmea, forse discendente da una piccola popolazione di H. erectus rimasta isolata, Homo floresiensis, trovata sull’isola indonesiana di Flores ed estintasi soltanto 12mila anni fa, alle soglie della “Storia” con la maiuscola che studiamo a scuola. Dunque, cinque specie umane fino a pochissimo tempo fa, su scala biologica. Con molte di queste specie noi abbiamo convissuto negli stessi territori e non compaiono segni di sostituzioni violente, di scontri o di altri fenomeni drammatici. Anzi, per lunghi periodi sembriamo in equilibrio, demografico e comportamentale. Poi succede qualcosa, forse legato all’ultima ondata di H. sapiens usciti dall’Africa (e agli effetti del linguaggio articolato), e le altre quattro forme, sapiens a modo loro, cominciano a declinare. Quindi non siamo mai stati soli, come umani, nella storia naturale recente. E ora dobbiamo proprio capire come sia successo che in così poco tempo siamo rimasti gli unici rappresentanti dell’umanità parlante.

a.s.: Anche a grandi esperti può capitare di lasciarsi scappare frasi formulate, del tutto involontariamente, in maniera finalistica del tipo “gli Africani hanno la pelle nera per potersi difendere dalle più pericolose radiazioni solari”. L’ortodossia evoluzionistica che tu mi pare rappresenti bandisce senza se e senza ma queste sfumature; vuoi cogliere questa occasione per rimettere le cose a posto?

t.p.: Sì questo è un rischio sempre presente, perché abbiamo una mente teleologica che sovrappone alle spiegazioni meccanicistiche e funzionali un’aura di finalità. Il linguaggio, anche degli scienziati talvolta, è una spia evidente di questa propensione cognitiva. Così finiamo per “personalizzare” l’evoluzione e la selezione naturale come se fossero agenti intenzionali, ingegneri che ottimizzano sapientemente le loro creature. Oppure torniamo a forme velate di lamarckismo, raccontando la storia naturale come un’avventura di eroi che per propria volontà si trasformano inventando nuovi adattamenti. Il significato radicale di meccanismi demografici come la selezione naturale e la deriva genetica, che sono al cuore della spiegazione evoluzionistica contemporanea permeata di statistica e di probabilità, consiste proprio nell’espulsione di qualsiasi finalità, nella permeante contingenza del processo: una sopravvivenza differenziale di organismi portatori di variazioni genetiche emerse per altre ragioni, nel primo caso; una campionatura casuale di varianti genetiche in piccole popolazioni rimaste fisicamente isolate, nel secondo caso.

a.s.: Quali sono i potenziali utenti della mostra cui personalmente tieni di più, quelli che vorresti più fortemente attirare?

t.p.: Senz’altro gli studenti e il pubblico più giovane, che ci aspettiamo costituisca almeno la metà del numero complessivo dei visitatori. Per questo, oltre a passaggi immersivi, a mappe disseminate e ad altre scelte scenografiche, abbiamo allestito un pacchetto di exhibit interattivi, molto impegnativi per chi li produce sul piano economico e progettuale, che permettono però ai ragazzi di fare un’esperienza in prima persona, senza spiegazioni scritte, giocando in un contesto favorevole e uscendo, noi speriamo, con un messaggio forte, che può essere quello della propria parentela genetica con tutti i viventi o quello dell’insussistenza genetica delle cosiddette “razze umane”.

NOTE
  1. L.L. Cavalli-Sforza, A. Piazza, P. Menozzi, J. Mountain, Reconstruction of human evolution: bringing together genetic, archaeological, and linguistic data, «Proc. Natl. Acad. Sci. U.S.A.» 1988; 85: 16: 6002-6.🡅
  2. forse la prima fu: L. L. Cavalli-Sforza, Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano 1996🡅
  3. di cui ricordo il più recente volume divulgativo: La vita inaspettata. Il fascino di un’evoluzione che non ci aveva previsto, Raffaello Cortina, Milano 2011.🡅

7 COMMENTS

  1. Il Prof. Cavalli-Sforza dice: “dobbiamo proprio capire come sia successo che in così poco tempo siamo rimasti gli unici rappresentanti dell’umanità parlante”. So che non ci sono elementi per formulare ipotesi fondate, ma ho il sospetto (fondato sul prevalente comportamento umano successivo) che l’ipotesi di lavoro più plausibile debba essere quella di un conflitto violento. Ci sono anche altre ipotesi (malattie? infertilità?). Ma non trovate che un “genocidio” sia più coerente con la nostra Storia conosciuta?
    Se questa ipotesi risulterà errata, tanto meglio; ma in caso contrario chi o cosa ci consolerà della perduta innocenza?

  2. Non ho la risposta al quesito sopra posto, ma ancora possiedo la forza per dire – in questo paese bigotto, ignorante e allergico al metodo scientifico – 10, 100, 1000 Luigi Luca Cavalli-Sforza, 10, 100, 1000 Telmo Pievani. E un po’ meno preti, e un po’ meno poetucoli. Grande Sparz.

  3. E’ una mostra importante, che spero abbia molte visite (io ci andrò).

    E’ indicativo che per riportare sui media il tema dell’evoluzionismo in Italia ci sia voluto un filosofo della scienza come Telmo Pievani, e non uno scienziato. La cultura scientifica in Italia è sempre poco considerata e forse al suo interno manca di abili divulgatori, a parte Odifreddi. Grazie al filosofo Giorello, di cui Pievani è stato allievo, si è però avuto un certo interesse per la filosofia della scienza e per il ruolo culturale della stessa. Telmo Pievani ha dato e sta dando un grande contributo per la divulgazione della biologia evoluzionistica. E’ stato negli USA con Gould, Eldredge, Tattersall, ed è preparatissimo in campo biologico; ha spiccate doti divulgative e di sintesi, che gli permettono di rendere chiaro e comprensibile a tutti un discorso che semplice non è. Ha anche forti doti organizzative, a giudicare dalle grandi iniziative che allestisce, di cui vorrei ricordare, prima di questa mostra, quella di Milano di due anni fa, su Darwin, per i suoi 200 anni, che era un progetto di Eldredge, con libro annesso.

    Nello specifico, vorrei dire la mia su alcuni temi sollevati dalle domande di Antonio, cui spetta il gran merito di questa intervista, molto ben centrata sulle questioni essenziali – e quindi Antonio non se la prenderà se en passant gli ricordo, da biologo (è un dettaglio, ma da scienziato Antonio capirà questo mio attaccamento alla forma) che il nome delle specie e dei generi è sempre scritto in corsivo, anche nei testi divulgativi.

    1. E’ vero che il quadro sull’evoluzione dell’uomo è oggi molto meno frammentario che in passato. Tuttavia io non condivido l’ottimismo degli addetti ai lavori, che ogni volta si scopre una nuova specie credono di aver trovato uno degli ultimi pezzi del puzzle. Secondo me l’albero filogenetico umano stilato oggi è solo una vaga approssimazione di quel che è stato nella storia naturale. Penso che le specie di ominidi finora rinvenute, ora non sto a contarle, ma credo circa una ventina, siano molte meno di quelle esistite. E quelle che si troveranno in futuro non colmeranno totalmente le lacune. Mia personale opinione. Del resto, non sapremo mai con certezza quanto saremo vicini a una ricostruzione dettagliata veritiera. (Credere di poterci arrivare è segno, secondo me, di un atteggiamento scientifico positivista).

    2. I filosofi come Telmo rimarcano spesso come l’evoluzione umana non sia stata lineare né tanto meno finalistica, come molte specie umane abbiano convissuto. Credo che questo derivi anche dal volere marcare le distanze dal pensiero religioso, che prevede un progetto divino della creazione, che doveva portare all’uomo. Penso non ci sia nulla di strano nella non-linearità dell’evoluzione umana. E credo che questo argomento non debba essere usato in senso antireligioso, perché se esiste un Dio e un disegno divino, nulla gli impedisce di arrivare al suo obiettivo attraverso passaggi intricati e dipendenti in gran parte dal caso – ossia da qualcosa che a noi pare privo di una connessione causa-effetto. Sennò si rischia di far entrare in antagonismo il pensiero scientifico con quello religioso, con effetti negativi per la scienza stessa (a farlo sono comunque più i religiosi che gli scienziati: ma è importante che gli scienziati per reazione non cadano nell’errore speculare). In questa intervista, comunque, questo non è successo. E’ giusto invece che le scoperte scientifiche interroghino costantemente le credenze religiose, che di fatto sono sottoposte a continue rielaborazioni, e anche limitazioni, dalla scienza.

    3. L’Homo antecessor, al momento considerato la prima specie europea del genere Homo, è stato ritrovato in Spagna, vicino a Burgos, dove è presente un bellissimo museo sull’evoluzione umana, e in particolare su questo ominide. Consiglio ad Antonio e a tutti gli interessati, se capitano di lì, di visitarlo, io l’ho fatto questa estate.

    4. Non credo neanche io ci siano stati genocidi. I genocidi presuppongono grandi popolazioni organizzate a stretto contatto, lotta per le risorse e la terra. Tra 100 000 e – 30 000 anni fa, in Eurasia, probabilmente la densità di popolazione delle specie ominidi era molto bassa, di territorio da colonizzare ce n’era molto. Gli uomini di Neanderthal erano fisicamente più forti dei sapiens, e le armi dei sapiens non credo potessero fare la differenza. E perché i sapiens avrebbero dovuto organizzare grandi gruppi per scovare e uccidere piccoli gruppi di neanderthal? Mi sembra uno spreco di energie senza senso per l’epoca. Poi, mi posso sbagliare, mi possono sfuggire molte considerazioni.

    5. L’importanza del linguaggio: Cavalli Sforza all’Infedele, circa 8 anni fa, disse subito in apertura che la principale differenza tra l’uomo e gli altri animali è quella di possedere un linguaggio articolato. Lo credo anche io: è il linguaggio ad aver fatto la differenza tra sapiens e il mondo animale, e anche tra sapiens e gli altri ominidi.

  4. capire l’evoluzione: è un passo fondamentale nell’evoluzione dell’homo.
    assorbire questa cultura nuova e non immediata, metabolizzarla, riuscire a elaborare un’empatia emotiva e razionale nello stesso tempo con le creature che sono state i nostri progenitori o i nostri stretti simili.
    forse oggi non lo cogliamo del tutto, ma questa sfida culturale, se l’homo avrà il tempo e l’occasione di vincerla, diventerà una sfida evolutiva.
    come il linguaggio ha spinto il sapiens sulla luna, potrebbe essere la coscienza della propria storia, la comprensione di sé e degli altri all’interno di un quadro complessivo, a portare il sapiens ad inventare modi nuovi di vita e di organizzazione civile.

  5. @lorenzo
    Sia l’intervista originale e sia il tuoi commento sono molto interessanti per chi, come me, ha qualche curiosità sull’argomento. Sono d’accordo con te sul fatto che la non linearità dell’evoluzione può essere interpretato piuttosto arbitrariamente in chiave antireligiosa, ma mi domando se l’irenicità nei rapporti tra Sapiens, Neanderthal indicata da Telmo Pievani non sia una riedizione del mito mito del buon selvaggio rovinato dalla civilizzazione. Non mi pare verosimile un genocidio pianificato da parte di una specie umana ai danni di un’altra, ma la scarsissima densità di popolazione di quei lontani tempi si univa alla grande estensione di territorio necessaria a sfamare anche piccoli gruppi di cacciatori e raccoglitori, in periodi anteriori all’agricoltura e all’allevamento del bestiame. Quindi una contesa anche violenta per le risorse non mi pare inverosimile, contesa nella quale possono avere avuto la meglio i più evoluti Sapiens, con la conseguente emarginazione dei Neanderthal in aree meno generose di risorse naturali fino alla loro estinzione.

    P.S. Sono stato un poco preso, mi mando a breve una opinione sul materiale che mi hai spedito

  6. Sono stato alla mostra, e ne porto con me la scossa, attonito: è stato insieme un viaggio nel mondo, nel tempo più grande del mondo, e dentro me, nella storia millenaria avvolta a doppia elica in ogni mio frammento, scoprendo che dentro me – e tutti – c’è traccia di ogni cosa avvenuta e di ogni cosa che può ancora avvenire.

    Le scienze, unite alla capacità della narrazione, superano l’informazione e raggiungono la commozione illuminata,

    (La mostra al piano di sotto dei pittori socialisti dagli Anni Venti a quelli Settanta, a proprio modo un’altra forma di evoluzione creativa oltre il valico dell’immobilismo ideologico sovietico, offre un ulteriore sottotesto di valore).

    Un saluto!,
    Antonio Coda

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antonio sparzani
Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato anche due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia, pubblicato presso Mimesis. Ha curato anche il carteggio tra W. Pauli e Carl Gustav Jung, pubblicato da Moretti & Vitali nel 2016. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.